
Dalla guerra alla catastrofe naturale:
Emergency,
l’organizzazione umanitaria impegnata nelle principali zone di conflitto, tra
cui l’Iraq e l’Afghanistan, ha deciso di intervenire anche in Sri Lanka, uno
dei Paesi più colpiti dallo tsunami del 26 dicembre scorso. Giorgio Raineri,
coordinatore dell’ufficio missioni di Emergency, ci spiega il perché di questa
scelta: “Subito dopo il maremoto ci hanno sollecitato ad intervenire sia i nostri sostenitori sia la comunità cingalese
presente in Italia. Nel nostro statuto, del resto, sono previste attività
umanitarie anche in situazioni di disastro naturale e in contesti post-bellici
o dove la tensione è ancora latente”. Nel nord e nell’est del Paese asiatico,
infatti, due anni fa è stato proclamato il cessate il fuoco tra i ribelli
separatisti delle Tigri tamil e il governo che rappresenta la maggioranza
cingalese, ma hanno continuato a verificarsi scontri ed episodi di violenza. Il
conflitto è cominciato nei primi anni Ottanta e finora ha causato 65mila
vittime.
La prima missione di Emergency nell’ex Ceylon ricostruirà il
villaggio di Punochchimunai, situato sulla costa orientale a pochi chilometri
da Batticaloa e che è stato completamente distrutto dall’onda anomala. Il
piccolo centro viveva unicamente di pesca e conta attualmente quasi 700
abitanti di religione musulmana. L’impegno dell’ong durerà un anno e si
svolgerà in stretta collaborazione con partner locali, tra l’altro delle due
principali etnie del Paese: la Tamil Rehabilitation Organization, che ha già allestito
il campo per sfollati, e un’impresa di costruzione cingalese del sud del Paese.
“Emergency – spiega Raineri – cerca sempre la collaborazione con i locali
quando è possibile. Lo Sri Lanka, infatti, è più sviluppato di altri Paesi in
cui operiamo e ha le competenze adatte ad affrontare questa situazione. In
Afghanistan e in Cambogia, invece, mancano sia le risorse sia il know how”.

La priorità è consentire agli abitanti di Punochchimunai di
riprendere le attività lavorative. Per questo Emergency fornirà 66 canoe da
pesca, 33 imbarcazioni a motore e le reti. Intanto saranno costruite 133
abitazioni, ognuna con un pozzo, energia elettrica e l’allacciamento alla rete
fognaria. Il progetto prevede anche la fornitura di materiale scolastico e la
costruzione di un asilo, di un luogo per incontri e di un centro medico di
base. Si aiuteranno inoltre le donne a riprendere i loro lavori di tessitura e
i giovani con corsi di avviamento professionale.
Un altro motivo che ha spinto la delegazione di Emergency a recarsi
in Sri Lanka è stato “verificare che gli aiuti giungessero a tutti coloro che
ne hanno bisogno”, continua Raineri. I membri dell’ong hanno raggiunto anche
l’estremo nord, trascurato dai soccorsi internazionali e dove il conflitto ha
lasciato i segni più profondi. “Siamo stati – dice l’operatore umanitario - nel
distretto settentrionale di Kilinochchi, uno dei più poveri del Paese. Qui
erano arrivati soprattutto medici delle comunità tamil all’estero,
dall’Inghilterra e dall’Australia per esempio. Vorremmo riattivare un servizio
di chirurgia nell’ospedale statale, ma stiamo ancora negoziando con i leader
tamil e il governo”. Una situazione
difficile è stata riscontrata anche nell’isola di Kinniyai davanti alla città
orientale di Trincomalee, anche questa a maggioranza tamil. L’ospedale era
completamente distrutto e la protezione civile italiana ha provveduto a gennaio
costruendone uno da campo.
“Riguardo agli aiuti, tuttavia - dichiara Raineri – non ho
riscontrato la disorganizzazione di cui si è parlato. In gran parte dei
distretti colpiti c’è un coordinamento tra il governo e i funzionari locali.
Resta il problema del sovraffollamento di ong: la grande quantità di fondi che
sono arrivati può scatenare una gara a chi arriva primo per avviare un progetto”.
Il capo missione di Emergency individua però altri due rischi: “In questo
momento di grande concentrazione sulle coste si possono trascurare le zone più
interne dove spesso non ci sono scuole e ospedali e i contadini faticano a
sopravvivere. L’attenzione ai luoghi devastati dallo tsunami, inoltre, può far
dimenticare altre crisi e ridurre i finanziamenti per altre zone, soprattutto
quelle africane come la regione del Darfur in Sudan”.