scritto per noi da
Tancredi Tarantino

“Glorioso ed eroico
popolo di Quito, oggi è terminata la dittatura in Ecuador”. Così il vice
premier, Alfredo Palacio, ha reso pubblica la destituzione del presidente Lucio
Gutierrez ad opera del Congresso. In attesa di un referendum popolare, sarà lo
stesso Palacio a guidare il Paese.
Dopo giorni di proteste
che hanno lasciato due morti e centinaia di feriti, ieri mattina una
maggioranza assoluta di deputati ha abbandonato il palazzo del Congresso e,
riunita in un altro edificio, ha destituito il capo di Stato. Nella stessa
sede, ha avuto luogo il giuramento del nuovo Presidente Palacio. Pochi minuti
dopo, un mandato d’arresto costringe Gutierrez a cercare rifugio
nell’ambasciata del Brasile, dopo che il presidente di quel Paese, Ignacio
“Lula” Da Silva, ha concesso l’asilo politico.
Una defenestrazione,
quella de el Coronel, che, pur lasciando dubbi di costituzionalità, è
riuscita a placare le violenze che, dalla sera precedente, avevano posto sotto
assedio la capitale.
La fuga di Gutierrez. A partire dalle prime ore
del mattino, un clima da guerra civile attraversa le vie di Quito. Il filo
spinato che, fin dall’alba, recintava la Plaza Grande, dove si affaccia il
palazzo del Governo, lasciava presagire una giornata di scontri. Nessuno forse
pensava che l’intensità di tali scontri potesse portare alla caduta del
Presidente in così poco tempo.
I primi manifestanti
scendono in strada quando, da Guayaquil, principale città della costa
ecuadoriana, giunge la notizia che migliaia di ecuadoriani, pagati dal partito
di Governo, Sociedad Patriotica, e armati di machete, bastoni ed armi da fuoco,
stanno raggiungendo Quito in appoggio al Presidente.
Tutti in strada. Radio La Luna,
l’emittente che ha guidato le proteste capitoline di questi giorni, invita i
cittadini a lasciare le case e gli uffici e a riversarsi in strada. Il popolo
quitegno risponde in massa. Gli studenti, con le loro uniformi, si mischiano ai
professionisti in giacca e cravatta e alle casalinghe ed iniziano a presidiare
la capitale. È chiaro che Quito non intende consegnarsi ai “duri pagati dal
Governo” e, contando sull’appoggio del Sindaco Paco Moncayo, si creano delle
barricate con automezzi municipali, per impedire l’accesso alla città da nord
e
da sud. Si cerca, così, di scongiurare scontri tra le due fazioni del popolo
ecuadoriano, chi sta a favore e chi contro il Governo. Ma, ormai, il colpo di
coda di un Presidente messo all’angolo è inarrestabile. I militanti di Sociedad
Patriotica raggiungono la capitale scortati dalla Polizia, segno che ancora le
forze dell’ordine appoggiano
Lucio.
Lo scontro a questo punto è
inevitabile. In diversi quartieri, Quito si trasforma in un campo di battaglia.
I “duri”, i militanti di Sociedad Patriotica, caricano i manifestanti a colpi
di machete e pietre, mentre le forze dell’ordine sparano lacrimogeni per
dividere le due parti. Dai piani alti del Ministero di Bienestar Social,
alcuni franchi tiratori sparano sui manifestanti. Nello stesso tempo, il
presidente Gutierrez ordina l’intervento dell’Esercito che utilizza i fucili ed
i carri armati per fronteggiare gli oppositori al regimen. Una signora
di quarant’anni rimane uccisa negli scontri e sono centinaia le persone
costrette a ricorrere alle cure mediche della Croce Rossa.
“È una guerra civile”. A
dichiararlo è il sindaco Moncayo, che dal suo ufficio segue gli incidenti. Negli
stessi istanti, una maggioranza formata da partiti dei due blocchi parlamentari
approva una mozione di sfiducia contro il presidente Gutierrez. Il colonnello
viene destituito e al suo posto il Parlamento nomina il vice presidente Alfredo
Palacio. Il Governo, nel tentativo estremo di rimanere aggrappato al potere,
dichiara di non accettare la mozione approvata dal Parlamento. Ma ormai la
crisi è irreversibile. Mentre il comandante della Polizia rinuncia al suo
carico, le Forze Armate ritirano l’appoggio al Governo. Le notizie corrono e
raggiungono le strade dove si stanno verificando gli scontri.
Fra gli applausi. Gli stessi
militari che, fino a pochi minuti prima, avevano risposto con le armi alle
proteste, si fanno da parte ed iniziano ad applaudire i manifestanti che
finalmente possono raggiungere Carondelet, il palazzo del Governo.
Gutierrez, ormai solo e
perseguito da un ordine d’arresto, decide di fuggire in elicottero. Comincia
una caccia all’uomo per le vie della capitale. Il popolo di Quito non vuole
permettere l’ennesima fuga di un Presidente. Si rincorrono le notizie di
richieste d’asilo a Cile, Venezuela e Panama, fin quando in tarda serata giunge
la conferma che l’ex Presidente Gutierrez ha trovato rifugio nell’Ambasciata
del Brasile, Paese che gli ha concesso l’asilo.
Come altre volte, anche
in questa occasione sono state le migliaia di manifestanti a dettare le scelte
politiche del Paese.
Il nuovo traghettatore. Adesso sarà compito del
neo presidente Palacio traghettare l’Ecuador verso una “consultazione popolare
e una Assemblea Costituente che possano rinnovare un Paese obsoleto”, come
egli stesso ha dichiarato nel suo primo discorso da Capo dello Stato. Compito
che potrá portare avanti soltanto se l’Organizzazione degi Stati Americani
(OEA), che si riunisce oggi, si esprimerá positivamente su una successione alla
guida del Paese andino che lascia dubbi di legittimitá costituzionale.
Destituzione incostituzionale? La
destituzione di Gutierrez ad opera di un Parlamento riunitosi in seduta
straordinaria in un edificio diverso dal Palazzo del Congresso, sede del potere
Legislativo, sembra essere in palese violazione della Costituzione. Un parere
negativo della OEA potrebbe incidere sfavorevolmente sul riconoscimento
internazionale del nuovo Governo e riportare il caos istituzionale nel Paese
andino.