03/06/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Le voci delle associazioni legali che hanno difeso i diritti degli attivisti della Freedom Flotilla

scritto per noi da
Barbara Antonelli

Vengono rilasciati oggi, ma rimarranno agli arresti domiciliari, Muhammed Zeidan, portavoce dell'High Committee dei Cittadini Arabi di Israele, lo sceicco Raed Salah, uno dei leader del movimento islamico, lo sceicco Hamad Abu Daabes e Lubna Masarwa, del Free Gaza Movement e dell'universita' di al-Quds.

La corte di Ashkelon ha deciso di rilasciarli, ma imponendo alcune condizioni, contrariamente a quanto chiesto dagli avvocati di Adalah, l'organizzazione israeliana che ha seguito le questioni legali legate alla detenzione degli attivisti della Freedom Flotilla. "Cinque giorni agli arresti domiciliari, per 45 giorni non potranno lasciare il paese e dovranno pagare una multa di 150mila shekels (più di 30mila euro). Lo abbiamo appreso questa mattina", dice Gaby Rubin, coordinatrice media di Adalah, che aveva gia' deciso di ricorrere in appello oggi contro la iniziale decisione della Corte di tenere in carcere i quattro palestinesi con passaporto israeliano fino all'8 giugno e di estendere a sei mesi il divieto di lasciare Israele.
"Un atto discriminatorio e persecutorio", aveva scritto Adalah nel comunicato di ieri, "rimangono in carcere in quanto cittadini arabi di Israele", quindi cittadini di serie B: una detenzione illegale - hanno riferito gli avvocati di Adalah - non solo perche' nessuna accusa e' stata loro imputata, ne' e' stata evidenziata alcuna prova di reati commessi (come del resto per tutti gli altri partecipanti alla Freedom Flotilla) ma anche perché la detenzione è illegale visto come le navi sono state assaltate in acque internazionali e quindi Israele non potrebbe esercitare alcuna giurisdizione.

Insieme ad Adalah, anche gli avvocati di al-Mezan, si sono attivati nella difesa della Freedom Flotilla. Martedi, "diciotto avvocati hanno potuto incontrare gli attivisti detenuti ad Ashkelon, dopo ore di attesa - dice Gaby Rubin - ma tutto e' avvenuto in aperta violazione delle regole: i nostri avvicati si sono trovati a incontrare grandi gruppi di detenuti, 80 per volta, e' stato dato loro solo mezz'ora per ogni attivista arrestato, con molte difficolta' di comunicazione, per problemi anche di traduzione dalle diverse lingue. E' stato solo possibile, e non in tutti i casi, raccogliere informazioni parziali e di base sui nomi, per contattare le famiglie". Molti poi hanno dovuto firmare ordini di deportazione in ebraico, senza capire cosa stessero firmando.

Ieri invece gli stessi avvocati sono stati beffati dalle autorita' israeliane: "dopo aver atteso per ore, per colpa delle autorita' israeliane, alla prigione di Ella (Ber Sheeva) per incontrare gli attivisti detenuti, quando siamo riusciti a entrare ci e' stato detto che l'ultimo attivista era gia' stato espulso. Ci hanno preso in giro".

Yhad Habidallah avvocato del Free Gaza Movement - ha dichiarato sempre ieri alle telecamere di al-Jazeera - che la deportazione non puo' di fatto avvenire fino a quando non ci sia stato un hearing, ne'fino a quando i cosiddetti detenuti firmano un rimpatrio volontario". In alcuni casi molti degli attivisti non hanno firmato il rimpatrio e sono stati comunque deportati.
Le agenzie turche hanno diffuso oggi la notizia che sono tornati in Turchia i corpi dei nove attivisti uccisi dalla marina israeliana. Ma le autorita' israeliane non hanno comunicato fino ad oggi dove fossero i morti, i loro nomi, la loro nazionalita'. Ne' tantomeno ci sono state informazioni precise relative ai feriti.

Adalah, insieme a Physicians for Human Rights a un'altra organizzazione, PCATI, aveva gia' presentato lunedi all'Alta Corte israeliana una petizione non solo perche' agli avvocati non e' stato consentito di incontrare gli attivisti, ma anche per la mancanza di informazioni sui nomi dei feriti e dei morti e sulle mancate comunicazioni ai loro familiari. "Ieri alla nostra richiesta Habeas Corpus di lunedi - spiega Gaby - le autorita' hanno risposto che le informazioni relative ai morti e ai feriti e alle condizioni generali degli attivisti sono state direttamente fornite alle sedi diplomatiche. Ma questo non e' avvenuto per esempio per gli attivisti i cui paesi di origine non hanno relazioni diplomatiche con Israele."

Solo dopo la richiesta, Adalah e' venuta in possesso di una lista (parziale) degli ospedalizzati, ma e' stato comunque difficile identificare i passeggeri delle navi assaltate, dato che la lista era senza numeri dei documenti di identificazione, senza il paese di orgine, e con i nomi trascritti solo in ebraico.
Anche i medici di Physicians for Human Rights hanno denunciato come sia stato "estremamente difficile ottenere informazioni ufficiali dalle autorita e come ai nostri medici e' stato impedito di entrare negli ospedali" prima che i feriti fossero trasferiti nell'ospedale militare e poi deportati.
L'organizzazione aveva chiesto gia' lunedi di allestire una hot line per le famiglie degli attivisti, le cui condizioni di salute sono state coperte da un totale black out mediatico imposto da Israele.