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Cercare lavoro all’estero per sfuggire alla miseria e sperare di costruirsi un
futuro. E scoprire di essere vittima di una truffa internazionale, dalla quale
si esce più poveri di prima.
Giorni fa, in Namibia, centinaia di operai provenienti dal Bangladesh venivano
licenziati dalla società tessile malesiana dalla quale erano stati assunti alcuni
mesi addietro. Si erano lamentati delle condizioni di lavoro alle quali erano
stati sottoposti. Dello squallore dei propri alloggi. Dell’ammontare della propria
paga. Tutto diverso da quello che era stato loro promesso. E soprattutto del fatto
che avevano pagato ad alcuni agenti ben 3500 dollari – una vita di risparmi –
per attraversare l’Oceano Indiano ed essere assunti in una ditta, lavorando nella
quale avrebbero potuto mantenere a distanza le proprie famiglie.
Una grossa società tessile malesiana, si diceva. La Ramatex. Sedi in tutto il
mondo, clienti multinazionali e multimilionari: Puma, Nike, Adidas, per citarne
alcuni. Una sede e una fabbrica in Namibia, dove non lavorano namibiani, ma operai
con passaporto bengalese o del sultanato del Brunei. Per quale motivo?
I sindacati dei lavoratori della Namibia si sono interessati alla vicenda, entrando
in contatto con gli immigrati e scoprendo una vera e propria rete internazionale
di traffico e sfruttamento in cui la Ramatex ricoprirebbe un ruolo centrale.
I bengalesi, in cerca di lavoro nel loro paese già poverissimo, avevano letto
sui giornali locali alcuni annunci che pubblicizzavano società di reclutamento
per operai che volessero trascorrere dei periodi di lavoro all’estero. Tra queste
spiccano due nomi: la Eastern Overseas e la Bay Eastern. Messisi in contatto con
il broker di una di queste società, che altro non sarebbero se non joint venture
di cui la stessa Ramatex fa parte, gli ignari bengalesi si sono visti chiedere
3500 dollari a testa per andare in Namibia e lavorare in una fabbrica di tessuti.
La cifra comprendeva le spese di viaggio, vitto e alloggio. In cambio avrebbero
ricevuto un salario di 300 dollari al mese. Al termine del primo anno avrebbero
recuperato tutti i soldi investiti. La stessa promessa, con modalità e termini
molto simili, era stata fatta ad alcuni cittadini del sultanato del Brunei.
Una volta arrivati in Africa, gli sventurati operai asiatici hanno scoperto che
la realtà era ben diversa da quella che era stata loro promessa. La paga era di
75 dollari al mese e quindi sarebbero stati costretti ad almeno 4 anni di lavoro
per ripagare la spesa che avevano affrontato. ”Sono arrivati in un paese che non
conoscevano, aspettandosi un trattamento equo”, spiega Evilastus Konde, sindacalista
dell’Unione nazionale dei lavoratori namibiani, “in realtà sono stati truffati
sin dal momento in cui hanno lasciato il proprio paese. Hanno protestato, sono
stati licenziati in tronco ed espulsi dalla Namibia. La Ramatex dice che non erano
specializzati, ma è ugualmente coinvolta in questo affare losco. Li sfrutta a
dovere, poi li caccia. E loro non riavranno quei 3500 dollari”.
Nelle ultime ore, più di 300 tra asiatici del Bangladesh e del Sultanato del
Brunei sono stati fatti rimpatriare. Altri 66 sono ancora in Namibia, avendo fatto
causa, attraverso il sindacato, alla Ramatex.
”Venerdì scorso sono stato a vedere dove alloggiavano – testimonia Kiros Sakarias,
anche lui membro del sindacato namibiano – non ho creduto ai miei occhi. Quei
poveretti vivevano ammassati a decine in stanzoni sudici pieni di scarafaggi,
in condizioni igieniche pietose. Erano depressi e demoralizzati, consapevoli di
essere stati vittime di una maxi-truffa consumatasi sulle loro spalle. Come sindacalisti
siamo arrabbiati e delusi con queste multinazionali che sfruttano l’immigrazione
e che danno una cattiva immagine del nostro paese. La Ramatex ha violato troppe
norme che regolano i diritti dei lavoratori. Lo ha fatto con il tacito consenso
di alcuni membri del ministero dell’Industria. Ora stiamo premendo perché risponda
alla legge e ai suoi operai delle proprie malefatte. Non sarà facile”.
Pablo Trincia