28/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Fra artigianato indios, corsi d'informatica e una clinica orgoglio e simbolo dell'autonomia zapatista
dal nostro inviato
Alessandro Grandi
 
 
 
Un reportage dai cinque Caracoles del Chiapas zapatista.
  
I cinque punti di incontro sociale politico e culturale dell’autonomia zapatista, che si chiamavano “aguacalinetes” e che dal 2003 si chiamano Caracoles, sono la linfa vitale del movimento capeggiato dal Sub Comandante Insurgente Marcos e dal manipolo di comandanti che gli stanno a fianco.
  
Peacereporter ha fatto un viaggio in Chiapas, regione meridionale del Messico, al confine con il Guatemala, per conoscere la reale situazione della popolazione indigena, discendente dei Maya, che il 1° gennaio del 1994 fece il famoso "levantamiento": una vera rivoluzione per chiedere il riconoscimento dei loro diritti.
  
Gli indigeni da oltre 500 anni si ribellano alle oppressioni dei "conquistadores". Oggi come allora, la battaglia è quella per la proprietà delle terre nelle quali vivono da millenni, e per il diritto a vivere nel pieno riconoscimento della loro autonomia. A cominciare dalla sanità e dall’educazione.
  
 
 
Una delle scuole del caracol
Oventic è il caracol numero 1 che abbiamo visitato ed è il più vicino alla città di San Cristobal de las Casas. E' anche il caracol più frequentato dal turismo di massa, tanto da aggiudicarsi l'appellativo di Oventic City.

Il Caracol.
Per raggiungerlo da San Cristobal de las Casas, occorre un'ora di strada. Dopo un'interminabile serie di tornanti, accompagnati da panorami mozzafiato che ti portano ad un'altitudine di circa 2500 metri sul livello del mare, si arriva a Oventic. Qui le nuvole sono basse e il freddo si fa pungente, nonostante la piena primavera.
All'ingresso, un cancello sgangherato con due guardiani che a turno controllano chi entra e chi esce. Entrare però non è così difficile: non chiedono i documenti.
La caratteristica principale di questo caracol è una grande discesa che termina in un campo da basket, dove due squadre di ragazze stanno disputando un'accesa Il cartello che indica il territorio zapatistapartita. Sono tutte quante vestite in abiti tradizionali indigeni, non proprio adatti a un'attività fisica. Stupisce il fatto che molte di loro non abbiano ai piedi nemmeno un paio di scarpe.
Sulla destra, in cima al caracol e in prossimità dell'ingresso, c'è un negozio gestito dalla cooperativa delle mujeres (le donne). Abiti dai colori sgargianti, coperte altrettanto colorate e artigianato indigeno sono i prodotti in vendita a prezzi veramente irrisori.
I proventi vanno alla comunità, che li destina alle attività più disparate. A spiccare in mezzo a tanta creatività il figlio di una ragazza indigena: Josè, due anni e uno sguardo da adulto di una bellezza unica.
Sulla sinistra la tienda cafeteria.
A turno i compas (i "compagni" zapatisti) si alternano per vendere i prodotti. Scarpe autoprodotte, compact disc musicali o con discorsi politici di Che Guevara e del Sub Comandante Insurgente Marcos sono i prodotti più esposti. Ma c'è anche del caffè e qualcosa da mangiare, insieme agli immancabili passamontagna (diventati forse un po' commerciali) dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Di fronte alla caffetteria c'è una casetta di legno colorata e piena di murales inneggianti all'autonomia zapatista, che viene utilizzata come aula di scuola. All'interno si svolgono i corsi di informatica gestiti da un ragazzo statunitense grande e grosso.
Questo è un caracol che ospita molti osservatori internazionali, in particolare italiani, belgi e baschi.

La cooperativa delle donne La commissione di vigilanza. In questo punto di incontro la commissione di vigilanza, che ha lo scopo di accogliere o respingere i visitatori, si presenta incappucciata. Dopo un primo momento di smarrimento dovuto appunto a quei neri passamontagna, ci si fa l'abitudine e ci presentiamo.
La commissione è di una gentilezza disarmante ed ecco che lo smarrimento lascia spazio alla gioia e alla consapevolezza profonda di quanto qui si stia vivendo. Nonostante non abbiano un volto né un nome, ci sentiamo a nostro agio, quasi come a casa. "Benvenuti, siamo felici di accogliervi" ci dicono.

La clinica Guadalupana La clinica. E' proprio in questo caracol che ha sede la famosa clinica La Guadalupana, inaugurata nel 1992 da Anastasio, un uomo piccolino dagli occhi languidi per il bruciare del sole, con immancabili baffetti e un altrettanto immancabile sorriso reso argentato dal dentista e luminoso dall'esperienza.
La clinica è abbastanza ben messa. Uno studio dentistico, gratuito per gli zapatisti, uno studio oftalmico altrettanto gratuito e una zona dedicata alla ginecologia. Non è ancora completa, mancano molti medicinali e moltissimi materiali, ma stanno per finire anche i lavori di costruzione della sala operatoria.
"Purtroppo saremo costretti a rifarla in parte" dicono, "ci siamo accorti che così non combaciano le prese elettriche, ma non ci metteremo tanto tempo. E' questione di pochi mesi".
La Guadalupana è fornita di una piccola farmacia con i rari medicinali della solidarietà internazionale. In compenso, ha una grande dispensa di prodotti di erboristeria espressione della medicina tradizionale. "Le piante per questo genere di cure le andiamo a cercare nella selva e quando non le troviamo le compriamo" dice Lucio, un ragazzo con gli occhialini alla John Lennon, che si occupa del laboratorio di analisi. La clinica, è l'orgoglio di questo caracol ed è il simbolo della loro autonomia.
Una autonomia che per cinquecento anni i conquistadores non hanno mai smesso di voler cancellare. 
Categoria: Popoli
Luogo: Messico
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