22/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Divise nella politica, unite per 90 minuti ieri a Città del Capo

La panchina nordcoreana

Il Mondiale è entrato nel suo dodicesimo giorno, quello della Verità per il Sudafrica. Oggi, i Bafana Bafana sono chiamati a invertire la sorte e a centrare una miracolosa qualificazione al secondo turno, vista la loro posizione in classifica. Chi invece non ce la farà sicuramente è la Corea del Nord, che ieri qui a Città del Capo ha rimediato una delle più sonore batoste nella storia della Coppa del Mondo. Ma la partita di ieri si presta ad altre considerazioni, più importanti ed extracalcistiche.

Ieri, al fischio finale, mentre tutto lo stadio festeggiava la goleada dell'armata portoghese, mi sono fermato a guardare i giocatori nordcoreani: accasciati al suolo, umiliati, sconfitti in una maniera che, a 40 minuti dalla fine, non era neanche lontanamente prevedibile. Sulle loro spalle si intuiva chiaramente il peso di una sconfitta che va al di là della dimensione sportiva. Per una nazione chiusa al mondo esterno come la Corea del Nord, i Mondiali sarebbero potuti essere un'occasione di rilancio della propria immagine che sicuramente il governo di Pyongyang non ha trascurato. Una chance per mostrare in chiave diversa un Paese che sale agli onori delle cronache solo per il suo brutale regime politico e le periodiche (sembra, vista l'impossibilità di verificare le informazioni) carestie.

Il Portogallo festeggia tra lo scoramento dei calciatori nordcoreaniNello sconforto degli undici giocatori in campo, ieri, poche persone hanno avvertito il peso della responsabilità che, la squadra stava sentendo. Provenienti da uno stato il cui governo è impegnato in periodiche manifestazioni di forza, i giocatori ieri hanno dato al mondo un'immagine totalmente opposta. Quella di una squadra modesta ma coesa, con grande spirito di corpo e dedizione, che per 50 minuti ha giocato quasi alla pari con i campioni portoghesi prima di cedere a debolezze molto umane: deconcentrazione e scoramento. Spero solo, e sono sicuro di non essere l'unico a pensarlo, che gli undici in campo non debbano pagare questa dimostrazione di normali limiti umani al ritorno in patria.

Ieri, all'entrata nello stadio, un'altra cosa mi ha colpito, stavolta in positivo. Nei giorni scorsi si è parlato di tifosi cinesi "affittati" dalla Corea del Nord per sostenere la squadra, visto che pochi nordcoreani hanno la possibilità di viaggiare. Ebbene, ieri allo stadio c'erano almeno tre macchie di tifosi "rosso vivo" che hanno sostenuto la squadra di Pyongyang dall'inizio alla fine: tra questi c'erano anche i "cugini" del sud, venuti per tifare Corea, qualsiasi essa sia, o anche solamente spinti dalla curiosità di vedere chi proviene dall'altra parte dell'ultima cortina di ferro ancora esistente. Una chance più unica che rara, oltre che paradossale visto il contesto in cui è avvenuta: a decine di migliaia di chilometri da casa, per due popoli separati solamente da qualche chilometro di zona cuscinetto.

E' stata un'immagine semplice e molto toccante. Soffocati dalla politica e dalle scelte dei propri governi, poche volte i popoli hanno la possibilità di fare sentire la propria voce e le proprie inclinazioni. Ieri è stata una di quelle occasioni: per quanto lontani possano essere a livello di sviluppo economico e di regime politico, i giocatori in campo e i tifosi rossi sugli spalti erano uniti da radici comuni, e da un senso di amicizia e unione che, pochi giorni fa, anche l'allenatore della Corea del Nord aveva messo in evidenza in conferenza stampa. C'è voluta una partita di calcio per ricordarlo al mondo.

Matteo Fagotto

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