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scritto per noi da
Andrea Fagioli
“La maggior parte dei cileni non ha sofferto la dittatura. Al contrario, si è sentita sollevata”. Le parole dell’ambasciatore cileno a Buenos Aires, Miguel Otero, hanno scatenato un’ondata di polemiche in Cile, dove le ferite del periodo tra il 1973 e il 1990 sono ancora vive. Le sue dichiarazioni nella prima intervista in veste di rappresentante diplomatico, rilasciate domenica al quotidiano argentino Clarin, minano infatti quell’immagine di “destra moderna sinceramente anti-dittatoriale” – per usare le parole dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, sceso in campo a fianco di Pinera nella campagna presidenziale – cui il centro destra cileno, nonostante i legami storici con la dittatura, tiene molto.
Secondo molti analisti, l’ambasciatore, notoriamente pinochettista e nominato poche settimane fa, avrebbe le ore contate non solo per le opinioni espresse, che hanno messo in imbarazzo il governo – ha parlato a titolo personale hanno balbettato alcuni ministri – ma anche perché si trova a essere ambasciatore in un paese che ha vissuto un regime simile e in cui il governo attuale si è sempre mostrato sensibile alla chiusura dei conti con i responsabili dei crimini di Stato. Nella lunga intervista al principale quotidiano di Buenos Aires, l’ambasciatore ha ribadito a più riprese che senza il golpe, che si limita a chiamare “Pronunciamento militare”, il Cile sarebbe ora un’altra Cuba.
Secondo Otero, la giunta militare di Pinochet prese un “paese mendicante” e lo trasformò in un paese con dignità, permettendo la libertà di impresa e ponendo le basi dell’economia seguita con successo anche nei 20 anni di governo di centro sinistra. Alle obiezioni del giornalista, che gli fa notare come fu messo in atto un sanguinoso colpo di Stato, Otero risponde che con il governo militare sono state ripulite le strade ed è arrivato il lavoro. Ha vinto il popolo che durante il governo di Allende “non poteva comprare niente di importato ed era costretto a pagare, e caro, quello che si produceva in Cile e che dal giorno alla notte ha potuto comprare quello che voleva”. Su questo aspetto Otero non ha tutti i torti. Con l’aiuto degli Stati Uniti (“Hay que reventar ese hijo de perra” disse l’allora presidente Usa, Nixon, a proposito di Allende) la grande imprenditoria finanziò infatti scioperi e sabotaggi che paralizzarono il paese. Era impossibile trovare qualsiasi cosa al di fuori del mercato nero. Il giorno dopo il golpe, come per magia, gli scaffali dei negozi tornarono a riempirsi.
Ma l’ex avvocato e senatore di Renovacion nacional (Rn, partito del presidente Pinera) si fa reticente quando si parla di coinvolgimento nord-americano nel golpe dell’11 settembre del 1973, per cui Washington ha chiesto scusa. “E’ una cosa che non mi risulta, della quale non posso quindi dire niente. Non lo so”. Lunedì, Otero ha cercato maldestramente di riparare, ha chiesto scusa a chi si è sentito offeso dalle sue parole e si è dichiarato genericamente contro ogni dittatura, nonché fervente difensore dei diritti umani, ma la sua breve esperienza diplomatica, cominciata alla soglia degli 80 anni, sembra giunta al termine.