16/08/2004
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Un viaggio nel tempio induista alla scoperta di una spiritualità arcaica
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Ciotoline di burro
fuso, noci di cocco aperte, qualche banana, di quelle piccole che
crescono qui. Fumanti bastoncini d’incenso e ghirlande di fiori bianchi
e arancioni che profumano l’aria di sandalo e gelsomino. Le offerte, le
puja dei fedeli si accumulano disordinatamente ai piedi della statua
della divinità man mano che le persone, spesso intere famiglie, vengono
a pregare e a espletare i riti propiziatori. La statua, di bronzo o di
pietra, a seconda del tempio è quella di Shiva che balla la danza
cosmica nel cerchio di fuoco o che medita in posizione yogi, o quella
di Vishnu disteso sulle spire del serpente a cinque teste. Da soli o
con le loro consorti, rispettivamente Parvati e Lakshmi. O ancora
quella di Ganesh, il beneaugurante dio cicciottello con la testa
d'elefante. O solamente, spesso, il popolare simbolo fallico del lingam
di Shiva, un cilindro di pietra nera arrotondato in cima, emblema di
prosperità e fortuna.
Con le mani giunte, portate con movimenti lenti davanti al petto, sulla
fronte e sopra il capo, i fedeli presentano le loro richieste al dio:
un brutto male da curare, un raccolto che ha bisogno di pioggia, un
figlio che non arriva, un affare da mandare in porto, un amore da far
sbocciare. Richieste fatte tramite il bramino, il sacerdote che sta,
non solo fisicamente, tra i fedeli e la divinità. Con indosso solo con
la vesti bianca, il pareo usato dagli uomini indiani al posto dei
pantaloni, la fronte segnata con il simbolo sacro del dio (le tre
strisce orizzontali di Shiva o la "V" di Vishnu - non è l’iniziale), il
bramino ascolta le loro richieste e sistema le loro puja prima di
iniziare il rito vero e proprio. Un rito fatto di preghiere
cantilenanti e gesti cerimoniali rivolti verso la statua della
divinità, dopo i quali il bramino, sempre pregando, benedice uno a uno
i fedeli con l’acqua che viene spruzzata sulle loro teste e con il
fuoco che viene fatto sfiorare dalle loro mani. Poi, dopo aver poggiato
sul loro capo delle scodelle d’argento, traccia con il dito sulle loro
fronti i segni del dio o semplicemente il bindu, il punto rosso tra gli
occhi. Lo fa con polveri vegetali rosse, di zafferano, e gialle, di
sandalo. Il tintinnio di qualche rupia sul piattino d’argento
del bramino segna la fine della cerimonia. Poi solo il silenzio, lo
scampanellio delle cavigliere d’argento delle donne che si allontanano
e, diffusa dagli altoparlanti del tempio, l’ipnotica melodia sacra
degli “Ohm” ripetuti all’infinito e accompagnati dal suono magico del
sitar.
Fuori dal sancta sanctorum, il cuore del tempio spesso inaccessibile ai
non indù, i lunghissimi e bui corridoi colonnati sui quali si aprono
tanti altri piccoli ‘altarini’ minori, con altre statue, altre puja,
altri fedeli e altri bramini. Fuori, nel cortile brulicante di gente
che discute, ride e scherza, mangia e si riposa, vivendo il tempio come
un’antica agorà o un moderno parco pubblico, l’immancabile grande
bacino quadrangolare circondato da porticati, sotto i quali le persone
meditano in solitudine, e da gradinate che scendono fino all’acqua,
sulle quali i fedeli pregano, si bagnano per le abluzioni rituali, si
lavano e lavano i loro vestiti, con i coloratissimi sari delle donne
stesi al sole ad asciugare.
Tutto il complesso templare è cinto da una o più cerchie di mura con
quattro accessi in corrispondenza dei punti cardinali. Accessi
monumentali, sovrastati da gopuram, svettanti piramidi tronche a base
rettangolare alte fino a sessanta metri, completamente ricoperte da una
barocca profusione di statue e bassorilievi raffiguranti le
innumerevoli divinità del pantheon induista, animali sacri, mostri
terrificanti e personaggi mitologici dei poemi epico-religiosi del
Ramayana e del Mahabharata. Tutto colorato a tinte vivaci, come in un
allucinante fumetto tridimensionale. All’ingresso, dove si lasciano le
scarpe e dove gli storpi e gli ammalati mendicano e dormono, c’è spesso
un povero elefante in catene, anch’esso ricoperto di disegni sacri, che
benedice con un delicato colpetto di proboscide sulla testa i fedeli
che gli porgono una rupia.
Fuori, in un assordante concerto di clacson che suonano con mille voci
diverse, il caotico traffico di motorisciò, vecchie auto Ambassador,
autobus Tata, biciclette, carretti, vacche e capre. E una folla di
persone che si aggirano tra le bancarelle del bazar, dove i santini si
mescolano alle spezie, ai sacchi di riso, alle ordinate piramidi di
frutta e verdura e alle ghirlande di fiori con cui tutte le donne
indiane si ornano i capelli. L’odore dell’aria calda e umida della
stagione delle piogge rispecchia fedelmente questa scena: il naso e la
gola pizzicano per un acre miscuglio di effluvi di curry, sandalo,
gelsomino, pesce, sterco di mucca, rifiuti marci e gas di scarico.
Improvviso, quanto illusorio, passaggio dal sacro al profano. Illusorio
perché basta osservare più in profondità per scoprire che gli indiani
non vivono la loro spiritualità solo nei templi, ma ovunque, in tutti i
luoghi del loro quotidiano. Negli altarini agli angoli delle
strade, dove i passanti si fermano giusto il tempo di sfiorare
con le dita la statuetta della divinità cosparsa di polveri
gialle e rosse con le quali ravvivarsi il segno sulla fronte. O,
sopratutto nei villaggi e nelle campagne, sotto le fronde dei grandi
alberi secolari di banyano, con le liane e le radici che pendono dai
rami e riaffondano nel terreno, alberi sacri abitati dai serpenti, gli
stessi raffigurati nelle decine di piccole statuette erette attorno al
tronco, anch’esse gialle di sandalo e ricoperte di offerte fatte da chi
ai sacri rettili, simboli di fertilità, chiede figli al momento del
matrimonio. Figli maschi, preferibilmente. Alcuni alberi hanno
sacchetti di stoffa colorata appesi ai rami, molti con dentro dei
sassi, tanti quanti i figli ottenuti in dono dal dio dopo la preghiera.
Ma le immagini divine campeggiano ovunque: dietro i banconi dei negozi,
alle pareti dei ristoranti, all’interno delle case. Non semplici
santini ma veri e propri altarini personali con tanto di incenso sempre
acceso, fiori sempre freschi e lucine natalizie colorate.
La religiosità indù non conosce confini, né spaziali né temporali. Anche i templi
antichi, quelli divenuti sito archeologico,
sono vissuti come luoghi di culto ancora vivi. Le statue delle divinità
erose dal tempo sono per i visitatori locali ancora oggetto di
preghiere e di puja. Come se da noi la gente andasse negli scavi romani
a fare offerte sulle rovine dei templi di Zeus, Apollo, Bacco e Venere.
Proprio questo è ciò che più colpisce e affascina dell’induismo: il
fatto che in esso sopravvive una spiritualità arcaica, intrisa di
magia, superstizione e idolatria, di mito e di poesia. Una fede
politeista e panteista che in altri tempi sarebbe stata, ed è stata,
tacciata di paganesimo. Una religione che, soprattutto qui nel profondo
sud dell’India, ha resistito alla diffusione delle fedi monoteiste
provenienti dall’Occidente e che la modernità non è riuscita a
scalfire.