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Oggi qualcuno porterà un fiore sul 'sentiero delle lacrime'. Sessanta chilometri, che dalla città bosniaca di Srebrenica portano fuori dalla regione della Pdrinje centrale, quella che collegava l'enclave musulmana al resto del Paese. La regione che divideva in due la Repubblica dei serbi di Bosnia, come l'avevano immaginata Radovan Karadzic e i suoi uomini.
Città strategica. Dal 1993 Srebrenica era una spina nel fianco per l'auto proclamata Repubblica Srpska. Era posta proprio nel mezzo, come il vicino villaggio di Zepa, divideva il territorio dei serbi di Bosnia in due parti non collegate tra loro. Il controllo di Pdrinje era un'ossessione per Karadzic e il suo comandante militare, il generale Ratko Mladic. Le Nazioni Unite lo sapevano e l'avevano fatta dichiarare 'zona protetta' dal Palazzo di Vetro, nel 1993. I cecchini serbi, per due anni, fecero il loro sporco lavoro, ma la zona andava bonificata. Che tradotto in soldoni vuol dire una parola sola: genocidio. Luglio 1995. La guerra scoppiata dopo la dissoluzione della ex-Jugoslavia volgeva al termine. Si pensava già agli equilibri futuri, quando la 'pace' avrebbe ridisegnato confini. La terra era preziosa, anche a costo di pagare il prezzo del sangue. Mladic s'incaricò di consegnare lo 'sfratto' alla popolazione civile di Srebrenica. Quando fu chiaro che nessuno li avrebbe difesi, circa 15mila musulmani tentarono la fuga. Lungo il 'sentiero delle lacrime', appunto, come lo ricorderanno i superstiti. Per 7826 persone divenne il cammino della 'maratona della morte'. Uomini e ragazzi, qualche anziano. Donne e vecchi deportati. Mentre il contingente dei caschi blu, asserragliato nella ex fabbrica di batterie elettriche di Potocari, lasciava che accadesse.
Proprio a Potocari vennero portati gli abitanti di Srebrenica, Le donne e i bambini - dopo violenze terribili - via, verso Tuzla. Gli uomini sterminati in posti come Kravica, dove i quattro magazzini di una vecchia cooperativa agricola divennero una macelleria.
Giustizia è fatta? Ieri il tribunale dell'Aja, dopo un processo iniziato nel 2006, ha emesso le sue condanne contro i 'sette di Srebrenica', gli anelli della catena di comando serba che pianificò ed eseguì il massacro. Vujadin Popovic, 53 anni, ex colonnello dell'esercito serbo-bosniaco, e Ljubisa Beara, 70 anni, capo della sicurezza dei militari dell'armata di Karadzic, sono stati condannati all'ergastolo.
''Il carcere a vita è l'unica condanna possibile'', ha detto il giudice Carmel Agius, leggendo la sentenza. L'ergastolo era stato chiesto anche per i coimputati, che invece hanno ricevuto condanne pesanti, ma non a vita. Drago Nikolic, 53 anni, ufficiale della famigerata brigata Zvornik, condannato a 35 anni. Ljubomir Borovcanin, comandante aggiunto della polizia militare, condannato a 17 anni. Due in meno del generale Radivoje Miletic. Il generale Milan Gvero, invece, è stato condannato a 5 anni di carcere. Ultimo della lista Vinko Pandurevic, il comandante della brigata Zvornik, condannato a 13 anni.
Le loro condanne si aggiungono a quella che avrebbe ricevuto con ogni probabilità il presidente serbo dell'epoca, Slobodan Milosevic, se non fosse morto in carcere nel 2006 e a quella che sembra certa per Radovan Karadzic, alla fine del suo processo. In passato, per l'eccidio di Srebrenica, erano stati condannati il generale Radislav Krstic, nel 2004, a 34 anni di prigione. Infine Radomir Vokutic e Zoran Tomic, neanche 40enni, membri del 2° distaccamento di polizia speciale di Sekovici, condannati 31 anni di reclusione. Manca Ratko Mladic. La famiglia ha chiesto la dichiarazione di morte presunta, la procura di Belgrado ha reagito arrestando la moglie. Forse il tempo del generale dagli occhi di ghiaccio sta finendo. Bruxelles chiama e Belgrado ha tanta voglia di rispondere.
Le risposte mancanti. Le famiglie delle vittime, ancora impegnate nella ricomposizione delle ossa rinvenute nelle fosse comuni, si sono dette contente, ma non soddisfatte del tutto. Manca Mladic, come detto, ma manca soprattutto il livello superiore. Quello delle alte sfere. L'Onu, per cominciare. Per quale motivo nel 1995, quando l'assalto serbo era fuori di dubbio, il generale francese Janvier negò il supporto dell'aviazione Nato ai caschi blu che volevano opporsi all'avanzata di Mladic? La risoluzione Onu 819 impegnava i militari Onu a fare tre cose: impedire la conquista serba della regione e smilitarizzare le milizie musulmane in città, oltre a garantire e proteggere l'afflusso di aiuti umanitari nell'enclave. Non fecero nulla di tutto questo, anche perché sarebbe stato difficile farlo senza combattere e l'ordine di non sparare era tassativo. Alcuni hanno ritenuto che Janvier pagò un prezzo politico ai serbi: la vita dei caschi blu, ormai assediati, in cambio di Srebrenica, dove Mladic aveva promesso di non far male a nessuno. Per altri ancora, invece, Srebrenica era perduta dall'inizio, al punto che l'avevano capito anche a Sarajevo. Il presidente bosniaco Alija Itzebegovic, anche dopo la sua morte, è sospettato di aver fatto defluire le milizie di difesa della città perché strategicamente gli equilibri della pace futura passavano per una Repubblica Srpska unita. Mancano queste risposte, manca Mladic e tanto altro. Manca, ad esempio, la chiarezza sulla latitanza dei criminali di guerra e sull'impunità che venne promessa (e permessa) loro dopo la guerra. Dei criminali sono in carcere, ma la storia deve pronunciare altre sentenze. Il 31 marzo scorso, tra mille polemiche, il parlamento serbo ha approvato una delibera nella quale condanna l'eccidio di Srebrenica. Non lo chiama genocidio, ma sempre meglio della medaglia d'onore che il governo olandese ha consegnato, il 4 dicembre 2006, ai 600 militari che per l'Onu presidiavano Potocari. Il buon gusto non cade in prescrizione.
Christian Elia
Parole chiave: srebrenica, zvornik, aja, radovan karadzic, ratko mladic