16/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Lavoratori bengalesi licenziati da società malesiana

Cercare lavoro all’estero per sfuggire alla miseria e sperare di costruirsi un futuro. E scoprire di essere vittima di una truffa internazionale, dalla quale si esce più poveri di prima.

Giorni fa, in Namibia, centinaia di operai provenienti dal Bangladesh venivano licenziati dalla società tessile malesiana dalla quale erano stati assunti alcuni mesi addietro. Si erano lamentati delle condizioni di lavoro alle quali erano stati sottoposti. Dello squallore dei propri alloggi. Dell’ammontare della propria paga. Tutto diverso da quello che era stato loro promesso. E soprattutto del fatto che avevano pagato ad alcuni agenti ben 3500 dollari – una vita di risparmi – per attraversare l’Oceano Indiano ed essere assunti in una ditta, lavorando nella quale avrebbero potuto mantenere a distanza le proprie famiglie.

Una grossa società tessile malesiana, si diceva. La Ramatex. Sedi in tutto il mondo, clienti multinazionali e multimilionari: Puma, Nike, Adidas, per citarne alcuni. Una sede e una fabbrica in Namibia, dove non lavorano namibiani, ma operai con passaporto bengalese o del sultanato del Brunei. Per quale motivo?
I sindacati dei lavoratori della Namibia si sono interessati alla vicenda, entrando in contatto con gli immigrati e scoprendo una vera e propria rete internazionale di traffico e sfruttamento in cui la Ramatex ricoprirebbe un ruolo centrale.

I bengalesi, in cerca di lavoro nel loro paese già poverissimo, avevano letto sui giornali locali alcuni annunci che pubblicizzavano società di reclutamento per operai che volessero trascorrere dei periodi di lavoro all’estero. Tra queste spiccano due nomi: la Eastern Overseas e la Bay Eastern. Messisi in contatto con il broker di una di queste società, che altro non sarebbero se non joint venture di cui la stessa Ramatex fa parte, gli ignari bengalesi si sono visti chiedere 3500 dollari a testa per andare in Namibia e lavorare in una fabbrica di tessuti. La cifra comprendeva le spese di viaggio, vitto e alloggio. In cambio avrebbero ricevuto un salario di 300 dollari al mese. Al termine del primo anno avrebbero recuperato tutti i soldi investiti. La stessa promessa, con modalità e termini molto simili, era stata fatta ad alcuni cittadini del sultanato del Brunei.

Una volta arrivati in Africa, gli sventurati operai asiatici hanno scoperto che la realtà era ben diversa da quella che era stata loro promessa. La paga era di 75 dollari al mese e quindi sarebbero stati costretti ad almeno 4 anni di lavoro per ripagare la spesa che avevano affrontato. ”Sono arrivati in un paese che non conoscevano, aspettandosi un trattamento equo”, spiega Evilastus Konde, sindacalista dell’Unione nazionale dei lavoratori namibiani, “in realtà sono stati truffati sin dal momento in cui hanno lasciato il proprio paese. Hanno protestato, sono stati licenziati in tronco ed espulsi dalla Namibia. La Ramatex dice che non erano specializzati, ma è ugualmente coinvolta in questo affare losco. Li sfrutta a dovere, poi li caccia. E loro non riavranno quei 3500 dollari”.

Nelle ultime ore, più di 300 tra asiatici del Bangladesh e del Sultanato del Brunei sono stati fatti rimpatriare. Altri 66 sono ancora in Namibia, avendo fatto causa, attraverso il sindacato, alla Ramatex.
”Venerdì scorso sono stato a vedere dove alloggiavano – testimonia Kiros Sakarias, anche lui membro del sindacato namibiano – non ho creduto ai miei occhi. Quei poveretti vivevano ammassati a decine in stanzoni sudici pieni di scarafaggi, in condizioni igieniche pietose. Erano depressi e demoralizzati, consapevoli di essere stati vittime di una maxi-truffa consumatasi sulle loro spalle. Come sindacalisti siamo arrabbiati e delusi con queste multinazionali che sfruttano l’immigrazione e che danno una cattiva immagine del nostro paese. La Ramatex ha violato troppe norme che regolano i diritti dei lavoratori. Lo ha fatto con il tacito consenso di alcuni membri del ministero dell’Industria. Ora stiamo premendo perché risponda alla legge e ai suoi operai delle proprie malefatte. Non sarà facile”.

Pablo Trincia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità