23/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Sudan si paga anche per andare a trovare i malati in ospedale
scritto per noi da
Marco Rivolta
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Sudanesi in attesa di entrare in un ospedale. Foto di Emergency. “L’ingresso è a pagamento!” borbotta assonnato, da sotto il turbante, l’uomo in jalabia (la tradizionale tunica bianca sudanese) che siede accanto all’entrata. Allungando il braccio, mi ha sbarrato il passo. Resto lì, disorientato, con l’espressione un po’ ebete di chi teme di non aver capito. Interrogo con lo sguardo Selma e Joseph, che purtroppo confermano: chi si reca in visita ai piccoli pazienti ricoverati nell’ospedale pediatrico del governatorato di Khartoum deve pagare il biglietto d’ingresso. Ammutolisco sbalordito. Pochi secondi, e la mia calma apparente si trasforma in un fiume in piena. In italiano, in inglese, anche nel mio improbabile arabo esprimo il mio disappunto, la mia sorpresa, la mia indignazione, senza mezzi termini, senza sconti. Mi rifiuto di pagare e pretendo per me e per i miei accompagnatori entrata libera.
Un po’ arrosisco, in fondo in questo paese sono ospite, non mi piace perdere le staffe, non amo le liti e l’intransigenza. Ma questa volta il limite è davvero superato.

Salute a pagamento. In ospedale, a Khartoum, in questo ospedale, in ogni ospedale pubblico della capitale del Sudan i pazienti, i malati non hanno diritti. Tutto si paga. E chi non può permettersi di pagare, resta fuori. In pronto soccorso si pagano la visita, i farmaci, le flebo, le siringhe e i cerotti. Si pagano gli esami, si paga il ricovero e – una volta ricoverati – non si ha diritto a nulla. Non solo non si ha diritto ai medicinali necessari, ma nemmeno alle lenzuola, al cibo, all’acqua. Tutto si paga. E tutto deve essere portato ogni giorno, all’interno, dai parenti, dalle mamme, dai papà che sono così costretti a transitare davanti all’uomo in jalabia e pagare ogni volta il biglietto d’ingresso. In Sudan la salute è a pagamento, la salute è riservata ai ricchi.

Capanne di fango e stracci in un campo profughi in Sudan. Foto di Emergency. Piccolo grande amico. Supero l’entrata e finalmente raggiungo il letto di Mathian, mio giovane amico. Incontro Mathian ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera. Vive per strada, la sua capanna di fango e stracci è a pochi metri dalla mia abitazione, dal mio ufficio. Ha circa quattro anni, occhi grandi e intelligenti, e ogni giorno mi aspetta fuori del cancello per barattare il suo grande sorriso con un frutto o un bicchiere d’acqua. Mi presenta i suoi amici, mi mostra gli ultimi oggetti trovati per strada, e a volte ci sediamo insieme a disegnare le macchine che passano o le case che ci circondano, e sogna un giorno di poterci vivere dentro. Vive insieme ai genitori e a uno zio in una sorta di capanno di fortuna, meno di una baracca, un tugurio di fango e stracci addossato a un muro di una casa in costruzione in una delle cosiddette squatter areas della periferia di Khartoum. Meno di otto metri quadrati per quattro persone. Sono centinaia di migliaia i sudanesi che, in fuga dalla guerra civile che insanguinava il Sud del Paese, una decina di anni fa hanno raggiunto la capitale, dove hanno trovato ad attenderli miseria e disperazione, povertà e abbandono, indigenza e intolleranza. Non sono arabi, non sono musulmani, il governo non ne vuole sapere e loro sopravvivono fra polvere e rifiuti ai margini dei tentacoli in costruzione lungo i quali si espande la leggendaria Khartoum, là dove il Nilo bianco incontra il Nilo Azzurro, dove i fiumi si uniscono, si fondono, e procedono poi in un unico serpente di acqua e vita verso il suo delta.

Profughi sudanesi. Foto di Emergency. Broncopolmonite acuta. L’inverno è duro nella capanna, e un giorno Mathian non si presenta al nostro consueto appuntamento, e neppure l’indomani. Passano i giorni e di lui nessuna traccia. Decido di andarlo a cercare. Lo trovo riverso su una stuoia all’esterno della sua capanna. I suoi occhi immobili e inespressivi fanno capolino di sotto una montagna di stracci sporchi e maleodoranti. Trema come una foglia, scotta, il viso emaciato e la pelle disidratata. Selma mi aiuta a comunicare con i suoi genitori. Da cinque giorni, mi dicono, non mangia e le sue condizioni peggiorano sempre più. Non lo hanno portato da un dottore, perché non hanno denaro sufficiente a pagare una visita che da sola costerebbe 5mila dinari, un quarto del loro misero reddito mensile. Non gli hanno dato alcuna medicina, per la stessa ragione. Non c’è tempo da perdere: convinciamo i genitori a lasciarci prendere cura di lui. Lo portiamo da un pediatra e la diagnosi di broncopolmonite acuta non lascia adito a dubbi: ricovero immediato. Sono circa le dieci di sera quando in una stanza di pronto soccorso, in condizioni di igiene e pulizia indecenti, Mathian viene pesato e misurato con cura, mentre acquistiamo presso il dispensario interno dell’ospedale i farmaci, le flebo, le siringhe e tutto ciò che è compreso nella lunga lista redatta dai medici. Poi gli esami, le radiografie che “è meglio fare qui fuori dall’ospedale, nel laboratorio privato qui di fronte, al di là della strada – dice la responsabile della radiologia – perché le nostre macchine non funzionano molto bene…”. Verso mezzanotte Mathian viene ricoverato. C’è un’ultima spesa: la cartellina di plastica che contiene il foglio su cui viene registrata la diagnosi, la cura e la temperatura di quello che non è più un bimbo malato, bisognoso di assistenza e di cure, ma un fagotto moribondo su cui lucrare, guadagnare e speculare il più possibile.

Biglietto, prego. L’indomani, mentre accompagniamo Joseph, il padre di Mathian, da suo figlio, e portiamo cibo, acqua e medicinali per il nostro piccolo amico e per la madre Anna rimasta con lui, l’ultima amara sorpresa, la più sconcertante, la più incredibile: il biglietto di ingresso. “E’ l’unico modo per finanziare il magro bilancio dell’ospedale – ci dicono – poiché i fondi pubblici vengono utilizzati per costruire cliniche moderne, costosissime e lussuose, riservate ai funzionari pubblici, alla polizia, ai corpi dell’esercito, o a chi è parte del grande business del petrolio sudanese…”. Dopo sei giorni Mathian esce dall’ospedale camminando sulle sue gambe malferme. Questa volta ce l’ha fatta, è tornato a casa, o meglio alla sua baracca. E’ tornato a regalare sorrisi in cambio di acqua e a rincorrere gli altri bimbi nello spiazzo arido e polveroso di fronte a casa. Almeno fino al prossimo inverno.

 
Categoria: Bambini, Salute
Luogo: Sudan
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