04/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il 6 giugno si vota per la ratifica dell'accordo sull'arbitrato. In gioco il futuro europeo della Croazia e quello del governo Pahor.

"Vuole che la Legge sulla Ratifica dell'Accordo di Arbitrato tra la Slovenia e la Croazia, adottata dal Parlamento sloveno il 19 aprile 2010, acquisti efficacia?". A questo quesito referendario dovranno rispondere, il 6 giugno, i circa un milione settecentomila sloveni iscritti nelle liste elettorali. Letta così, la domanda non dice molto. Nessun riferimento specifico all'oggetto del contendere, dell'arbitrato, che riguarda la Baia di Pirano sulla cui sovranità territoriale Ljubljana e Zagabria si tirano bordate diplomatiche da diciotto anni, dalla disgregazione della Jugoslavia.

La Baia di Pirano costituisce l'unico sbocco al mare per la Slovenia che ha un grande porto sull'Adriatico, quello di Koper, e una notevole flotta di pescherecci. Ljubljana considera l'intera Baia sotto la propria sovranità, mentre Zagabria la rivendica per metà, con il risultato che i navigli per e dal porto di Koper non hanno libero accesso al Mare Adriatico (e al porto) dovendo passare nelle acque territoriali croate e sotto i controlli della guardia costiera di Zagabria. La "ritorsione" slovena si è tradotta, per un lungo periodo, nel veto posto alla Croazia per l'adesione all'Unione Europea; veto che è stato rimosso solo a dicembre dello scorso in seguito all'accordo di novembre che i due primi ministri, Borut Pahor per la Slovenia e Jadranka Kosor per la Croazia, hanno siglato con la mediazione della presidenza dell'Ue.

La Croazia con il fiato sospeso. Zagabria ha già ratificato in parlamento l'accordo che demanda la risoluzione della questione a un collegio arbitrale indipendente, Ljubljana ha scelto di coinvolgere la popolazione chiamandola a esprimersi con un referendum. Si tratta di una decisione molto importante: e il referendum dovesse passare il collegio arbitrale potrà prendere in esame la questione per poi emettere un parere vincolante, sancendo così la fine della disputa. Se gli sloveni dovessero bocciare la legge, allora la situazione si complica: in gioco ci sono la poltrona di Pahor, che in caso di sconfitta molto presumibilmente sarà costretto a lasciare il suo posto, ma anche e soprattutto il futuro e le aspirazioni europee della Croazia che verrebbero nuovamente messe in discussione. E mentre a Zagabria tutti aspettano con il fiato sospeso l'esito referendario, in Slovenia regna l'incertezza che ha aperto il campo a discussioni di diverso profilo: l'opposizione continua a ritenere l'accordo siglato a novembre svantaggioso e dannoso per il popolo e l'economia slovena; la maggioranza di governo, invece, la ritiene un'occasione unica per uscire da una situazione di stallo che dura da quasi due decenni. Alcuni eminenti costituzionalisti, tra tutti Miro Cerar, pur ravvisando nell'arbitrato un valido strumento per sciogliere il nodo della Baia di Pirano, ritengono inadeguato il ricorso al voto popolare. In un'intervista alla tv slovena, Cerar ha infatti affermato che "difficilmente un cittadino medio può comprendere il significato dell'accordo e le diverse sfaccettature della questione territoriale". Sarebbe stato meglio, per Miro Cerar, che la questione fosse rimasta e risolta in parlamento. A giudicare dai sondaggi condotti in settimana, le perplessità degli esperti non sono del tutto infondate: il 37.6 per cento voterà a favore della legge, cioè autorizzando la costituzione del collegio arbitrale; il 32.9 per cento si esprimerà contro; ben il 29.5 per cento è ancora indeciso. Saranno proprio questi cinquecentomila elettori (circa) a rendere insonni le notti di Pahor e dei croati che aspettano l'apertura della strada per Bruxelles.

Nicola Sessa

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