15/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



L'esercito algerino, il 21 giugno prossimo, lancerà un'offensiva senza precedenti contro gli irriducibili miliziani islamici

Come una faida, come un documentario di De Seta sulla Sardegna degli anni Cinquanta. L'esercito algerino e i militanti islamici di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) continuano la loro lotta senza quartiere. Con botta e risposta che, per fortuna, non coinvolgono la società algerina come i massacri degli anni Novanta, ma impediscono allo stesso tempo una normalizzazione della vita in Algeria.

Attacco e contrattacco. L'ultimo scambio di colpi l'11 giugno scorso. Le forze speciali algerine, una divisione d'elite formata tra poliziotti e militari sulle tecniche degli anni Novanta (molte delle quali mutuate dai metodi che i parà francesi applicavano prima dell'indipendenza dell'Algeria), hanno scovato e ucciso sette guerriglieri nella regione berbera della Cabilia, nell'Algeria settentrionale. Un modello ormai classico: i miliziani, spinti da fame o necessità di medicinali e armi, escono dai boschi dove si nascondono e arrivano in un villaggio (Toughrasat in questo caso, nei pressi di Tizi Ouzou, a circa 100 chilometri da Algeri) dove parte una segnalazione ai militari dalla rete di collaboratori insediati in ogni comunità. Nel minor tempo possibile, un reparto mobile si disloca nell'area e affronta i guerriglieri. In quest'assalto ne sono morti sette. Poche ore dopo, puntuale, la rappresaglia. Un attentato suicida, contro la caserma della polizia della città algerina di Lakhdaria, a 75 chilometri da Algeri. Il kamikaze è morto uccidendo otto poliziotti. Una faida vera e propria che, dal 1998 insanguina il Paese. Dopo la guerra civile in Algeria, scoppiata all'inizio degli anni Novanta per l'annullamento delle elezioni vinte dagli islamisti e costata la vita a migliaia di persone, era stato trovato un equilibrio tra l'esercito e i movimenti armati. Una sostanziale impunità per coloro che avessero deciso di deporre le armi, con una conseguente (per quanto implicita) impunità per i massacri commessi dai militari. Un unico gruppo non accetta la fine delle ostilità: il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento.

Svolta ideologica. Noti per le loro posizioni radicali a livello teologico, i salafiti durante la guerra civile si erano spesso dissociati dai massacri indiscriminati di civili. La fase del conflitto, quindi, che vede solo loro opporsi alle istituzioni algerine, è caratterizzata solo da attacchi a obiettivi militari. Poi, all'improvviso, la svolta. Al-Zawahiri, il numero due di al-Qaeda, nel 2006 diffonde un messaggio nel quale saluta l'ingresso dei fratelli algerini nella lotta contro gli obiettivi storici del network di Osama bin Laden. Un cambio di strategia profondo: gli obiettivi civili sono compresi, la lotta non ha più solo un fine 'regionale' ma 'globale' e così via. Il gruppo cambia nome in al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) e per battezzare il nuovo corso viene scelto l'11 aprile 2007. Sono più di sessanta le vittime di una serie di attentati al Algeri. Quasi tutti civili. A quel punto qualcosa s'inceppa nel gruppo, dove inizia una faida interna - con omicidi eccellenti - tra coloro che pretendono il rispetto della linea tradizionale e coloro che vogliono sposare in pieno la causa di al-Qaeda. Dopo un primo vantaggio di questi ultimi, sembra adesso aver prevalso la linea classica.

Assalto in forze. Un botta e risposta senza fine, ma del quale il governo algerino pare averne le tasche piene. Dopo aver ottenuto, grazie alla necessità di garantire la sicurezza, la modifica della Costituzione e la rielezione del presidente Abdelaziz Bouteflika, l'apparato non ha più bisogno dello spauracchio da agitare di fronte all'opinione pubblica interna e internazionale. In questo quadro pare incastonarsi la mega operazione militare, che avrà inizio il 21 giugno prossimo, in quattordici province del Paese.
Secondo il quotidiano algerino al-Khobar, ricco di fonti nell'esercito, saranno almeno 40mila gli uomini impegnati per non meno di tre mesi nella caccia di guerriglie. L'obiettivo è 'bonificare' la parte settentrionale del Paese e il confine meridionale, impedendo attentati in occasione del sacro mese islamico del Ramadan, ad agosto. Le sabbie del Sahara e i boschi della Cabilia sono, infatti, i due covi dei miliziani. Saranno utilizzati check-point, perquisizioni, intelligence e tutti gli strumenti tecnologici che gli alleati dell'Algeria forniranno assieme alla cooperazione strategica che Algeri ha chiesto ai paesi della frontiera sud. Resta da capire quale sarà il prezzo che la popolazione civile pagherà per questa operazione. Di sicuro la deteminazione di Bouteflika e dei suoi generali fa paura, al punto che Mokhtar Belmokhtar, ex leader di al-Qaeda nel Sahara, si è detto pronto alla resa in cambio della grazia per sè e i suoi uomini.

Christian Elia

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