
Più di duemila chilometri a piedi attraverso deserti, savane e foreste per sfuggire
ai combattimenti e alle minacce di clan e signori della guerra senza scrupoli.
E’ durata quasi dieci settimane l’incredibile odissea di 42 disperati che dalla
Somalia hanno raggiunto un campo profughi nell’estremo sud del Malawi, sfiancati
da stanchezza, fame e dai numerosi rischi che una fuga clandestina per 3 paesi
– Kenya, Tanzania e Mozambico – comporta.
Un viaggio verso sud, in direzione opposta a quella che molti scelgono per raggiungere
l’Europa. Ma che, anche se meno documentato e raccontato dai cronisti, coinvolge
decine di migliaia di persone ogni anno.
Espulsi alcuni giorni fa dal Mozambico, dove le autorità hanno negato loro la
possibilità di richiedere asilo politico, i fuggitivi somali sono ora ospiti presso
il campo di Luwani, nel Malawi, dove attendono che una commissione analizzi i
loro casi e decida se accordare loro il permesso di restare o di migrare altrove
in cerca di un luogo sicuro dove cominciare una nuova vita.
PeaceReporter li ha raggiunti telefonicamente nel campo di Luwani e ha raccolto
le storie di alcuni di loro.
Fuga della disperazione. “Veniamo da diverse parti della Somalia: alcuni sono originari di Mogadiscio,
io vengo dalla città di Kisimayo”, racconta Said Hassan Mohammed, 45 anni, che
in patria insegnava l’arabo ma parla anche l’inglese e un po’ di italiano. “Sono
stato costretto a fuggire dal mio Paese perché laggiù la guerra non è mai finita.
Ogni giorno ci sono combattimenti, morti, feriti e la sicurezza non esiste. Per
questo ho deciso di scappare con altri compagni. Appena arrivati in Kenya le autorità
ci hanno detto che i campi profughi erano pieni e che dovevamo andarcene. Abbiamo
proseguito verso la Tanzania, ma anche lì ci hanno detto la stessa cosa. Per noi
non c’era posto”.
Ma mentre le autorità dei vari paesi che hanno attraversato scrollavano le spalle
o scuotevano la testa, Said e i suoi compagni hanno trovato la solidarietà della
popolazione nei villaggi, in particolare di quella musulmana, che ha dato loro
giacigli su cui riposarsi, qualcosa da mangiare o qualche spicciolo per proseguire
la fuga. Una grande rete di solidarietà tra poveri senza la quale, ammette l’ex
professore, non sarebbe andato molto lontano. Arrivato in Mozambico dopo giorni
di viaggio, ha incontrato altri profughi che, come lui, sono fuggiti dalla Somalia.
“Ma nemmeno lì potevamo restare. Siamo stati arrestati e portati al confine con
il Malawi”. Ad attenderli c'erano le autorità di confine, questa volta più clementi,
che li hanno trasferiti al campo di Luwani.
Senza scelta. “Eravamo davvero sfiniti – ricorda Abdullaye, 35 anni, di Mogadiscio – quel
viaggio è stato massacrante sia fisicamente che psicologicamente. Almeno qui in
Malawi possiamo vivere in tranquillità, senza che qualcuno ci entri in casa con
un mitra pretendendo di arruolarci come combattenti”. L’uomo racconta che poco
prima di fuggire dalla capitale somala alcuni appartenenti al clan Habr Gedir
hanno bussato alla sua porta chiedendo denaro. “Mi hanno detto che come membro
del clan dovevo contribuire alla lotta per il potere pagando una somma che non
avevo”, dice Abdullaye. “Oppure potevo prendere in mano l’arma e andare a combattere
con loro. L’alternativa era essere arrestato e finire chissà dove. Non volevo
tornare a combattere e quindi non ho avuto scelta: dovevo fuggire”. Dopo un lungo
peregrinare Abdullaye, che in Somalia insegnava chimica in una scuola superiore,
sogna di ottenere l’asilo politico in Malawi: “Qui è tutto diverso. Il clima,
il cibo, la lingua. Ma alla fine l’importante è che il governo del Malawi mi riconosca
lo status di rifugiato. Così tornerò in Somalia a prendere la mia famiglia per
portarla qui”.
Uno dei più giovani del gruppo è Abdur Rahman, ventitreenne studente presso una
scuola superiore (“ho cominciato a studiare tardi a causa della guerra”) di Mogadiscio,
che sogna di continuare i suoi studi all’università in Malawi. Ha lasciato la
Somalia, non vuole lasciare anche i libri. “Insh’Allah (se Allah vuole) riuscirò
a iscrivermi a un corso di economia e a laurearmi qui”, dice. “Lo voglio fare
anche per i miei genitori, che sono rimasti in patria, aspettano che li vada a
prendere. Spero davvero che questo luogo sia la fine di questo lunghissimo viaggio”.
Il dramma di un continente. Oltre ai 42 profughi somali il campo di Luwani ospita altre 1189 persone che
provengono da tutta l’Africa e attendono che il governo conceda loro i papers, i documenti necessari per restare. I responsabili li assistono grazie agli
aiuti dell’Acnur (Unhcr) e del World Food Programme. “Arrivano qui da tutte le
parti – spiega Martin Mpfundukwa, responsabile amministrativo del campo – la maggior
parte di loro sono fuggiti dalla povertà o da zone di guerra dove sono in corso
gravi crisi umanitarie. C’è chi viene da paesi vicini, Ruanda e Repubblica Democratica
del Congo, chi da lontano (Angola Uganda e Costa d'Avorio), o addirittura dalle
regioni del sud del Sahara”.