29/03/2004
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Dal Bangladesh a Roma, via Bucarest. La storia di un profugo
Per gli stranieri che arrivano in Europa la vita è difficile. Alcuni di
loro hanno fortuna, molti altri no. Questa è la storia di un cittadino
del Bangladesh.
“Sono arrivato in Italia nel 1991. Il mio Paese aveva relazioni
diplomatiche con la Romania e così era possibile entrarci col solo
visto turistico. Da Bucarest, passando per la ex Jugoslavia, sono
riuscito ad arrivare a Roma”.
Arman Uddin racconta la sua vicenda. Sembra quasi di riascoltare le
epopee che, al tempo della forte emigrazione italiana verso gli Stati
Uniti, crearono la leggenda dello "zio d’America".
“Per il mio popolo la famiglia è uno dei cardini essenziali della
società – continua Arman – e avevo dei parenti che già vivevano qui. Fu
facile trovare casa, andai da loro. Eravamo in otto, nove persone, la
casa era piccola e l’affitto alto. Lo dividevamo e riuscivamo a
farcela. Cominciai subito a lavorare ad un semaforo, vendevo
fazzolettini di carta e accendini. Andavo vicino alla stazione Termini
e compravo la merce dai grossisti italiani, mi cercavo un incrocio di
grande traffico e passavo la mia giornata lì”.
L’immigrazione è un fenomeno complesso e non di rado genera forme
esplicite o latenti di razzismo. I contorni di questo ormai
incontenibile spostarsi di cittadini da un continente all’altro sono
sfumati e difficili da definire. Raggiunta la meta, i viaggiatori
poveri e clandestini diventano subito clienti del mercato locale.
Seppur discriminati, senza permesso di lavoro, senza documenti e senza
garanzie sociali, trovano un alloggio offerto a cifre nettamente più
alte di quelle abituali. Non sono regolari e alcuni proprietari di casa
trovano il modo di trarne vantaggio. La mercanzia, che rivendono con
margini di guadagno bassissimi, è recuperabile in negozi quasi
specializzati, gestiti da commercianti che traggono profitto dal lavoro
dei clandestini. Così, per paradosso, il loro arrivo clandestino nel
Nord del mondo produce effetti positivi sul commercio locale.
Arman va avanti: “Stavo all’incrocio da un anno, quando conobbi per
caso un medico. Fin da piccolo volevo venire in Europa. Il Bangladesh è
il Paese più popolato del mondo, quasi un terzo degli abitanti è al di
sotto della soglia di povertà. Non si trova lavoro e gli stipendi sono
bassissimi. Il dottore aveva un padre anziano e mi propose di
accudirlo. In quel momento la mia vita cambiò. Volevo imparare
l’italiano, volevo farcela. Mi iscrissi alla scuola media, presi il
diploma. Facevo i lavori domestici, l’autista e nel fine settimana
avevo trovato una seconda occupazione: andavo in un ristorante dov’ero
aiuto pizzaiolo. Non era facile, ma nel 1994, dopo tre anni, ottenni il
permesso di soggiorno. Ero diventato un regolarizzato”.
Nelle metropoli le comunità straniere costruiscono reti sociali
complesse, vere proprie comunità organizzate. “A Dhaka – dice Arman –
avrei guadagnato pochi dollari al mese, sarebbero stati assolutamente
insufficienti per vivere, ammesso di trovare qualcosa da fare. Partire
è la sola scelta possibile. Non solo per immaginare un futuro per noi
stessi, ma anche per le nostre famiglie, che vivranno in patria grazie
alle rimesse in denaro di noi emigrati. Ottanta euro al mese
qui in Europa non sono nulla, ma in Bangladesh rappresentano una cifra
ragguardevole”.
Arman è un uomo dalla pelle scura, vagamente olivastra, e ha una flemma
sorprendente. Non si scompone mai e le sue parole, anche quando ricorda
i momenti difficili della sua esperienza non tradiscono emozioni. La
sua origine asiatica lo rende paziente, negli anni il suo desiderio di
integrarsi nella nuova terra gli ha fatto superare immense distanze,
sociali e culturali. Con una espressione soddisfatta guarda la piccola
figlia che corre e continua a parlare.
“Ad un certo punto ho capito che avevo raggiunto l’età per mettere su
famiglia. Sono tornato nel mio Paese e ho cercato una moglie. Ho
incontrato Alam Mazeda Begum e l’ho presentata ai miei genitori. Ci
siamo sposati, sono tornato in Italia e subito abbiamo avuto tre
gemelli, due maschi e una femminuccia. Per loro ho aperto un piccolo
negozietto”.
Ai margini dell'Eur, nella periferia romana, su un grande viale
alberato si affaccia il ‘Kidoy video club’, l’investimento. Un locale
piccolo, di una sessantina di metri quadri. Su una parete un centinaio
di preziose e molto usate cassette vhs di cinema indiano, il grande
svago per le comunità asiatiche di tutto il mondo. Di fronte alcuni
scaffali con succhi di frutta, bibite gasate, patate fritte. E su tutto
svettano due cabine telefoniche di vetro e metallo verde, altra fonte
di reddito, impresa nell’impresa, l’international phone center, come
spiega un’apposita insegna.
Arman spiega: “Con tre gemelli e una moglie è dura, questo negozio non
mi rende i soldi necessari per tutto. Sto cercando di aprire una
pizzeria, forse ci riuscirò presto. Ma quanto lavoro! Io vorrei che i
legami tra italiani e stranieri fossero sempre sereni. A me è andata
bene, ma a molti, a troppi non va nello stesso modo. Dovrebbero esserci
maggiori protezioni, perché noi facciamo quel che possiamo per
lavorare, per inserirci, per vivere con dignità Come ho detto prima,
questo è importante non solo per noi, ma anche per chi è rimasto a casa
e vive grazie ai soldi che spediamo”.
Per le elezioni di domenica 28 marzo di quest’anno a Roma, nelle quali
si sono eletti i rappresentanti delle comunità immigrati al Campidoglio
e nei Municipi, erano iscritte 35mila persone. Un piccolo paese
invisibile di cittadini che hanno diritto non solo a una
rappresentanza, ma anche a veder riconosciuta la propria individualità.
Non numeri, ma esseri umani.
Roberto Bàrbera