10/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Africa e Asia. In un chicco. Si chiama Nerica, e non è un Ogm

Il riso Nerica: una speranza per il continente?Una nuova coltura, sperimentata per la prima volta solo sette anni fa nelle piantagioni della Guinea, potrebbe essere una risposta a molti problemi economici, sociali e umanitari del continente africano.
E’ il Nerica (New Rice for Africa), il nuovo riso per l’Africa, come lo hanno ambiziosamente ribattezzato i membri della Warda (o Adrao), l’organizzazione dell’Africa occidentale che lo sponsorizza.

Nato nel 1996 dall’idea di uno scienziato sierraleonese, Monty Jones, il Nerica è la combinazione di due tipi di riso: quello africano e quello asiatico, entrambi molto usati nel continente nero e tuttavia, se presi singolarmente, inadeguati o insufficienti per la popolazione rurale. Perché? Lo abbiamo chiesto a Kanayo F. Nwanze, nigeriano, direttore della Warda.
”Il riso africano è tipico del nostro continen te”, spiega dal suo ufficio di Abidjan Nwanze. “E’ stato per secoli il principale nutrimento degli africani. Ma ha un difetto. Sebbene esso resista alle a volte drammatiche variazioni climatiche che avvengono nel nostro continente, la sua produttività è alquanto bassa e quindi non sufficiente, oggi, al fabbisogno di chi lo coltiva e chi lo compra”.

Per supplire a questa mancanza gli africani accolsero di buon grado, circa mezzo millennio fa, il riso che i mercanti indiani, cinesi e indonesiani introdussero in Africa.
”Di contro – continua Nwanze – il riso asiatico è sempre stato molto più produttivo di quello africano, ma allo stesso tempo meno resistente alla siccità e alla temperature secche di molte zone dell’Africa. Questa sua vulnerabilità ha richiesto l’utilizzo di fertilizzanti che un contadino africano non sempre si poteva permettere”.

il New Rice for AfricaL’inadeguatezza delle due specie ha comportato negli ultimi anni una forte esigenza, da parte di molti paesi africani, di importare riso per miliardi di dollari. Uno schiaffo all’economia, insomma, ma anche un peso necessario, considerando che il riso è alla base dell’alimentazione dell’80 per cento dei Paesi poveri, tra i quali abbondano quelli africani.
A tentare di risolvere questo grattacapo è arrivato il Nerica, che - ci tengono a specificarlo - pur essendo figlio della biotecnologia non è un organismo geneticamente modificato (ogm).
In esso sono inglobati gli elementi migliori della specie asiatica e di quella africana, con lo scopo di aumentare la produttività e diminuire le importazioni. Inoltre, sostiene Nwanze, il riso Nerica è più nutritivo per i bambini, poiché contiene valori proteinici più alti. Ma non solo.

“I benefici di questa coltivazione – promette il direttore del Warda – si estendono anche all’ambito sociale. Il Nerica cresce e si sviluppa tra i 30 e i 60 giorni prima d ei predecessori che l’hanno generato. Questo permette ad agricoltori e contadini di raccogliere in anticipo rispetto ai tempi. E raccogliere in anticipo significa completare il lavoro entro settembre, che è il mese in cui molti bambini cominciano ad andare a scuola. Così i genitori non li obbligheranno a lavorare nei campi, ma li faranno studiare”.

La scommessa finora ha convinto i governi di molti paesi dell’Africa occidentale e ora si sta espandendo anche in Uganda e Kenya, a est. Intanto dai quartieri generali del Warda arrivano le prime rassicurazioni. In Guinea, Paese che per primo ha sperimentato questa nuova coltivazione, le importazioni di riso dall’estero sarebbero diminuite del 50 per cento.
Una buona notizia, soprattutto se con essa arriveranno anche i dati dell’aumento del numero di studenti nelle scuole elementari guineane.

Il nuovo riso per l’Africa ha conquistato anche gli esperti della Fao, che ha ribattezzato il 2004 come l’anno internazionale del riso.
“Il Nerica ha sicuramente un potenziale di cui l’Africa può beneficiare – commenta dagli uffici romani della Food and Agricolture Organisation, Eric Kuneman – e la Warda sta lavorando per creare diversi tipi di riso che si adattino il meglio possibile alle rispettive zone e aree climatiche”.

Se, a dispetto degli scettici, i semi di questa nuova coltura diventassero in futuro accessibili a tutte le aree rurali dell’Africa sub-sahariana, quest’ultima potrebbe vivere una nuova rivoluzione alimentare, economica e sociale. Un bel risultato, per un continente che ha vissuto carestie dal Biafra all’Etiopia, che è entrato nel terzo millennio con milioni di bambini-lavoratori e in cui la fornitura di scorte alimentari viene usata – come nello Zimbabwe di oggi – come mezzo per ricattare le comunità in dissenso con il governo.

Pablo Trincia

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