21/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il destino del Governo di transizione è sempre più incerto

Il destino del Governo di transizione somalo è sempre più appeso a un filo. L'esecutivo non solo deve fare i conti con la minaccia esterna rappresentata dai miliziani dell'opposizione islamica, ma deve iniziare a preoccuparsi anche dei nemici interni. Nei giorni scorsi l'insoddisfazione crescente per la politica messa in atto dalle autorità ha raggiunto anche le guardie presidenziali che dovrebbero garantire la sicurezza del capo di stato, Ahmad Sharif. Stanchi di non ricevere lo stipendio, i soldati hanno bloccato tutti gli accessi che portano a Villa Somalia, sede della presidenza, e hanno minacciato l'uso della forza. La ribellione è stata domata sul nascere, grazie all'intervento delle truppe di Amisom, la missione dell'Unione africana, che hanno evitato ulteriori spargimenti di sangue.

A originare la rivolta, secondo quanto hanno riferito fonti locali, sarebbe stato il mancato pagamento di dieci mesi di lavoro. Accusa già sollevata nelle settimane scorse anche da alcuni esponenti del Governo di transizione somalo, in particolare da Yusuf Mohamed Siad, ex ministro della Difesa, dimessosi agli inizi di giugno, che aveva puntato il dito contro il premier Omar Abdirashid Sharmarke. Siad aveva più volte denunciato il comportamento del capo dell'esecutivo che negherebbe i fondi all'esercito, permettendo il progressivo avanzamento degli Shabaab e di Hizbul Islam, i due gruppi ribelli, di matrice islamica, che ormai controllano la quasi totalità della zona centrale e meridionale del Paese. La poca trasparenza economica e il venir meno dei fondi destinati all'addestramento e al pagamento delle truppe dell'esercito somalo erano già stati all'origine della crisi istituzionale che aveva scosso la nazione nella seconda metà di maggio. In quell'occasione più di duecento parlamentari avevano votato una mozione di sfiducia nei confronti del premier, grazie all'appoggio dell'ex presidente del parlamento, Sheikh Aden Madobe, e a Ahmad Sharif.

La convocazione della Conferenza internazionale sulla Somalia, tenutasi a Istanbul, aveva determinato una rapida risoluzione della crisi. Il vertice aveva confermato l'appoggio delle Nazioni Unite e della comunità internazionale al leader del Governo di transizione, ma a poco più di un mese, la situazione è ancora sul punto di esplodere. I rapporti tra il presidente somalo e il leader dell'esecutivo sono sempre più tesi e compromessi.

Nel frattempo. A causa del vuoto politico che si è venuto a creare, si rafforzano le forze dell'opposizione islamica che continuano a prendere potere e a imporre obblighi derivanti dalla sharia, la legge islamica, alla già stremata popolazione di Mogadiscio. Proprio in questi giorni gli esponenti di Hizbul Islam, dopo l'imposizione del velo per le donne, hanno annunciato l'obbligo per gli uomini di far crescer la barba, come previsto dalla tradizione islamica salafita.

Benedetta Guerriero

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