16/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo è appeso a un filo: la prossima settimana alla Camera potrebbe mancare l’appoggio necessario per trasformarlo in legge

La Spagna di Zapatero ha approvato per decreto legge la riforma del lavoro. Nei giorni scorsi il governo si era più volte seduto al tavolo con i rappresentanti delle imprese e con quelli delle parti sociali, presentando diverse bozze di riforma, ma tutti i tentativi erano finiti con un nulla di fatto.
La data di oggi era stata fissata da Zapatero come termine ultimo in cui il governo avrebbe approvato la riforma con o senza il consenso delle parti in causa. Il problema resta, però, l’approvazione della Camera dei Deputati, prevista per il prossimo 22 giugno: per ottenerla l’esecutivo ha bisogno dell’appoggio di almeno due dei gruppi parlamentari dei principali partiti nazionalisti e cioè Baschi, Catalani e Canari. Ma il premier spagnolo per ora non ha ottenuto l’appoggio di nessun gruppo parlamentare, al netto del giro di consultazioni delle ultime ore.

Un capitolo a parte riguarda il Partito Popolare: durante l’incontro tra il ministro del Lavoro Corbacho e il portavoce economico del PP Montoro i socialisti avevano anticipato alcuni dei punti fondamentali del testo che si stavano accingendo ad approvare per decreto, nella speranza di ottenere un appoggio parlamentare. Nella settimana di tempo che intercorre tra l’approvazione del decreto e la ratifica in Parlamento, infatti, il testo entra in vigore a tutti gli effetti e non può essere modificato, tuttavia nel caso del raggiungimento di un accordo con altri gruppi politici l’esecutivo potrebbe impegnarsi ufficialmente a introdurre delle modifiche in una fase successiva all’approvazione parlamentare, quando il decreto si trasformerebbe in un progetto di legge e sarebbe possibile introdurre emendamenti. La posizione del partito di destra, però, non è cambiata rimanendo ferma sull’astensione.
La battaglia, dunque, per accaparrarsi il favore dei gruppi parlamentari entro la prossima settimana si fa dura e, oltre al governo, vede in campo le pressioni e gli interessi anche dei rappresentanti delle imprese e dei sindacati.

Sulla situazione economica spagnola e sulla percezione delle riforme da parte dei cittadini PeaceReporter ha intervistato David Cano, Direttore generale di Afinet Global, divisione del Gruppo Afi (Analistas Financieros Internacionales) specializzata in consulenza e gestione di patrimoni e fondi di investimento e pensione.
Afi è un ente spagnolo specializzato in consulenza economico finanziaria e formazione, fondato nel 1987 da alcuni professori dell’Universidad Autonoma de Madrid, presieduto da Emilio Ontiveros.

Cosa sta succedendo esattamente in Spagna, visto il difficile quadro economico internazionale?
La Spagna risente sicuramente del cattivo clima economico internazionale, ma se cerchiamo le cause specifiche dobbiamo guardare ad alcune peculiarità degli ultimi anni nel nostro Paese. Qui da noi c’è stato un assestamento del mercato immobiliare, una crisi del mattone, che insieme a un calo dei consumi ha fatto da innesco alla crisi economica, creando un differenziale di crescita nel sistema economico del Paese.
Ora il governo spagnolo non può elevare la pressione fiscale, che è già alta. Deve piuttosto operare dei tagli sulla spesa pubblica. D’altronde la situazione è difficile, l’economia è ancora in un momento di sofferenza, non solo in Spagna ma anche nel resto d’Europa.

Perché siete tra i Paesi che vengono annoverati tra quelli “a rischio”, di cui si parla come possibili candidati a percorrere lo stesso calvario della Grecia?
Noi abbiamo un problema di fondo: soffriamo di una minore credibilità da parte degli investitori internazionali e delle agenzie di rating rispetto ad altri Paesi europei, dai quali invece, in realtà, non siamo poi così distanti. È una questione di reputazione. Cinque anni fa la situazione era differente, la posizione della Spagna era quasi invidiabile, ma ora non è buona.

Qual è la differenza principale tra Spagna e Italia?
La differenza principale con l’Italia sta proprio in questo, nella mancata fiducia dei mercati. Non è una questione di contenuto, non è un problema di sostanza, quanto di percezione della stabilità. I nostri conti non sono messi così male. Ma oggi per i mercati conta moltissimo quello che viene percepito.

Cosa pensa della politica del governo Zapatero, dei tagli e delle riforme?
Quello che Zapatero sta tentando di fare è consolidare i conti pubblici, e per me sta facendo bene.
I tagli sono condizioni necessarie, ma non sufficienti. Di sicuro non basteranno da soli a garantire la ripresa, ma senza un intervento non c’è via d’uscita. Sono tutte misure necessarie, bisogna soffrire un po’, ma non penso che Zapatero stia sbagliando approccio.

Com’è in questo momento il clima sociale in Spagna: c’è stato lo sciopero dei funzionari ed è stato annunciato uno sciopero generale, si cominciano a scaldare gli animi?
Il clima sociale in Spagna non è rovente e tanto meno direi che si sta scaldando, per il momento. La situazione non è così grave e la gente capisce che le misure che vengono prese dal governo sono necessarie. I cittadini sono consapevoli dell’urgenza della manovra, del fatto che in una qualche misura bisogna stringere la cinghia. Da parte della società spagnola c’è la coscienza diffusa degli effetti positivi che il sacrificio attuale potrà avere.

Alessandro Micci