29/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono partiti dalle Hawaii, diretti a una delle nuove basi Usa sulle montagne afgane
AereoDerrik, William e Justin hanno tra i venti e ventun’anni. Vengono tutti e tre dalla Virginia. Si riparano dal sole bollente delle Hawaii mentre aspettano il loro aereo sonnecchiando all’ombra di una tettoia, suonando la chitarra, cantando a bassa voce e ascoltando musica dalle cuffie di un lettore Cd portatile. Cercano così di non pensare alla partenza. Ma non si tratta di ragazzi arrivati al termine della loro vacanza tropicale, tristi al pensiero di tornare a casa.

Derrik, William e Justin vestono la divisa dell’esercito degli Stati Uniti. Fanno parte della venticinquesima divisione di fanteria, basata nella caserma di Schofield, nell’entroterra dell’isola di Oahu, quella di Honolulu. E di Pearl Harbor. L’aereo che stanno aspettando ai bordi di una delle piste di questa tristemente famosa base aero-navale li porterà dritti sul fronte afgano, al confine col Pakistan, per prendere parte a quella che gli strateghi del Pentagono considerano la battaglia decisiva contro talebani e al Qaeda: l’operazione “Tempesta tra le Montagne”.

Derrik, William e Justin partono con un contingente di trecento uomini, il primo di un invio di cinquemila uomini in tutto che daranno il cambio alla decima divisione di montagna, impegnata in Afghanistan da due anni. Assieme ai quattromila in partenza per l’Iraq, questa è per la venticinquesima divisione la più grande mobilitazione dai tempi della guerra del Vietnam. William è il più triste dei tre perché, nonostante la sua giovane età, lascia a casa sua moglie Crystal, vent’anni, e suo figlio Dakota, di soli dieci mesi. Quando tornerà dalla missione, la prima della sua carriera, il suo bambino avrà due anni. “In questo momento penso solo ad arrivare là, fare quello che devo e tornare a casa il prima possibile dalla mia famiglia”.

Nessuno mostra paura, ma tutti sanno bene che la situazione sul fronte afgano non è come nei mesi scorsi e che il rischio di non tornare vivi è concreto. Sulle montagne al confine col Pakistan i talebani e i guerriglieri di al Qaeda hanno risposto all’avvio dell’offensiva congiunta pachistano-americana cominciando a fare sul serio, con attacchi sempre più frequenti e micidiali a colpi di razzi e granate. I soldati pachistani che stanno combattendo nel Sud Waziristan hanno già perso 84 uomini in poco più di una settimana. Di qua dal confine, nella provincia di Paktika, gli agguati talebani hanno già ucciso molti soldati dell’Esercito nazionale afgano (Ana) – che affiancano gli statunitensi – e, secondo fonti non confermate, anche alcuni soldati Usa. Quel che è certo è che negli ultimi giorni le basi americane di prima linea sono state bersagliate con ripetuti attacchi.

Derrik, William e Justin verranno destinati con tutta probabilità a una di queste piccole basi di montagna. Magari proprio in quella di Lwara che in questi giorni stanno finendo di costruire vicino al remoto villaggio di Sisandi, a due passi dal confine Miran Shah, proprio in corrispondenza con le vallate pachistane del Sud Waziristan, dove infuriano i combattimenti. Su un’ arida spianata lungo il versante di una montagna, i soldati con ruspe, pale e picconi stanno scavando trincee, camminamenti, rifugi, postazioni fortificate e anche una piazzola d’atterraggio per elicotteri. Sessanta statunitensi e duecento afgani sono arrivati qui tre settimane fa, raccontano preoccupati gli abitanti del vicino villaggio, una gruppo di case di terra abbarbicate in cima a un’altura. “Non sappiamo se è un bene o un male – dice Shawar Khan, negoziante di Sisandi –, speriamo solo che la loro presenza faccia diminuire e non aumentare il numero di razzi che da un po’ di giorni i talebani sparano qui dal Pakistan. Viviamo nel terrore dei razzi”. Ma purtroppo i fatti parlano chiaro. Da quando sono arrivati i razzi sono caduti più di frequente, e già una volta è capitato che uno abbia mancato la base, finendo su una casa e uccidendo una bambina. Nel villaggio prevale un clima di diffidenza e ostilità. "Non li volgiamo qui - dice Naim Khan -. Hanno costruito la loro base dietro al nostro villaggio per difendersi, non per difendere noi, per usarci come scudi umani".

Nel nuovo accampamento - la quarta base Usa nella provincia di Paktika, dopo quelle di Orgun, Sharan e Shkin - si distinguono bene tre tipi di soldati. I più numerosi sono gli afgani, con le divise verdi, i loro copricapi tradizionali e i vecchi fucili di fabbricazione sovietica o artigianale. Poi ci sono i soldati delle truppe regolari, quelli come i ragazzi della venticinquesima divisione, con la mimetica kaki e i capelli rasati. Infine i meno numerosi, i rambo della Task Force 121 (un corpo scelto di Berretti Verdi, Delta Force, Navy Seals, e agenti speciali Cia), dall’aspetto assolutamente casual: T-shirt, calzoncini corti, barba incolta, capelli lunghi, occhiali da sole e pistola alla cintola o alla caviglia. Gente per cui la guerra è una passione, un piacere, non un dovere come per Derrik, William e Justin.

Enrico Piovesana 
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan