Marla Ruzicka, 28 anni, è
stata la fondatrice dell’Ong Campaign for Innocent Victims in Conflict (CIVIC)
nel 2003. È morta sabato 16 in un attentato suicida mentre viaggiava sulla strada
tra Baghdad e l’aeroporto. Insieme a lei hanno perso la vita il suo collega
Faiz Ali Salim e altre cinque persone.

In un articolo pubblicato
la settimana prima di essere uccisa, Marla Ruzicka scriveva: “In questi due anni
in Iraq la
domanda che mi sono posta più spesso è stata: Quanti sono i civili iracheni
uccisi dalle forze americane? [..] In una conferenza stampa alla base militare
di Bagram in Afghanistan nel marzo 2002, il generale Tommy Franks dichiarò:
“Noi non facciamo la conta dei morti”: frasi che oltraggiarono il mondo.
Durante la guerra in Iraq, mentre le truppe puntavano su Baghdad, la conta
delle vittime civili non era una priorità per i militari. Ma dal 1 maggio 2003,
quando il presidente Bush dichiarò la fine delle maggiori operazioni militari,
questi iniziarono ad occuparsi di stabilizzazione e la maggior parte delle unità
Usa iniziò a conservare le tracce dei civili uccisi dai loro soldati, ai
checkpoint o durante le pattuglie. A Baghdad, un generale di brigata, mi ha
spiegato che per le truppe Usa redigere un rapporto quando si spara a un non
combattente è una procedura standard. È nell’interesse dell’esercito disporre
queste statistiche.“
Tenere il conto? La Ruzicka riuscì anche a
ottenere le cifre relative al periodo tra il 28 febbraio e il 5 aprile, da cui
scoprì che i morti tra i civili erano stati 4 volte più numerosi di quelli tra
la polizia irachena. Sam Zia Zarifi, vicedirettore di Human Rights Watch Asia,
sostiene che “a livello politico le responsabilità non sono mai state ammesse”,
e che il fatto che le forze armate Usa registrino gli incidenti ai danni di
civili è una scoperta di grande importanza perché “permette alle vittime di
iniziare a chiedere risarcimenti”.
Tenere il conto delle vittime
civili è un'impresa enorme, dati certi e omnicomprensivi non ce ne possono
essere. Secondo l’Iraq Body Count, i civili caduti sarebbero 17 mila, ma si
tratta di dati che si basano sulle notizie date ai media. Mentre, come viene
specificato nel loro sito internet, la maggior parte delle uccisioni passa
inosservata ai media, “questa è la triste natura delle guerre”. Cifre ancora
più alte sono quelle prodotte dalle stime sulle proporzioni tra il numero di
vittime civili e militari. Questi calcoli portano ad ipotizzare cifre intorno
ai centomila civili caduti dall’invasione del Paese a oggi.
Richard Garfield, professore
alla Columbia University, ha commentato in un’intervista: ”E' ovvio che
(i militari Usa) conservino i dati, come anche che fingano di non
averli. Ci si chiede perché sia
importante tenere quel conto? Bene, per quale motivo è stato importante
ricordare i nomi delle persone morte l’11 settembre? Perché sarebbe
stato
inconcepibile non farlo. Perché le vite di quelle persone hanno
valore”.

Risarcimenti. Marla, come i suoi colleghi
del CIVIC, prevalentemente volontari iracheni, lavorava cercando di riannodare
i fili degli eventi, identificando le vittime, raccogliendo informazioni
accurate sulle circostanze e sui danni subiti. L’affidabilità dei dati così
prodotti ha già reso possibile, per molti civili, la richiesta di un
risarcimento. Nel 2001 la Ruzicka operava in Afghanistan proprio con
lo scopo di identificare le vittime civili. Si spostò in Iraq all’inizio della
guerra e le campagne di lobbying da lei promosse convinsero
l’amministrazione Usa a mettere da parte 10 miloni di dollari proprio per
compensare le perdite umane subite dai civili. A oggi però, l’esercito
americano ha rigettato la maggior parte delle richieste presentate dai civili
iracheni classificando, i civili coinvolti in sparatorie ai checkpoint come
incidenti delle “Combat Operations”. Per questi episodi non sono previsti risarcimenti.
Secondo un’analisi del Dayton Daily News, che nell’ottobre 2004 ha avuto accesso
alla banca dati dell’esercito Usa, nella maggior parte dei casi le famiglie che
inoltrano la richiesta devono attendere mesi prima di avere una risposta e, delle
allora 4611 domande di risarcimento, solo una su quattro sarebbe stata in
qualche modo esaudita.