27/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un libro, tra fiction e inchiesta, sulle nuove armi tattiche nucleari

"Questo è dunque il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?". Questa domanda, posta nel documento Russell-Einstein e firmato nel 1955 da undici tra i grandi scienziati del tempo, è rimasta senza risposta.

Senza risposta. Un quesito che non ha mai perso d'attualità e che continua a riproporre il dilemma della guerra come strumento di soluzione delle controversie e degli armamenti, sempre più sofisticati, che vengono progettati. Tutto questo, come la lettera dei luminari del 1955 denunciava, complica sempre di più il rapporto tra scienza e uso delle innovazioni tecnologiche che i governi tendono a utilizzare per fini poco nobili. Un libro, tra fiction e inchiesta, s'immerge a fondo di una teoria nata per prestarsi alla lettura del complotto. Il segreto delle tre pallottole, edito da Verdenero, di Maurizio Torrealta ed Emilio Del Giudice, racconta della fusione fredda, nome attribuito a presunte reazioni nucleari ottenute a temperature molto più basse di quelle conosciute fin dalla apparizione di questa teoria, nel 1989, sulla scena scientifica mondiale. La fusione fredda, per sua stessa natura, è un processo che sembra prestarsi alle migliori sceneggiature di gialli e polizieschi, ma c'è ben poco da sottovalutare nel rischio potenziale di costruire (e usare) piccole bombe nucleari.
Torrealta, caporedattore di RaiNews24, con la sua squadra, si affianca in questo racconto a Del Giudice, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Nell'introduzione gli autori lanciano la loro provocazione: se con tante inchieste accurate non si è riusciti a far riflettere fino in fondo su certi temi, magari l'intreccio da interviste ed elementi reali con una trama di fantasia potrebbe ottenere una maggiore attenzione.

Crateri sospetti. Territorio minato, dove il giornalismo si confonde con la narrativa. Scelta rischiosa, ma coraggiosa. La struttura del libro, però, è ben salda nella sua anima investigativa e gli inserti letterari sono solo un raccordo tra date, interviste e fatti che parlano da soli. Arrotolandosi attorno a un telaio che comincia a muoversi durante la Guerra del Golfo, nel 1991. Una bomba mai vista prima colpì Bassora, in Iraq, dove ancora oggi i bambini nati dopo quel grande bagliore portano sintomi niente affatto spiegabili con gli effetti delle armi convenzionali. Lo stesso è accaduto in Libano, nel 2006, dove l'esercito israeliano colpì nella zona di Khiam, o nel 2009 a Gaza, dove le ferite erano molto, ma molto particolari. E ancora in Kosovo, o in Afghanistan. Domande senza risposta, ma la tesi sulla quale i cronisti e lo scienziato invitano a riflettere con il loro racconto è che il cosiddetto ‘uranio impoverito', elemento con il quale viene spiegata le crescente forza d'impatto di determinate armi, non sia invece ‘uranio arricchito', capace di generare un'esplosione atomica controllata. Un'arma micidiale, che non si limita a uccidere il nemico, ma ne condanna le generazioni successive per anni. Una risposta dei governi manca, mentre continuano a morire civili nelle zone colpite dagli ordigni di nuova generazione - anche anni dopo il conflitto - e militari che hanno operato in quei teatri. Una catena di lutti, nella quale s'inseriscono anche più di un personaggio del mondo della scienza che si è trovato a maneggiare il tema scottante della fusione fredda. Una serie di avvenimenti che, come la domanda di Russell ed Einstein, merita una risposta. Che riguarda tutti noi.

 

Christian Elia

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