25/04/2004
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Tra ricordo e impegno
'MAI PIU' si legge, scritto in grandi caratteri nella pietra, all'ingresso di
un campo di sterminio.
La spianata dove erano le baracche, il ponticello su un torrente oltre
il quale erano (e sono) le camere a gas e i forni d'incenerimento sono
spiegazioni più significative di qualsiasi altra parola.
"Noi, popoli delle nazioni unite, decisi a salvare le future
generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di
questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità?". A
pochi mesi dalla fine della guerra, dalla liberazione dei pochi
sopravvissuti ai lager, così si apriva lo Statuto delle Nazioni Unite.
Chiunque abbia partecipato a manifestazioni del 25 Aprile sa che gli
interventi conclusivi invariabilmente si aprivano escludendo che si
trattasse di una pura celebrazione, di un semplice ricordo; affermando
che la ricorrenza comportava un rinnovato impegno.
E l'impegno del 25 Aprile è quello dichiarato nell'iscrizione di Mauthausen, nel
preambolo allo Statuto dell'Onu.
Il 25 Aprile italiano e le date corrispondenti in altri paesi non
volevano segnare la conclusione di una guerra, ma la fine della guerra,
di ogni guerra.
La "traduzione in italiano" suona come "ripudio della guerra" nell'articolo 11
della Costituzione.
Alcune degnissime persone, che hanno vissuto e sofferto quelle vicende,
pretendono oggi di preservare la purezza del ricordo sterilizzandolo,
riducendo il 25 Aprile a una generica ricorrenza, ammonendo che farne
occasione per rifiutare - ripudiare - la guerra sarebbe "una
strumentalizzazione".
Il 25 Aprile è stato senz'altro la Liberazione dal nazifascismo, ma è
stato più che una vicenda della storia: è stato pensato come una svolta
storica, la nascita di un mondo che rifiutasse la violenza come
"strumento di offesa alla liberta degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali".
In anni recenti abbiamo sentito pretesi eredi di quella svolta vantarsi
di avere abbattuto il tabù della guerra; abbiamo assistito alla
riabilitazione della guerra come strumento dell'azione politica.
La "giustificazione" addotta - la guerra come "lotta al terrorismo" -
non solo è successiva alle teorizzazioni che della forza fanno lo
strumento del dominio, ma si è rivelata, come era largamente previsto,
fonte del terrorismo; illegalità e terrorismo essa stessa.
La guerra illegale e di aggressione contro l'Iraq è in atto; occorre
uscire dalla situazione che si è creata. Ma uscirne è l'opposto che
proseguirla.
E' intellettualmente disonesto e politicamente mediocre parlare di
"coinvolgimento" dell'Onu, quasi che si tratti di far posto alle
Nazioni Unite accanto alle forze di occupazione.
L'Onu deve essere, con il popolo iracheno, il solo protagonista di un'evoluzione
pacifica.
La sola via possibile, urgente perchè ogni giorno più difficile, è che cessi drasticamente
la situazione attuale.
L'Italia - terza ormai, per consistenza quantitativa, tra le forze
occupanti - ritirando le sue truppe non agirebbe solo nell'interesse
proprio. Fornirebbe un titolo di ripensamento anche alla Gran Bretagna,
divenuta dubbiosa, e agli Stati Uniti, che hanno oggi minori certezze
di quante ne nutrissero un anno fa.
Che il 25 Aprile in Italia si celebri all'insegna della richiesta del
ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq è un atto doveroso di
fedeltà alla memoria e ai valori della Liberazione, che nel dire "mai
più" è andata oltre se stessa, ha manifestato il proprio impegno verso
il futuro, ha espresso il proprio significato destinato a durare.