23/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un convegno sulla radio ha riunito esperti, giornalisti e operatori umanitari.
Un giornalista radiofonico brasilianoQual è l'importanza dei mass-media, e soprattutto del mezzo radiofonico, nella costruzione e nello sviluppo della democrazia? E' una domanda alla quale hanno cercato di rispondere giornalisti, professori universitari, tecnici e operatori umanitari riuniti a convegno questa settimana all'università Iulm di Milano. L'incontro, organizzato da RadioPopolare, si è articolato attraverso tre giorni di discussioni e tavole rotonde alle quali hanno partecipato numerosi ospiti stranieri, da Josè Luis Del Roio del Forum mondiale delle Alternative a Dragan Petrovic, corrispondente da Belgrado di Radio Popolare. Particolarmente interessanti, per l'alto valore sociale che sta alla base della loro attività, sono state le testimonianze di giornalisti come Sergio Gomes di Radio Oborè, rete radiofonica brasiliana di 'comunicazione popolare', o di Johan Deflander, di 'Rwandan reconciliation radio', emittente per la riconciliazione tra Hutu e Tutsi in Ruanda. Oppure l'esperienza di radio 'Bio-Bio'a Santiago del Cile e di radio 'Oxy-Jeune' di Dakar, importanti voci comunitarie o indipendenti che svolgono fondamentali funzioni di servizio per la popolazione locale. O ancora, RadioRadionica, progetto di messa in rete di emittenti balcaniche finanziato dalla Commissione europea e coordinato da Radio Popolare. Ma il rapporto tra mass-media e democrazia è stato indagato in modo particolarmente efficace soprattutto dal professor Giovanni Cesareo, docente di Comunicazione di massa al Politecnico di Milano. Pubblichiamo di seguito alcuni stralci del suo intervento.
 
Giovanni Cesareo"Comunicare, nel senso più autentico, significa mettere in comune: e per questo esige in primo luogo la partecipazione, alimento essenziale della democrazia comunicativa e della democrazia in generale. Purtroppo, attraverso i decenni, si è andati verso una sempre maggiore concentrazione della proprietà dei media e verso un consolidamento sempre più forte del broadcast, inteso come trasmissione a una via, dal centro alla periferia. Alla fine degli anni 70, il famoso Rapporto McBride affermava, concludendo l’analisi del sistema mondiale dei media, che 'alcuni controllano produzione e distribuzione, altri assorbono il flusso'. E' quello che, piaccia o no, si definisce 'imperialismo culturale'".
 
La rete della brasialiana Radio Oborè"Mentre da un canto si intensificano i processi di concentrazione, di crescente privatizzazione delle imprese di servizio pubblico, di mercificazione selvaggia dei contenuti, di crescente commercializzazione dell’accesso alle reti, d’altro canto emergono – lo vediamo anche qui in Italia – iniziative 'di base', di movimenti e di gruppi che pubblicano giornali, realizzano documentazioni filmate, costruiscono emittenti radiofoniche e televisive addirittura “di strada”, creano siti web e cercano di mettere in atto nuovi percorsi di comunicazione. Si tratta di iniziative che cercano di incrementare, in voluta controtendenza, quella che potremmo definire 'democrazia mediatica'. Credo che la radio sia tuttora il mezzo che offre il terreno più adatto e praticabile per informare e indagare sui processi sociali in atto, con immediatezza e ricchezza di elementi. E’ vero, siamo nell’epoca della multimedialità  e si potrebbe appunto ritenere che la radio in questa dimensione risulti carente, perché appunto non può veicolare l’immagine: ma in un sistema mediatico integrato, è anche vero che la radio può svolgere la sua funzione in modi e con un’ampiezza che altri media non sono in grado di perseguire".
 
Radio reconciliation in Rwanda"Quando si parla di pluralismo ci si riferisce, di solito, essenzialmente alla moltiplicazione dei canali: fingendo di ignorare che la crescente concentrazione della proprietà e del controllo delle imprese non contraddice affatto - anzi stimola - la moltiplicazione dei canali. Come sappiamo per esperienza in Italia, i canali si possono proficuamente moltiplicare anche nell’omologazione se non dei contenuti degli orientamenti e degli scopi commerciali. In realtà un autentico pluralismo non può che riferirsi all’accesso, cioè alla partecipazione dei soggetti sociali alla produzione dell’informazione e dei 'messaggi' in generale. Non per caso nello World Forum on Communication Rights si sostiene in generale non solo il diritto a essere informati ma anche il diritto a produrre informazione. Come è stato sottolineato nell’ultimo decennio da Marc Raboy, l'azione per la democratizzazione del sistema mediatico non può prescindere dalle strategie dei governi, dal policy-making: è un errore cercare di costruire un sistema indipendente che si collochi 'a parte', perché l'esito, in questo caso, sarà quello di esser repressi o, al meglio, emarginati. D'altro canto, anche per quanto riguarda l'esigenza fondamentale della partecipazione, nulla va dato per scontato. Non ci si si può illudere che il 'consumatore' sia lì pronto a diventare anche 'produttore': come ha scritto Paulo Freire nella sua bella introduzione al volume di Shirley White, 'Participatory Communication', la partecipazione è un lavoro, che va sollecitato, insegnato, organizzato e anche adattato alle diverse culture e strutture sociali perché sia effettivamente un seme fecondo di democrazia".

Luca Galassi

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