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"Sono stato vicino all’esecuzione e ho provato il tormento di dire addio alla mia famiglia tre volte negli ultimi due anni, e ora potrei rivivere quel trauma. E’ una cosa che non augurerei al peggiore dei miei nemici, e sapere di essere innocente aggrava l’ingiustizia di cui sono vittima". Questa la dichiarazione di Troy Anthony Davis, condannato nel braccio della morte dal 1991 con l'accusa di aver ucciso Mark McPhail, un poliziotto, nello Stato della Georgia. Sulla sua colpevolezza, però, esistono molti dubbi, visto che le prove che inchiodano Troy sono molto labili. La sua storia, grazie all'impegno di Amnesty International, ha fatto il giro del mondo e Troy è diventato una bandiera per quanti chiedono l'abolizione della pena di morte.
PeaceReporter ha intervistato Roberto Decio, membro del coordinamento nazionale pena di morte, di Amnesty International.
Quali sono le prove che accusano Troy?
Troy Davis ha 42 anni, è nel braccio della morte dal 1991, da 19 anni, per un omicidio commesso nel 1989. E' stato accusato dell'omicidio di un poliziotto, nel comune di Savannah, in Georgia. Troy è stato incolpato sulla base di esclusive prove testimoniali, testimonianze oculari, offerte da personale non appartenente alla polizia che ha favorito la ricerca spasmodica di un colpevole, il classico capro espiatorio. Su queste testimonianze hanno fatto leva i vari procedimenti d'appello.
Quante sono queste testimonianze?
Nove, ma è bene aggiungere che non c'è un'arma nel delitto, un corpo del reato e non sono mai state fatte prove del Dna sul corpo del morto. Non esistono, quindi, né armi, né prove fisiche della sua colpevolezza. Nel corso degli anni, inoltre, sette dei nove testimoni hanno ritrattato o si sono contraddetti. Gli altri due che non hanno cambiato la propria versione sono il probabile colpevole, un certo Sylvester Cole, che avrebbe consegnato Troy alla giustizia e una persona che ricorda solo il colore rosso della maglietta che indossava il colpevole. Esistono solo prove indiziarie, molto deboli. E' necessario riaprire il processo.
C'è una data fissata per una nuova esecuzione?
Al momento no, è tutto sospeso. Oggi si è aperto questo importante incidente probatorio nel quale Troy e i suoi legali potrebbero portare evidenze che all'epoca del processo non potevano essere assunte a sua discolpa. Queste evidenze consistono proprio nella ritrattazione delle sette testimonianze.
Qual è la posizione di Troy in questo incidente probatorio?
Molto delicata. Troy non parte come presunto innocente, ma come imputato condannato che deve convincere la corte della sua innocenza e dimostrare che esistono prove, all'epoca non valutate, che lo scagionano. Se queste prove verranno accolte, si potrebbe avviare un nuovo processo, commutare la condanna a morte, fissare un'altra data di esecuzione o addirittura liberare Troy. Tutte le strade sono aperte e anche i tempi di decisione del giudice sono incerti.
Perché Troy è diventato un simbolo?
Perché c'è una forte presunzione di innocenza e la condanna a morte è irrevocabile. Il rischio è uccidere un innocente. Poi perché è il classico caso di discriminazione, di legge applicata con due pesi e due misure rispetto a persone che sono di colore e non hanno la disponibilità economica per potersi permettere un'applicazione più corretta della giustizia. In Georgia, se un uomo di colore uccide un bianco, ha tre volte la possibilità di essere condannato a morte, rispetto a uno che non lo è. Per molti anni, inoltre, Troy, a causa della sua condizione economica, non ha potuto avere accesso a un difensore, a qualcuno che si occupasse del suo caso. Il razzismo, la discriminazione, il mancato accesso a una difesa efficace e la presunzione di innocenza ne hanno fatto una bandiera per Amnesty e per tutti gli oppositori della pena di morte nel mondo.
Benedetta Guerriero
Parole chiave: Troy Anthony Davis, Georgia, pena di morte