22/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il popolo caccia Gutierrez. Il vice traghetterà il Paese verso nuove elezioni. Ma è ancora tensione
scritto per noi da
Tancredi Tarantino
 
“Glorioso ed eroico popolo di Quito, oggi è terminata la dittatura in Ecuador”. Così il vice premier, Alfredo Palacio, ha reso pubblica la destituzione del presidente Lucio Gutierrez ad opera del Congresso. In attesa di un referendum popolare, sarà lo stesso Palacio a guidare il Paese.
Dopo giorni di proteste che hanno lasciato due morti e centinaia di feriti, ieri mattina una maggioranza assoluta di deputati ha abbandonato il palazzo del Congresso e, riunita in un altro edificio, ha destituito il capo di Stato. Nella stessa sede, ha avuto luogo il giuramento del nuovo Presidente Palacio. Pochi minuti dopo, un mandato d’arresto costringe Gutierrez a cercare rifugio nell’ambasciata del Brasile, dopo che il presidente di quel Paese, Ignacio “Lula” Da Silva, ha concesso l’asilo politico.
Una defenestrazione, quella de el Coronel, che, pur lasciando dubbi di costituzionalità, è riuscita a placare le violenze che, dalla sera precedente, avevano posto sotto assedio la capitale.

La fuga di Gutierrez. A partire dalle prime ore del mattino, un clima da guerra civile attraversa le vie di Quito. Il filo spinato che, fin dall’alba, recintava la Plaza Grande, dove si affaccia il palazzo del Governo, lasciava presagire una giornata di scontri. Nessuno forse pensava che l’intensità di tali scontri potesse portare alla caduta del Presidente in così poco tempo.
I primi manifestanti scendono in strada quando, da Guayaquil, principale città della costa ecuadoriana, giunge la notizia che migliaia di ecuadoriani, pagati dal partito di Governo, Sociedad Patriotica, e armati di machete, bastoni ed armi da fuoco, stanno raggiungendo Quito in appoggio al Presidente.

Tutti in strada. Radio La Luna, l’emittente che ha guidato le proteste capitoline di questi giorni, invita i cittadini a lasciare le case e gli uffici e a riversarsi in strada. Il popolo quitegno risponde in massa. Gli studenti, con le loro uniformi, si mischiano ai professionisti in giacca e cravatta e alle casalinghe ed iniziano a presidiare la capitale. È chiaro che Quito non intende consegnarsi ai “duri pagati dal Governo” e, contando sull’appoggio del Sindaco Paco Moncayo, si creano delle barricate con automezzi municipali, per impedire l’accesso alla città da nord e da sud. Si cerca, così, di scongiurare scontri tra le due fazioni del popolo ecuadoriano, chi sta a favore e chi contro il Governo. Ma, ormai, il colpo di coda di un Presidente messo all’angolo è inarrestabile. I militanti di Sociedad Patriotica raggiungono la capitale scortati dalla Polizia, segno che ancora le forze dell’ordine appoggiano Lucio.

Lo scontro a questo punto è inevitabile. In diversi quartieri, Quito si trasforma in un campo di battaglia. I “duri”, i militanti di Sociedad Patriotica, caricano i manifestanti a colpi di machete e pietre, mentre le forze dell’ordine sparano lacrimogeni per dividere le due parti. Dai piani alti del Ministero di Bienestar Social, alcuni franchi tiratori sparano sui manifestanti. Nello stesso tempo, il presidente Gutierrez ordina l’intervento dell’Esercito che utilizza i fucili ed i carri armati per fronteggiare gli oppositori al regimen. Una signora di quarant’anni rimane uccisa negli scontri e sono centinaia le persone costrette a ricorrere alle cure mediche della Croce Rossa.

“È una guerra civile”. Adichiararlo è il sindaco Moncayo, che dal suo ufficio segue gli incidenti. Negli stessi istanti, una maggioranza formata da partiti dei due blocchi parlamentari approva una mozione di sfiducia contro il presidente Gutierrez. Il colonnello viene destituito e al suo posto il Parlamento nomina il vice presidente Alfredo Palacio. Il Governo, nel tentativo estremo di rimanere aggrappato al potere, dichiara di non accettare la mozione approvata dal Parlamento. Ma ormai la crisi è irreversibile. Mentre il comandante della Polizia rinuncia al suo carico, le Forze Armate ritirano l’appoggio al Governo. Le notizie corrono e raggiungono le strade dove si stanno verificando gli scontri.

Fra gli applausi. Gli stessi militari che, fino a pochi minuti prima, avevano risposto con le armi alle proteste, si fanno da parte ed iniziano ad applaudire i manifestanti che finalmente possono raggiungere Carondelet, il palazzo del Governo.
Gutierrez, ormai solo e perseguito da un ordine d’arresto, decide di fuggire in elicottero. Comincia una caccia all’uomo per le vie della capitale. Il popolo di Quito non vuole permettere l’ennesima fuga di un Presidente. Si rincorrono le notizie di richieste d’asilo a Cile, Venezuela e Panama, fin quando in tarda serata giunge la conferma che l’ex Presidente Gutierrez ha trovato rifugio nell’Ambasciata del Brasile, Paese che gli ha concesso l’asilo.
Come altre volte, anche in questa occasione sono state le migliaia di manifestanti a dettare le scelte politiche del Paese.
 
Il nuovo traghettatore. Adesso sarà compito del neo presidente Palacio traghettare l’Ecuador verso una “consultazione popolare e una Assemblea Costituente che possano rinnovare un Paese obsoleto”, come egli stesso ha dichiarato nel suo primo discorso da Capo dello Stato. Compito che potrá portare avanti soltanto se l’Organizzazione degi Stati Americani (OEA), che si riunisce oggi, si esprimerá positivamente su una successione alla guida del Paese andino che lascia dubbi di legittimitá costituzionale.
 
Destituzione incostituzionale? La destituzione di Gutierrez ad opera di un Parlamento riunitosi in seduta straordinaria in un edificio diverso dal Palazzo del Congresso, sede del potere Legislativo, sembra essere in palese violazione della Costituzione. Un parere negativo della OEA potrebbe incidere sfavorevolmente sul riconoscimento internazionale del nuovo Governo e riportare il caos istituzionale nel Paese andino. 
Categoria: Diritti, Elezioni, Politica
Luogo: Ecuador