22/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni anno centinaia di bambini tibetani scappano in Nepal e in India per studiare
  Thinley
“Mi chiamo Thinley Norbu e ho 11 anni. Sono arrivato in Nepal dopo un lungo viaggio. Ho camminato per sette giorni in mezzo alla neve. Faceva molto freddo e ho avuto paura”. Ogni anno centinaia di bambini come Thinley, in età compresa tra i quattro e i tredici anni, fuggono dal Tibet e attraversano le montagne himalayane a un'altitudine di 6mila metri  per raggiungere i Paesi vicini. Alcuni sono stati recentemente accolti nella capitale nepalese Kathmandu dalla Tashi Boarding school, una scuola- orfanatrofio progettata, costruita e finanziata grazie al sostegno di tanti privati dalla fondazione Butterfly onlus che oggi si sta impegnando a trovare i fondi per la gestione dell'istituto tramite un progarmma di adozioni a distanza.  La Tashi school finora ha accolto cinquanta ragazzini, nepalesi e tibetani tra i più disagiati. Tra loro ci sono i profughi come Thinley che è arrivato dal Tibet il 26 dicembre scorso e oggi dice con un sorriso: “Mi sento in una grande famiglia ed è come se la vita ricominciasse da qui”. In realtà nell’ultimo viaggio, durato tre settimane, erano partiti 29 bambini, ma due sono morti durante il cammino. Claudio Maneri, presidente di Butterfly, dichiara: “Nella fuga i piccoli rischiano moltissimo. Per il congelamento possono perdere gli arti o addirittura la vita, soprattutto se sono già molto debilitati”.
 
Bambini alla Tashi schoolDi solito i bimbi clandestini sono accompagnati da una guida tibetana e da uno sherpa. Una volta superato il confine con il Nepal, un’altra persona si incarica di portarli fino a destinazione: alcuni si fermano in nepal, mentre la maggior parte (circa 400 all’anno) arrivano nel Tibetan children village gestito dalla sorella del Dalai Lama, Jitsum Pelma. Quest’ultimo si trova a Dharamsala, in India, luogo d’esilio del Dalai Lama. L’India accoglie infatti il maggior numero di rifugiati tibetani al mondo, che al momento sono circa 100mila.
La ragione principale che spinge le famiglie a far fuggire  i figli è il desiderio di farli studiare: “Quando ho lasciato i miei genitori – continua Thinley – ero molto triste, ma loro sono molto poveri e non possono permettersi di mandarmi a scuola. In Nepal ho una grande opportunità”. Thinley ha compreso la scelta dei suoi famigliari, ma molti altri suoi compagni più piccoli soffrono di un grande senso d’abbandono. Maneri aggiunge: “I genitori compiono questo enorme sacrificio anche per preservare la loro cultura. Nelle scuole statali tibetane, tranne in due istituti di Lhasa, vengono insegnate esclusivamente la lingua, la storia e la cultura cinese”. Anche questa è una conseguenza dell’occupazione cinese del Tibet, che è cominciata nel 1959 e ha causato in mezzo secolo l’esodo di migliaia di persone.
  Bambino alla Tashi school
Durante il viaggio i pericoli sono di varia natura. “Al confine tra Tibet e Nepal – racconta Thinley – c’era un ponte molto lungo e siamo stati costretti ad attraversarlo di notte per non essere visti dalle guardie di frontiera. E’ un percorso molto pericoloso, lungo il quale abbiamo rischiato di essere catturati. I poliziotti nepalesi ci hanno fermati e trattenuti per due giorni”. Il ragazzo dice che gli mancano gli animali e la fattoria in cui viveva, ma non riesce a ricordare il nome del villaggio da cui proviene. Coralie Maneri, che insegna disegno alla Tashi school, spiega così questi vaghi ricordi: “Quasi tutti i bambini una volta accolti nella scuola sembrano aver cancellato il loro passato. Hanno azzerato un periodo difficile per riuscire a cominciare una nuova vita”. Per aiutarli nell’inserimento la Tashi School ha assunto cinque insegnanti tibetane con, tra l'altro, un passato di sofferenza simile a quello dei loro alunni. Una di loro, per esempio, è stata in una prigione cinese. Poi il fratello che conosceva un funzionario è riuscito a farla liberare. La ragazza però non potrà più tornare in Tibet e rivedere la sua famiglia.
 
In Nepal ci sono circa 25mila tibetani, di cui però solo 7mila posseggono lo status di rifugiati. “Molti di loro – continua Coralie – sperano di tornare a casa. Chiedono il rispetto dei loro diritti e che i prigionieri politici vengano liberati dalle carceri cinesi. Il loro sogno è di invecchiare in Tibet, di tornare a coltivare i loro campi e ad allevare il loro bestiame in un Paese finalmente libero”. Ci sono tuttavia poche possibilità che anche i più giovani, come i ragazzini della Tashi school, possano rivedere la loro terra. Pechino continua la repressione di ogni dissenso e considera traditori coloro che hanno abbandonato il Tibet di nascosto. “I nostri bambini – spiega Coralie - cresceranno in Nepal dove studieranno fino a completare il ciclo secondario. Poi potranno accedere al liceo o formarsi come artigiani”.
 

Francesca Lancini

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