04/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo spareggio mondiale tra Honduras ed El Salvador nel 1969 divenne il pretesto per un conflitto sanguinoso

Il marketing è diventato sempre più importante. Si conquista spazi sempre più imponenti nelle nostre vite e, nostro malgrado, orienta tante scelte. Nel 1969, magari, non era così. Ma volete mettere l'appeal del nome 'guerra del calcio', rispetto a 'guerra delle cento ore'? Con tutto il rispetto per le vittime, non c'è paragone.

Il prepartita. Ecco allora che il breve conflitto tra Honduras ed El Salvador del 1969 che poteva finire nella soffitta della storia diventa un'icona. Molto più dei 6mila morti che si è lasciato dietro. Avete capito bene, 6mila. Dal 14 al 20 luglio 1969. Un massacro orribile, che finirebbe dimenticato fra tanti, troppi altri eccidi stupidi come tutte le guerre. Invece quello che accadde in quella estate centroamericana è stato immortalato per sempre dal grande reporter polacco Ryszard Kapuściński e dal suo libro La prima guerra del football e altre guerre di poveri. Il vecchio detto che se un albero cade in una foresta deserta non fa rumore vale anche per le vite degli innocenti. Tutto era iniziato con la deportazione di 300mila salvadoregni da parte del governo dell'Honduras. La lotta per il mercato delle banane, con le multinazionali Usa nel ruolo del burattinaio, aveva generato un boom economico honduregno per il quale si erano rese necessarie le braccia dei disperati campesinos del Salvador. Queste persone avevano investito tutto nei loro appezzamenti di terra, ma una legge del governo dell'Honduras li espropriava di tutto. Le relazioni tra i due paesi, mai eccellenti, precipitarono. In quegli stessi giorni, come se c'entrasse qualcosa, le nazionali di calcio di Honduras ed El Salvador si giocavano la qualificazione alla Coppa del Mondo in Messico del 1970. Il calcio, però, è un grande megafono popolare e il pallone venne strumentalizzato politicamente.

Andata e ritorno. L'8 giugno 1969 era in programma, a Tegucigalpa, capitale honduregna, la partita di andata tra le due compagini. La squadra di casa vinse 1-0, contro una formazione dell'El Salvador intimorita dalla rabbia dei tifosi dell'Honduras che ne avevano assediato l'albergo tutta notte e assalito il pullman che portava allo stadio i giocatori salvadoregni.
La partita di ritorno, a San Salvador, si giocò una settimana dopo. Questa volta s'impose, per 3-0, la squadra dell'El Salvador. La vittoria venne presentata come la vendetta di un popolo intero. Durante il primo match, infatti, la 18enne Amelia Bolanos, nella sua casa di San Salvador, si era tolta la vita con un colpo di pistola per la sconfitta dei suoi beniamini. Lo stato salvadoregno e i media ne fecero un simbolo, elevandola a martire della barbarie honduregna e tributandole funerali di Stato.
''Giunse un momento in cui davvero tememmo per la nostra vita. Una scheggia di petardo ruppe il vetro di una finestra della stanza in cui dormivo con altri tre compagni. Cadde anche una bottiglia incendiaria che fortunatamente non scoppiò'', raccontò Tonín Mendoza, il capitano honduregno.
I gocatori dell'Honduras, assediati in hotel, decisero di rifugiarsi nella soffitta fino all'alba mentre la banda di tifosi seminava l'interno dell'edificio di uova marce, topi morti e stracci puzzolenti. Nelle prime ore del giorno della partita i giocatori si divisero in due gruppi e, dopo aver seminato gli inseguitori, si nascosero in casa di alcuni honduregni. ''A me toccò una casa dove viveva uno che aveva una moglie salvadoregna come pure i figli. Notavamo nei suoi occhi, come posso spiegare, una strana avversione", aggiunge Mendoza, "fuggivamo come ladri. Non ci rendevamo conto che la storia era più grande di noi''. In campo l'inno dell'Honduras venne sommerso di fischi e le bandiere del Paese 'nemico' stracciate. Il drappello di tifosi honduregni al seguito venne aggredito e due di loro restarono uccisi. Diventava necessario uno spareggio in campo neutro.

Lo spareggio. La partita decisiva venne fissata per il 26 giugno 1969 allo stadio Azteca di Città del Messico. Il governo messicano inviò 5mila poliziotti per tentare di tenere salda la situazione, ma ci furono scontri tra le due tifoserie per ore. I tempi regolamentari terminarono sul 2-2. Ai tempi supplementari, la rete del salvadoregno Mauricio "Pipo" Rodríguez regalò al suo Paese il sogno mondiale. Ma il calcio pareva essere diventata l'ultima cosa. Pochi giorni dopo le relazioni diplomatiche tra Tegucigalpa e San Salvador vennero interrotte e gli eserciti scesero in campo. Il 18 luglio, dopo cento ore di inutile carneficina, l'Organizzazione degli Stati Americani impose il 'cessate il fuoco'.''Mai avrei potuto immaginare che un mio gol potesse avere una ripercussione tale, visto quello che poi è successo'', ha raccontato anni dopo, in un'intervista al quotidiano spagnolo El Pais, Pipo Rodriguez. ''Solo dopo ho capito che non c'entravamo nulla, che quella partita venne solo utilizzata per fare quello che avevano già deciso di fare''. Il governo di El Salvador, grato ai suoi giocatori per quella vittoria simbolica, dopo aver fatto montare gli animi dell'opinione pubblica, si dimenticò di loro. "Lavorammo sei mesi gratis per poi sapere dalla Federazione che non c'erano soldi in cassa e, nonostante sia andato ai Mondiali, non mi diedero nemmeno una caramella'', ricorda Pipo. "L'Honduras non ebbe più alcuna relazione con El Salvador per dieci anni. Per riprenderle fu organizzata una partita di calcio. Alla fine, era proprio nostra la colpa?".

Il terzo tempo - Lo speciale mondiali di PeaceReporter

Christian Elia

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