22 ottobre 2004 - L’etica della professione medica

in tempo di guerra è identica all’etica delle professione medica in tempo di
pace. Può sembrare ovvio, ma i delegati dell’Associazione Medica Mondiale (
World Medical Association, WMA), provenienti da 40 Paesi, hanno ritenuto opportuno ribadirlo il 9 ottobre
a Tokyo, nel corso dell’Assemblea Generale annuale. “Non è etico per gli operatori
sanitari fornire consigli o mettere in atto procedure che non siano giustificabili
per la cura del paziente o che indeboliscano la forza fisica o mentale di un uomo,
in assenza di una giustificazione terapeutica”, si legge nel comunicato (http://www.wma.net/e/press/2004_21.htm)
sul sito dell’Associazione, che afferma ancora una volta quanto già detto trent’anni
fa circa, nel 1975, sempre a Tokyo: “I medici non consentiranno, perdoneranno
o parteciperanno a torture o ad altre forme di procedure umilianti... in ogni
situazione, inclusi conflitti armati e lotte civili”.
Le recenti cronache sulle torture nella prigione irachena di Abu Ghraib e sul
silenzio e la possibile connivenza dei professionisti della salute in quello che
stava accadendo continuano a occupare il mondo medico e le pagine delle riviste
di settore, e a porre interrogativi sugli obblighi dei sanitari inseriti in un
corpo militare. La WMA ribadisce che la salute del paziente, chiunque esso sia,
da qualunque parte stia, viene prima di tutto fra i doveri del medico. “L’operatore
sanitario deve fornire sempre le cure necessarie imparzialmente e senza discriminazione
di credo, origine etnica, sesso, nazionalità, affiliazione politica, razza, orientamento
sessuale o stato sociale”, sottolinea. Non solo, afferma anche che è necessario
che tutti cooperino, governanti, forze armate e chiunque sia in una posizione
di potere, affinché i medici possano prestare assistenza a chiunque abbia bisogno
in situazioni di conflitto armato.

Associazioni mondiali a parte, anche i singoli professionisti hanno voluto far
sentire la propria voce. A seguito dell’articolo uscito a fine luglio sulla rivista
medica New England Journal of Medicine (NEJM, www.nejm.org), precedente alla denuncia
comparsa in agosto su
The Lancet, sono state scritte diverse lettere, pubblicate il 7 ottobre, due giorni prima
quindi della rinnovata presa di posizione ufficiale della WMA. Nell’articolo del
NEJM, Robert Jay Lifton già affermava la possibile copertura da parte di medici
di atti di tortura e l’importanza di inziare a parlare, raccontare tali fatti.
Sottolineava anche la particolare condizione, “situazione che produce atrocità”,
in cui si trovano a lavorare i sanitari militari, messi di fronte a conflitti
morali fra l’etica professionale e la gerarchia militare.
Fra le lettere arrivate alla rivista statunitense, alcune confermano il primato
della cura del paziente, altre difendono la medicina militare e negano quanto
affermato nell’articolo di luglio. Un medico che ha prestato servizio nel corpo
militare scrive: “I medici militari sono obbligati a prestare le cure mediche
ottimali a tutti. Questo significa che anche se hanno sparato a un nemico che
combatte, se questa persona sopravvive, devono fornire a questa persona cure mediche
pronte ed efficaci”. Un altro lettore, che afferma di essere stato uno dei primi
medici militari mandato in Afghanistan nel 2001, afferma che “una formazione inadeguata
sull’etica medica in tempo di guerra può contribuire alla confusione e al comportamento
immorale fra il personale medico militare” e riporta dati sconfortanti sull’operazione
Desert Storm, secondo i quali la Convenzione di Ginevra era familiare solo all’84
per cento degli intervistati, solo sei su dieci avevano letto le regole per il
trattamento medico dei prigionieri di guerra e un terzo non era d’accordo con
i principi della Convenzione.
Già in una risoluzione del 2003 la WMA aveva fornito ai

medici una guida sul comportamento e la responsabilità di denuncia di torture
e abusi. Yoram Blachar, chairman del WMA Council, a proposito di queste ultime
dichiarazioni del 9 ottobre, ha affermato: “Nel mondo di oggi è importante più
che mai che gli operatori sanitari riconoscano le loro responsabilità etiche in
tempi di conflitti armati. Essi sono spesso messi di fronte a situazioni estremamente
difficili e spero che queste linee guida li aiutino a mantenere gli standard etici
più alti della professione medica”. Una speranza e un augurio che, ancora una
volta, sottolineano l’importanza del diritto alla salute, per tutti.
Valeria Confalonieri