scritto per noi da
Matteo Colombi

Andrew Bacevich è passato per Hyde Park, presentando il suo libro alla Libreria
Coop sulla 57sima strada. Ex-militare e ancora uomo della destra, professore di
relazioni internazionali alla Boston University, ove è maturata la sua conversione
critica, il suo libro si chiama
American Militarism. E’ il secondo in cui Bacevich attacca l’imperialismo americano: in questo libro
affonda più in là la sua lama, cogliendo l’essenza del militarismo statunitense,
che egli vede come un insieme di atteggiamenti che pongono le forze armate e la
guerra come modello e strumento preferito di risoluzione dei problemi internazionali,
con chiari riflessi sulle dinamiche del regime interno. Nella prefazione dice
di essere giunto alla stessa conclusione della sinistra radicale: il militarismo
è frutto di una collusione tra i liberali professionisti e i conservatori professionisti
nella costruzione dello stato americano. E’ difficile non vederlo, pervasivo com’è
questo apparato di potere, foraggiamento di interessi amici, grande programma
di spesa e politica industriale, ideologia che richiede la mobilitazione patriottica
delle masse a favore del controllo dell’
establishment, con tanto di dividendi a fine mese in portafoglio.
Bacevich ha presentato il libro presso l’Università, ma non è apparso in forma
ufficiale a parlare presso alcun dipartimento. Lui fa parte di quel drappello
di delusi, di nazionalisti leali agli ideali repubblicani e alla nozione di un
apparato militare organizzato attorno alla difesa della patria. E’ uno di quei
militari ed ex-militari che credeva di fare qualcosa d’altro che servire l’accumulazione
di grandi fortune e di carriere di una minoranza: ha perso la fede nella missione,
poiché crede negli ideali, e crede che i fatti non coincidano con tali ideali.
Alle conferenze degli scienziati politici non si presenta; inutile farsi impallinare
dagli intellettuali organici votati o a Bush, o alla critica a Bush che annusa
impero solo sotto le sue veci.

Del resto John Kerry iniziò la sua campagna elettorale con alle spalle una portaaerei,
e la
convention
democratica fu un ritornello infinito sul suo servizio militare,
cercando di dimostrare che anche il partito democratico è guerresco.
Come è stato scritto più volte e come ha fatto Bacevich da quando ha
aperto gli occhi, la storia imperiale americana dura da molto tempo, e
il ruolo centrale delle forze armate e del culto della violenza
militare in America è uno degli elementi essenziali del moderno stato
americano. Le dimensioni dell’apparato militare-industriale e gli
intrecci politico-economici sono cresciuti vertiginosamente con la
seconda guerra mondiale, dinanzi alla sfida di altri paesi
industrializzati come il Giappone e la Germania. Ma il culto della
violenza creatrice in questo paese è assai più antico.
L’uso della violenza come dato essenziale dei rapporti sociali si incentra profondamente
sul maschio come conquistatore e come individuo che difende le sue cose con le
armi. Si lega con processi reali e materiali di conquista della terra dagli abitanti
precedenti, tramite la loro estirpazione, e quello più regionalizzato di sfruttamento
schiavistico, e con l’egemonia violenta sui paesi vicini, già stabilita nel diciannovesimo
secolo. Il sistema liberale di leggi, il rule of law, si lega in America sin dall’inizio alla libertà non come concetto astratto,
ma come privilegio di certi uomini a disporre dei propri beni e acquisire nuovi
beni, tra i quali uomini, donne e bambini, terre altrui, anche tramite la forza.

Bacevich può vendere libri, ma è in disgrazia tra gli accademici ‘seri’. Loro
lo disdegnano; dopotutto il nazionalismo, secondo i più, è qualcosa che affligge
il resto del mondo, non questo paese. Il militarismo, ancor più sinistro, appartiene
agli autoritari, non al paese guida della libertà. Per non parlare di imperialismo,
che o è qualcosa di europeo e decadente, o, addirittura anacronistico. Gli americani,
secondo la scienza politica fanno ‘
state-building’, fanno ‘
post-conflict reconstruction’ dopo aver fatto a pezzi un paese. In accademia si parla della grande ondata
di democratizzazione, e del correlato sviluppo di paesi a ‘sovranità limitata’,
che però è pur sempre libertà perché avviene sotto le nostre veci.
A Bacevich si deve solo fare una critica: identifica correttamente quanto profondo
sia il militarismo americano nei suoi aspetti culturali e cognitivi, identifica
correttamente la collusione dell’intelligentsia di centro-destra e centro-sinistra,
però non ci deve sfuggire che il militarismo americano è anche collegato a una
precisa articolazione di classi e categorie sociali, nonché di cordate di imprese.
Ma del resto Bacevich rimane un uomo di destra, poco attento alle questioni di
classe, leale tuttavia a una concezione repubblicana del potere, offeso dalla
violenta venalità e dall’autoritarismo latente dell’establishment.