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Qual
è l'importanza dei mass-media, e soprattutto del mezzo
radiofonico, nella costruzione e nello sviluppo della democrazia? E'
una domanda alla quale hanno cercato di rispondere giornalisti,
professori universitari, tecnici e operatori umanitari riuniti a
convegno questa settimana all'università Iulm di Milano. L'incontro,
organizzato da RadioPopolare, si è articolato attraverso tre
giorni di discussioni e tavole rotonde alle quali hanno partecipato
numerosi ospiti stranieri, da Josè Luis Del Roio del Forum mondiale
delle Alternative a Dragan Petrovic, corrispondente da Belgrado di
Radio Popolare. Particolarmente interessanti, per l'alto valore
sociale che sta alla base della loro attività, sono state le
testimonianze di giornalisti come Sergio Gomes di Radio Oborè, rete
radiofonica brasiliana di 'comunicazione popolare', o di Johan
Deflander, di 'Rwandan reconciliation radio', emittente per la
riconciliazione tra Hutu e Tutsi in Ruanda. Oppure l'esperienza di
radio 'Bio-Bio'a Santiago del Cile e di radio 'Oxy-Jeune' di
Dakar, importanti voci comunitarie o indipendenti che svolgono
fondamentali funzioni di servizio per la popolazione locale. O ancora,
RadioRadionica, progetto di messa in rete di emittenti balcaniche
finanziato dalla Commissione europea e coordinato da Radio Popolare. Ma
il rapporto tra mass-media e democrazia è stato indagato in
modo particolarmente efficace soprattutto dal professor
Giovanni Cesareo, docente di Comunicazione di massa al Politecnico di
Milano. Pubblichiamo di seguito alcuni stralci del suo intervento.
"Comunicare, nel senso più autentico, significa mettere in comune: e per questo
esige in primo luogo la partecipazione, alimento essenziale della democrazia comunicativa
e della democrazia in generale. Purtroppo, attraverso i decenni, si è andati verso
una sempre maggiore concentrazione della proprietà dei media e verso un consolidamento
sempre più forte del broadcast, inteso come trasmissione a una via, dal centro
alla periferia. Alla fine degli anni 70, il famoso Rapporto McBride affermava,
concludendo l’analisi del sistema mondiale dei media, che 'alcuni controllano
produzione e distribuzione, altri assorbono il flusso'. E' quello che, piaccia
o no, si definisce 'imperialismo culturale'".
"Mentre
da un canto si intensificano i processi di concentrazione, di crescente
privatizzazione delle imprese di servizio pubblico, di mercificazione
selvaggia dei contenuti, di crescente commercializzazione dell’accesso
alle reti, d’altro canto emergono – lo vediamo anche qui in Italia –
iniziative 'di base', di movimenti e di gruppi che pubblicano giornali,
realizzano documentazioni filmate, costruiscono emittenti radiofoniche
e televisive addirittura “di strada”, creano siti web e cercano di
mettere in atto nuovi percorsi di comunicazione. Si tratta di
iniziative che cercano di incrementare, in voluta controtendenza,
quella che potremmo definire 'democrazia mediatica'. Credo che la radio
sia tuttora il mezzo che offre il terreno più adatto e praticabile per
informare e indagare sui processi sociali in atto, con immediatezza e
ricchezza di elementi. E’ vero, siamo nell’epoca della
multimedialità e si potrebbe appunto ritenere che la radio in
questa dimensione risulti carente, perché appunto non può veicolare
l’immagine: ma in un sistema mediatico integrato, è anche vero che la
radio può svolgere la sua funzione in modi e con un’ampiezza che altri
media non sono in grado di perseguire".
"Quando si parla di pluralismo ci si riferisce, di solito, essenzialmente alla
moltiplicazione dei canali: fingendo di ignorare che la crescente concentrazione
della proprietà e del controllo delle imprese non contraddice affatto - anzi stimola
- la moltiplicazione dei canali. Come sappiamo per esperienza in Italia, i canali
si possono proficuamente moltiplicare anche nell’omologazione se non dei contenuti
degli orientamenti e degli scopi commerciali. In realtà un autentico pluralismo
non può che riferirsi all’accesso, cioè alla partecipazione dei soggetti sociali
alla produzione dell’informazione e dei 'messaggi' in generale. Non per caso nello
World Forum on Communication Rights si sostiene in generale non solo il diritto
a essere informati ma anche il diritto a produrre informazione. Come è stato sottolineato
nell’ultimo decennio da Marc Raboy, l'azione per la democratizzazione del sistema
mediatico non può prescindere dalle strategie dei governi, dal policy-making:
è un errore cercare di costruire un sistema indipendente che si collochi 'a parte',
perché l'esito, in questo caso, sarà quello di esser repressi o, al meglio, emarginati.
D'altro canto, anche per quanto riguarda l'esigenza fondamentale della partecipazione,
nulla va dato per scontato. Non ci si si può illudere che il 'consumatore' sia
lì pronto a diventare anche 'produttore': come ha scritto Paulo Freire nella sua
bella introduzione al volume di Shirley White, 'Participatory Communication',
la partecipazione è un lavoro, che va sollecitato, insegnato, organizzato e anche
adattato alle diverse culture e strutture sociali perché sia effettivamente un
seme fecondo di democrazia".Luca Galassi