Ogni anno centinaia di bambini tibetani scappano in Nepal e in India per studiare

“Mi chiamo Thinley Norbu e ho 11 anni. Sono arrivato in
Nepal dopo un lungo viaggio. Ho camminato per sette giorni in mezzo
alla neve.
Faceva molto freddo e ho avuto paura”. Ogni anno centinaia di bambini come
Thinley,
in età compresa tra i quattro e i tredici anni, fuggono dal Tibet e
attraversano le
montagne himalayane a un'altitudine di 6mila metri per
raggiungere i Paesi vicini. Alcuni sono stati recentemente accolti
nella capitale nepalese Kathmandu dalla Tashi Boarding school, una
scuola- orfanatrofio progettata, costruita e finanziata grazie al
sostegno di tanti privati dalla fondazione
Butterfly onlus che oggi si
sta impegnando a trovare i fondi per la gestione dell'istituto tramite
un progarmma di adozioni a distanza. La Tashi school finora ha accolto
cinquanta ragazzini, nepalesi e tibetani tra i più disagiati. Tra loro
ci sono
i profughi come Thinley che è arrivato dal Tibet il 26 dicembre scorso
e oggi dice
con un sorriso: “Mi sento in una grande famiglia ed è come se la vita
ricominciasse da qui”. In realtà nell’ultimo viaggio, durato tre
settimane,
erano partiti 29 bambini, ma due sono morti durante il cammino. Claudio
Maneri,
presidente di Butterfly, dichiara: “Nella fuga i piccoli rischiano
moltissimo.
Per il congelamento possono perdere gli arti o addirittura la vita,
soprattutto
se sono già molto debilitati”.

Di
solito i bimbi clandestini sono accompagnati da una guida
tibetana e da uno sherpa. Una volta superato il confine con il Nepal,
un’altra
persona si incarica di portarli fino a destinazione: alcuni si fermano
in nepal, mentre la maggior parte (circa 400 all’anno) arrivano nel
Tibetan children village gestito dalla sorella del Dalai Lama, Jitsum
Pelma.
Quest’ultimo si trova a Dharamsala, in India, luogo d’esilio del Dalai
Lama. L’India
accoglie infatti il maggior numero di rifugiati tibetani al mondo, che
al
momento sono circa 100mila.
La ragione principale che spinge le famiglie a far fuggire
i figli è il desiderio di farli studiare: “Quando ho lasciato i miei genitori
–
continua Thinley – ero molto triste, ma loro sono molto poveri e non possono
permettersi di mandarmi a scuola. In Nepal ho una grande opportunità”. Thinley
ha compreso la scelta dei suoi famigliari, ma molti altri suoi compagni più
piccoli soffrono di un grande senso d’abbandono. Maneri aggiunge: “I genitori
compiono questo enorme sacrificio anche per preservare la loro cultura. Nelle
scuole statali tibetane, tranne in due istituti di Lhasa, vengono insegnate esclusivamente
la lingua, la
storia e la cultura cinese”. Anche questa è una conseguenza dell’occupazione
cinese del Tibet, che è cominciata nel 1959 e ha causato in mezzo secolo l’esodo
di migliaia di persone.

Durante il viaggio i pericoli sono di varia natura. “Al
confine tra Tibet e Nepal – racconta Thinley – c’era un ponte molto lungo e
siamo stati costretti ad attraversarlo di notte per non essere visti dalle
guardie di frontiera. E’ un percorso molto pericoloso, lungo il quale abbiamo
rischiato di essere catturati. I poliziotti nepalesi ci hanno fermati e
trattenuti per due giorni”.
Il ragazzo dice che gli mancano gli animali e la fattoria in cui viveva, ma non
riesce a ricordare il nome del villaggio da cui proviene. Coralie Maneri, che
insegna disegno alla Tashi school, spiega così questi vaghi ricordi: “Quasi
tutti i bambini una volta accolti nella scuola sembrano aver cancellato il loro
passato. Hanno azzerato un periodo difficile per riuscire a cominciare una
nuova vita”. Per aiutarli nell’inserimento la Tashi School ha assunto cinque
insegnanti tibetane con, tra l'altro, un passato di sofferenza simile a quello
dei loro
alunni. Una di loro, per esempio, è stata in una prigione cinese. Poi
il
fratello che conosceva un funzionario è riuscito a farla liberare. La ragazza
però non
potrà più tornare in Tibet e rivedere la sua famiglia.
In Nepal ci sono circa 25mila tibetani, di cui però solo
7mila posseggono lo status di rifugiati. “Molti di loro – continua Coralie –
sperano di tornare a casa. Chiedono il rispetto dei loro diritti e che i
prigionieri politici vengano liberati dalle carceri cinesi. Il loro sogno è di
invecchiare in Tibet, di tornare a coltivare i loro campi e ad allevare il loro
bestiame in un Paese finalmente libero”. Ci sono tuttavia poche possibilità che
anche i più giovani, come i ragazzini della Tashi school, possano rivedere la
loro
terra. Pechino continua la repressione di ogni dissenso e considera traditori
coloro che hanno abbandonato il Tibet di nascosto. “I nostri bambini – spiega
Coralie - cresceranno in Nepal dove studieranno fino a completare il ciclo
secondario. Poi potranno accedere al liceo o formarsi come artigiani”.