22/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il giovane si sarebbe tolto la vita dopo solo quattro giorni di detenzione

Fermato per una rapina, Carmelo Castro, di soli 19 anni, non è più tornato a casa. Una volta entrato in carcere, il ragazzo non ne è mai più uscito. Cosa sia successo esattamente all'interno di piazza Lanza, il penitenziario di Catania, nessuno lo sa.

I fatti risalgono al marzo 2009 quando il giovane viene fermato per aver compiuto la rapina che gli è costata la vita. Secondo la versione fornita dalle autorità penitenziarie, Carmelo sarebbe morto per le ferite procuratesi in seguito all'impiccagione nella sua cella. Il ragazzo avrebbe compiuto il gesto dopo solo quattro giorni di detenzione, il 28 marzo 2009. “La morte – si legge nel reperto dell'autopsia – è avvenuta per asfissia da impiccamento”. Carmelo si sarebbe ucciso, attaccando il lenzuolo allo spigolo della branda. Il pubblico ministero vorrebbe archiviare il caso come suicidio, ma i familiari si oppongono e chiedono la riapertura delle indagini. “Carmelo – dice Grazia La Venia, madre del giovane – non aveva alcun motivo di suicidarsi. Era un ragazzo molto tranquillo, faceva lavori saltuari e stava spesso a casa”. I dubbi dei familiari sono dovuti alla foto segnaletica che ritrae il ragazzo col volto tumefatto. Secondo i parenti, Carmelo avrebbe subito dei maltrattamenti. “Nella foto - continua la donna - mio figlio ha le labbra gonfie, l'occhio nero, l'orecchino rotto, le orecchie strappate, i vestiti sporchi di sangue. Non poteva fare tutto da solo. Non penso, poi, che mio figlio faceva un'abbondante mangiata prima di suicidarsi, visto che nello stomaco gli hanno trovato pezzi di carne e patate non digeriti. Non si trova neppure il lenzuolo con cui si è impiccato e le guardie che dovevano sorvegliarlo 24 ore su 24 dov'erano? Non metto in dubbio che abbia commesso la rapina, tutti possiamo sbagliare, ma non meritava di pagare con la vita”.

La donna accusa anche la mancanza di collaborazione delle forze dell'ordine, che non sarebbero state in grado di fornirle una versione chiara dell'accaduto. “Una volta che hanno portato Carmelo in caserma – conclude Grazia - gli agenti mi avevano detto di stare tranquilla, che era una ragazzata e che Carmelo sarebbe tornato a casa tra mezz'ora. Sono rientrata e, poco dopo, mi è arrivata una telefonata, per informarmi che mio figlio non voleva collaborare e che lo trattenevano. Dove non mi è stato detto. Dopo l'arresto non ho mai più rivisto mio figlio, se non da morto. Voglio sapere solo la verità, capire cosa è successo in questi quattro giorni”.

Perplessità su quanto accaduto a Castro, sono state espresse anche dall'associazione Antigone, contattata dal padre della vittima, che parla di inchieste svolte in maniera sbrigativa e sommaria. “Dalle indagini – afferma Stefano Anastasia, difensore civico di Antigone – non risultano elementi particolari, ma non è stato fatto tutto il possibile per scoprire la verità e le foto mostrano che il ragazzo non è stato trattato bene. Ora si sta cercando di bloccare l'archiviazione del caso per fare indagini sugli abiti di Carmelo e raccogliere le testimonianze dei suoi compagni di cella. Procedure che non erano state fatte in precedenza”. Quel che è più preoccupante, secondo Anastasia, è l'assoluta mancanza di attenzione e informazione su questo episodio, dovuta all'umile origine di Carmelo. “E' presto – conclude Anastasia – per dire la verità sui fatti, ma quando penso alla storia di Carmelo, mi viene in mente Stefano Cucchi, che proveniva da un contesto familiare meno fragile e aveva delle maggiori risorse culturali per chiedere giustizia. A Carmelo manca perfino questa possibilità”.

Benedetta Guerriero

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