26/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La World Medical Association prende posizione contro la tortura
22 ottobre 2004 - L’etica della professione medica un carro armatoin tempo di guerra è identica all’etica delle professione medica in tempo di pace.  Può sembrare ovvio, ma i delegati dell’Associazione Medica Mondiale ( World Medical Association, WMA), provenienti da 40 Paesi, hanno ritenuto  opportuno ribadirlo  il 9 ottobre a Tokyo, nel corso dell’Assemblea Generale  annuale.  “Non è etico per gli operatori sanitari fornire consigli o mettere in atto procedure che non siano giustificabili per la cura del paziente o che indeboliscano la forza fisica o mentale di un uomo, in assenza di una giustificazione terapeutica”, si legge nel comunicato (http://www.wma.net/e/press/2004_21.htm) sul sito dell’Associazione, che afferma ancora una volta quanto già detto trent’anni fa circa, nel 1975, sempre a Tokyo: “I medici non consentiranno, perdoneranno o parteciperanno a torture o ad altre forme di procedure umilianti... in ogni situazione, inclusi conflitti armati e lotte civili”.
 
Le recenti cronache sulle torture nella prigione irachena di Abu Ghraib e sul silenzio e la possibile connivenza dei professionisti della salute in quello che stava accadendo continuano a occupare il mondo medico e le pagine delle riviste di settore, e a porre interrogativi sugli obblighi dei sanitari inseriti in un corpo militare. La WMA ribadisce che la salute del paziente, chiunque esso sia, da qualunque parte stia, viene prima di tutto fra i doveri del medico. “L’operatore sanitario deve fornire sempre le cure necessarie imparzialmente e senza discriminazione di credo, origine etnica, sesso, nazionalità, affiliazione politica, razza, orientamento sessuale o stato sociale”, sottolinea. Non solo, afferma anche che è necessario che tutti cooperino, governanti, forze armate e chiunque sia in una posizione di potere, affinché i medici possano prestare assistenza a chiunque abbia bisogno in situazioni di conflitto armato.
 
la prigione di SherberganAssociazioni mondiali a parte, anche i singoli professionisti hanno voluto far sentire la propria voce. A seguito dell’articolo uscito a fine luglio sulla rivista medica New England Journal of Medicine (NEJM, www.nejm.org), precedente alla denuncia comparsa in agosto su  The Lancet, sono state scritte diverse lettere, pubblicate il 7 ottobre, due giorni prima quindi della rinnovata presa di posizione ufficiale della WMA. Nell’articolo del NEJM, Robert Jay Lifton già affermava la possibile copertura da parte di medici di atti di tortura e l’importanza di inziare a parlare, raccontare tali fatti. Sottolineava anche la particolare condizione, “situazione che produce atrocità”, in cui si trovano a lavorare i sanitari militari, messi di fronte a conflitti morali fra l’etica professionale e la gerarchia militare.
 
Fra le lettere arrivate alla rivista statunitense, alcune confermano il primato della cura del paziente, altre difendono la medicina militare e negano quanto affermato nell’articolo di luglio. Un medico che ha prestato servizio nel corpo militare scrive: “I medici militari sono obbligati a prestare le cure mediche ottimali a tutti. Questo significa che anche se hanno sparato a un nemico che combatte, se questa persona sopravvive, devono fornire a questa persona cure mediche pronte ed efficaci”. Un altro lettore, che afferma di essere stato uno dei primi medici militari mandato in Afghanistan nel 2001, afferma che “una formazione inadeguata sull’etica medica in tempo di guerra può contribuire alla confusione e al comportamento immorale fra il personale medico militare” e riporta dati sconfortanti sull’operazione Desert Storm, secondo i quali la Convenzione di Ginevra era familiare solo all’84 per cento degli intervistati, solo sei su dieci  avevano letto le regole per il trattamento medico dei prigionieri di guerra e un terzo non era d’accordo con i principi della Convenzione.
 
Già in una risoluzione del 2003 la WMA aveva fornito ai esplosione in combattimentomedici una guida sul comportamento e la responsabilità di denuncia di torture e abusi. Yoram Blachar, chairman del WMA Council, a proposito di queste ultime dichiarazioni del 9 ottobre, ha affermato: “Nel mondo di oggi è importante più che mai che gli operatori sanitari riconoscano le loro responsabilità etiche in tempi di conflitti armati. Essi sono spesso messi di fronte a situazioni estremamente difficili e spero che queste linee guida li aiutino a mantenere gli standard etici più alti della professione medica”. Una speranza e un augurio che, ancora una volta, sottolineano l’importanza del diritto alla salute, per tutti.
 
Valeria Confalonieri

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