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di Francesca Rolandi e Christian Elia
La sentenza è del 19 settembre 1947. I magistrati di Travnik, in Jugoslavia, condannano tredici persone per i fatti accaduti il 22 giugno precedente. Durante una festa religiosa, reagivano ai controlli di polizia (ferendo due agenti) con i loro cavalli e alcuni coltelli. La festa in questione è il pellegrinaggio di Ajvatovica, che avviene ogni anno, da 500 anni. Nel cuore della Bosnia profonda.
Domenica 27 giugno, ancora una volta, i paraggi del piccolo villaggio di Prusac si sono riempiti di una folla festante. Nel segno della tradizione, religiosa e simbolica. La sentenza, come detto, è ancora sul sito ufficiale della manifestazione. Per ricordare gli anni del socialismo e della Jugoslavia, quando l'anima musulmana della Bosnia si sentiva repressa. Oggi è tutto il contrario e una festa religiosa diventa - suo malgrado - un'icona di libertà di espressione. Gli enormi cartelloni pubblicitari campeggiano nel breve - e unico - tratto di autostrada bosniaco. Un cavaliere, con la bandiera verde dell'Islam, avanza e chiama i fedeli alla commemorazione del miracolo compiuto 500 anni fa da Ajvaz-dedo. Quest'ultimo, racconta la tradizione, era giunto in Bosnia al seguito della conquista ottomana. Un uomo religioso e saggio che si era dedicato all'insegnamento dell'Islam nelle lande più desolate del Paese. Come Prusac, appunto, nei pressi di Donj Vakuf, poco oltre Travnik. La comunità locale era assetata: le montagne erano ricche di acqua, ma per i contadini del posto era impossibile incanalarla verso il villaggio. Ajvaz-dedo pregò 40 giorni e 40 notti, fino a quando (all'alba del 41° giorno), Allah ascoltò il suo richiamo e praticò una fessura nella roccia. Da quel giorno il villaggio poteva avere l'acqua e, ogni anno, ricorda l'evento con una grande festa.
Il clima non è dei più promettenti: una pioggia sottile rende la strada da Sarajevo a Travnik un'incognita. Pian piano il villaggio di Doni Vakuf si avvicina e, pur mancando il sole, il clima si fa più mite. Alle falde della collina che porta al santuario vengono istituiti i parcheggi. Decine di pullman e auto private rovesciano fuori i pellegrini. Comincia la salita, non certo delle più agevoli.
"La gente va in paese a bere e a mangiare. Poi i 'fedeli' (aggiunge mimando le virgolette) fanno tutto il percorso a piedi verso la pietra". In effetti la piazzetta di Prusac, dove troneggia uno striscione di benvenuto all'Ajvatovica, è un misto tra una festa del santo patrono di un paesino e la festa dell'Unità. Centinaia di chili di carne vengono arrostiti fin dalla mattina, profumando l'aria delle strette viuzze, dove si affacciano caffè improvvisati con siede di plastica tra le pareti di un garage. "Saranno 7 chilometri solo andata", "No, 10 andata e ritorno", "Ma cosa, 10 all'andata e 10 al ritorno" si accavallano le voci. I conti sulla distanza del luogo del miracolo non sembrano proprio tornare, ma d'altronde nelle terre di confine tutto è mobile. Un ritratto del maresciallo Tito, accanto a una bandiera bosniaca, nella kafana del villaggio che ospita il pellegrinaggio islamico boicottato dal governo socialista fino alle prime elezioni multipartitiche in Bosnia, nel 1990. Tutto e il contrario di tutto. La prima salita, già affollata di pellegrini, è quella dove si trova la tomba di Ajvaz-dedo. Tutt'attorno un vecchio cimitero islamico, vissuto con quella quotidianità che tanto è lontana dagli altri cimiteri. Gli anziani si riposano, i ragazzi scherzano, i bimbi giocano tra le lapidi. Molti entrano nel mausoleo, pregano e rendono omaggio all'uomo del miracolo con dei doni. Tanti capi di abbigliamento, made in China, tra le offerte. Segno dei tempi globalizzati. Resta la libertà di festeggiare, però. Anche se non tutti sono d'accordo con la repressione subita durante gli anni del socialismo. "Non è vero, la festa si teneva anche allora. Stavamo bene, ognuno aveva lavoro, casa e diritti. I problemi sono arrivati dopo, tutte le ingiustizie e le disegueglianze" racconta Huso, trent'anni trascorsi nel partito. Questione di punti di vista, vari come i Balcani.
La salita si fa dura, le bancarelle si fanno più rade. A quelle che, in paese, vendevano dvd, libri e cd musicali a sfondo religioso o storico, con il defunto presidente bosniaco Izetbegovic a farla da padrone, si sostituiscono i venditori di miele fatto in casa. La salita s'inerpica e le chiacchiere restano l'unica compagnia. Accenti differenti raccontano di una carovana davvero variegata: musulmani serbi del Sangiaccato e mostarini, alcuni iraniani e tanti turchi. Mai come quest'anno, almeno secondo il portavoce della Mezzaluna Rossa turca, che ha allestito un punto ristoro per i pellegrini, i pellegrini arrivati dalla Turchia per la cerimonia sono numerosi, arrivati, a suo dire, con l'aiuto non dello stato ma di alcune associazioni non governative. Sarà che il governo non c'entra nulla, ma davvero a livello d'immagine la Turchia la fa da padrona. L'eterno interesse di Ankara per la regione si è mantenuto vivo negli ultimi 500 anni, come il culto di Ajvaz-dedo. L'asfalto finisce: la strada è resa una fanghiglia collosa dalla pioggia che è caduta copiosa in questi giorni. In cima al santuario le preghiere collettive e gli interventi delle autorità. L'attenzione della gente, però, è tutta per i cavalieri che con stendardi, fiori e campanelle regalano ai pellegrini la cavalcata commemorativa. I poveri cavalli soffrono, ma la festa va avanti. Le fasce sulla testa di alcuni cavalieri, con la professione di fede dell'Islam, e un paio di improbabili bandiere saudite, cancellano la dimensione spaziale. Invece che in un bosco profumato della profonda Bosnia, nel cuore dell'Europa, sembra di essere in un Paese del Golfo. Ma questa fede, come questi alberi secolari, è uno degli ingredienti di questa terra ricca di storia e contraddizioni. Come la Sarajevsko Pivo, che in una festa islamica fornisce gli ombrelloni, ma non la birra che produce. Dopo le preghiere lo stomaco si lamenta e le mense vengono prese d'assalto dai pellegrini soddisfatti.
"E' la prima volta che veniamo, ma torneremo anche l'anno prossimo. E' importante sia per l'aspetto religioso che per quello tradizionale". Tutti soddisfatti, anche un pellegrino con la barba curata secondo l'immagine di un Islam ancora di minoranza da queste parti. Li chiamano wahabiti, con un grado di approssimazione degno di alcuni commenti frettolosi occidentali. "Vengo qua ogni anno, da quando è arrivata la democrazia in Bosnia Erzegovina, ad eccezione degli anni della guerra quando l'Ajvatovica non si teneva. Oltre a un significato religioso ne ha certamente anche uno identitario perché richiama i bosgnacchi da tutta la regione e anche oltre". Sulle nozioni scientifiche, che mette in campo per spiegare come a livello geomorfologico, la conformazione della pietra del miracolo possa essere spiegata solo con un evento soprannaturale , magari, c'è qualcosa da dire. Ma il pellegrino è contento come gli altri e, alla fine, se ne va fianco a fianco con un amico con la coda di cavallo. Un wahabita e una specie di fricchettone degno della scena JugoRock anni Ottanta. Una cartolina dalla Bosnia.
Il giorno dopo il pellegrinaggio occupa molto spazio sui giornali, ma non solo per la cerimonia. All'alba del giorno della Ajvatovica, nella cittadina di Bugojno, una bomba (nascosta in un auto parcheggiata nei pressi dell'edificio) esplode nel locale commissariato di polizia uccidendo un agente e ferendone altri cinque dei 20 di turno. "Questi attacchi terroristici sono una minaccia per l'intera società nel nostro paese, per questo dobbiamo impegnarci tutti per sradicare questo male", ha detto il ministro dell'interno bosniaco Sadik Ahmetovic, dopo che le forze dell'ordine hanno arrestato in poche ore cinque sospetti. Due di loro, Haris Causevic e Naser Palislamovic, ritenuti la mente e l'esecutore materiale dell'attentato, sono vicini alla comunità dei wahabiti che professano un islam radicale. L'arrivo, vero o presunto, di una forma violenta d'Islam in Bosnia è un dibattito aperto all'interno della società bosniaca e negli uffici di Bruxelles, sempre divisi tra un pieno coinvolgimento di Sarajevo nel processo d'integrazione euro atlantico e il timore di una radicalizzazione dei musulmani d'Europa. Chissà, magari il pellegrino barbuto e il capellone, tornando a casa, parlavano proprio di questo.
Parole chiave: ajvatovica, prusac, ajvaz-dedo