11/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuove violenze nel sud del Paese: 23 morti a Osh negli scontri tra sostenitori uzbechi del deposto presidente Bakyev e supporter governativi

Ventitré morti e oltre trecento feriti. E' questo il pesante bilancio della nuova rivolta antigovernativa scoppiata la notte scorsa nella città di Osh, nel sud del Kirghizistan, e sedata solo questa mattina con l'arrivo dei carri armati e con l'imposizione dello stato d'emergenza e del coprifuoco.

Com'era già accaduto in scala minore un mese fa nella vicina città di Jalalabad (dove i morti furono due e i feriti una settantina), i sostenitori del deposto presidente Kurmanbek Bakiyev, armati di bastoni e fucili, hanno messo a ferro e fuoco la città, dando alle fiamme edifici e auto, per poi scontrarsi con le bande giovanili che appoggiano il governo provvisorio di Roza Otunbayeva (salto al potere in seguito alle sanguinose sommosse popolari di aprile).
La situazione politica nella ex repubblica sovietica è molto tesa in vista del referendum del 27 giugno sulla nuova Costituzione, cui seguiranno, in ottobre, le elezioni del nuovo parlamento (non le presidenziali, come inizialmente promesso dalla Otunbayeva, che ha invece deciso di manterene l'interim fino al 2011).

L'escalation della violenza politica in Kirghizistan è particolarmente preoccupante per i suoi risvolti etnici. I rivoltosi di Osh, come quelli di Jalalabad, appartengono infatti alla maggioranza kirghisa mentre i sostenitori del governo provvisorio sono uzbechi. Il timore è che l'instabilità politica seguita alla caduta del regime di Bakiyev riporti a galla le mai sopite tensioni etniche che hanno sempre caratterizzato la storia di questo Paese, caratterizzato da una forte presenza autonomista di uzbechi nella fertile regione agricola meridionale del Fergana. Eredità dei confini anti-etnici tracciati da Stalin, che ripartì questa popolazione tra tre diverse repubbliche sovietiche: Uzbekistan, Tagikistan e appunto Kirghizistan.

Durante gli anni di disfacimento dell'Urss, l'indipendentismo degli uzbechi del Kirghizistan meridionale si risvegliò, esplodendo in proteste e rivolte contro la maggioranza kirghisa che sfociarono nel sanguinoso massacro di Osh, dove esattamente vent'anni fa (giugno 1990) oltre 300 persone morirono nel corso di violentissimi scontri etnici, terminati solo dopo l'intervento dei carri armati russi.
Negli anni successivi la violenza tra le due comunità riesplose più volte, vestendosi però di inediti significati politici, inserendosi nella lotta tra gli opposti clan in lotta per il potere. Gli uzbechi del Fergana furono i più attivi nella rivolta del 2005 che rovesciò il regime di Askar Akayev, divenendo quindi sostenitori del successivo governo di Kurmanbek Bakiyev, mentre oggi supportano il nuovo esecutivo ad interim di Roza Otunbayeva.

A complicare la situazione, e a far nascere sospetti di influenze esterne su queste rivolte antigovernative, c'è anche l'annosa questione della grande base militare Usa di Manas, che il governo provvisorio kirghiso (molto orientato verso la Russia) sarebbe orientato a chiudere. Il che per gli Stati Uniti significherebbe perdere il principale snodo logistico della loro campagna militare afgana.
Nei giorni scorsi, proprio alla vigilia della nuova rivolta di Osh, la base Usa i Manas è stata costretta a interrompere le attività di rifornimento di carburante agli aerei da guerra americani in missione sull'Afghanistan a causa di una disputa con le autorità kirghise sul prezzo del gasolio. Per Washington un segnale chiaro da parte del governo provvisorio della Otunbayeva, all'interno del quale crescono le pressione per cacciare gli americani dal Paese.

 

Enrico Piovesana

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