Lucio Gutierrez tenta un 'autogolpe'. Poi torna sui suoi passi. Migliaia in piazza
scritto per noi da
Tancredi Tarantino
Un clima da guerra civile
sta caratterizzando Quito in queste ore. Da Guayaquil, principale cittá della
costa ecuadoriana, stanno arrivando decine di bus, scortati dalla polizia, con
a bordo cittadini pagati dal Governo per appoggiare il presidente Lucio Gutierrez.
Le migliaia di manifestanti, che da una settimana chiedono la rinuncia de el Coronel, stanno creando delle
barricate con auto e camion per bloccare le vie d’accesso alla capitale. In
diversi punti della cittá ci sono scontri. Il sindaco di Quito, Paco Moncayo,
ha ordinato di bloccare la Panamericana, a sud e a nord della capitale, con gli
automezzi del Comune, per proteggere la cittá e i suoi cittadini.
I “duri”, come vengono
chiamati i guayaquilegni pagati dal Governo, sono armati di machete e bastoni.
Si sono sentiti i primi spari provenienti dagli autobus.
Radio La Luna,
l’emittente che sta guidando le proteste di questi giorni, invita gli
ecuadoriani a lasciare le case e gli uffici e riversarsi in strada per
difendere la propria cittá e la democrazia, mentre aerei dell’aeronautica stano
raggiungendo la capitale dalla selva amazzonica.
La situazione é
precipitata ieri sera. In 150 mila hanno percorso le vie dei quartieri
nord di Quito, percotendo pentole e gridando contro
Lucio. Negli scontri é morto un giornalista cileno, Julio Agusto
García, fotoreporter di 58 anni, che da vent’anni viveva in Ecuador, costretto
a fuggire dalla dittatura cilena di Pinochet.
Bambini ed anziani con le
mani alzate e con i fischietti in bocca si sono spinti fino all’inizio del
centro coloniale dove un blocco militare ha impedito l’accesso dei manifestanti
nella zona rossa di Quito, dove ha sede il palazzo del Governo. Dopo circa
dieci minuti di trattative, la polizia ha deciso di caricare con idranti e
lacrimogeni. Le migliaia di partecipanti alla proteste, fino a quel momento
pacifica, sono stati colti di sorpresa. Alcuni bambini sono svenuti a causa del
gas, schiacciati dalla folla costretta a fuggire. Il bilancio finale, secondo
un comunicato della Croce Rossa, é stato di cento feriti ed un morto.
Venti ore. Tanto é durato
in Ecuador il colpo di stato con cui Lucio Gutierrez ha destituito la Corte
Suprema di Giustizia, incaricando il Parlamento di trovare una soluzione per la
nomina dei nuovi giudici.
Venerdí sera, a reti
unificate e attorniato dai vertici delle Forze Armate, el Coronel decreta lo stato d’emergenza per far fronte alle
numerose proteste di chi, da giorni, chiedeva la rinuncia del Presidente.
Un colpo di stato. Con tono austero
e
rivolgendosi direttamente al popolo
ecuadoriano, il “dittatore per un
giorno”
legge gli otto articoli del decreto di emergenza da lui stesso emanato. Per
salvaguardare l’ordine pubblico ed evitare scontri tra le parti sociali,
“dichiaro lo stato d’emergenza per Quito e per la provincia del Pichincha”, ha
esordito Gutierrez. “Sulla base dei poteri conferiti dalla Costituzione in caso
di emergenza nazionale – aggiunge – dichiaro destituita la Corte Suprema di
Giustizia”, che aveva innescato le forti proteste di questi giorni per aver
annullato i giudizi a carico di ex-presidenti corrotti. E’ questo secondo punto
che fa gridare al colpo di stato. Un’ingerenza del potere Esecutivo su quello
Giudiziario che, a detta di autorevoli costituzionalisti ecuadoriani, non é
consentito neanche in stato d’emergenza e che fuoriesce dai confini dell’ordine
democratico.
Ma il nuovo dittatore
continua a leggere il suo decreto. Attribuisce poteri discrezionali alle forze
dell’ordine e restringe i diritti civili riconosciuti dalla Costituzione.
Limita il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni e quello di
associazione. Sospende l’inviolabilitá del domicilio, con la conseguenza che la
polizia potrá entrare nelle abitazioni di privati cittadini e procedere a
perquisizioni senza nessun mandato giudiziario. Infine, restringe il diritto di
transitare liberamente, imponendo il coprifuoco a partire dalla mezzanotte.
A molti analisti
internazionali la misura ricorda l’auto-golpe di Alberto Fujimori, dittatore
peruviano degli anni novanta.
In migliaia contro Gutierrez. Per la democrazia. La risposta del popolo
ecuadoriano é immediata. Alcuni stavano giá partecipando ai
cacerolazos, le proteste con le pentole,
emblema della difesa della democrazia in Ecuador. Altri, mentre approfittavano
del fine settimana per concedersi un
trago,
un bicchierino, vengono attratti dalle immagini di Gutierrez trasmesse dagli
schermi giganti di bar e ristoranti. Altri ancora si fermano agli angoli delle
strade per ascoltare le parole di
Lucio attraverso
le radio delle guardie armate che, nel nord di Quito, proteggono quel 20% della
popolazione che detiene l’80 per cento delle ricchezze.
La tensione cresce e la
paura per quei poteri discrezionali concessi alle forze dell’ordine, poco a
poco, lascia spazio alla rabbia per una democrazia violata. La gente si riversa
in strada in diversi punti della capitale e, con pentole, fischietti e
bandiere, marcia verso Carondelet, il palazzo di Governo. Piú di diecimila
persone percorrono le vie di Quito, da nord a sud, al grido di “Lucio
dittatore, Lucio traditore”. Le manifestazioni durano tutta la notte. La
mattina seguente alle nove, l’avenida Shyris, da dove sono partiti i primi cacerolazos, é invasa da ecuadoriani
provenienti da tutto il Paese. I clacson delle auto suonano in segno di
protesta e nella capitale giungono notizie di altre manifestazioni nelle
province andine.
Non solo a Quito. Anche le cittá della
costa, finora assenti nella protesta, sembrano svegliarsi. Jaime Nebot, sindaco
di Guayaquil, la piú grande cittá del Paese, annuncia per l’intera giornata di
lunedí uno sciopero generale “in difesa della democrazia e per cacciare il
dittatore”, mentre giungono le prime reazioni della comunitá internazionale.
Il primo ad esprimersi é il
presidente cileno Ricardo Lagos che, dalla Casa de la Moneda, annuncia di aver
annullato la visita in Ecuador “a causa della crisi politica che attraversa il
Paese”.
Quindi é il turno del
Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che sottolinea come
“l’attuale crisi potrebbe aggravare una situazione giá instabile” ed invita
Governo ed opposizione a “trovare uan soluzione democratica attraverso il
dialogo”.
Stesso invito giunge
anche d’oltre oceano, da dove Jean Asselborn, cancelliere del Lussemburgo, cui
spetta la presidenza di turno dell’Unione Europea, auspica “un ritorno alla
normalitá costituzionale”.
Nella tarda mattinata,
piomba il comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Gli Stati
Uniti si dicono preoccupati e lasciano intendere di non appoggiare nessuna
deriva autoritaria nel piccolo paese andino, auspicando invece “un dialogo
aperto e rispettoso tra le parti, che possa garantire un sistema giudiziario
indipendente”.
Messo all'angolo. Di fronte alle pressioni
interne di un popolo che non intende rinunciare ai suoi diritti democratici ed
in seguito ai segnali negativi provenienti da tutto il mondo, il golpista
Gutierrez non ha altra scelta che tornare sui suoi passi e revocare lo stato
d’emergenza.
Il “dittatore per un
giorno” torna a parlare agli ecuadoriani a reti unificate. Questa volta alle
sue spalle non c’é nessun generale minaccioso. É da solo, e forse lo é anche al
di fuori della sala stampa di Carondelet.
“Sollevo lo stato
d’emergenza perché ho raggiunto il mio scopo di destituire la Corte Suprema –
annuncia – e perché il presidente del Congresso mi ha garantito che la
destituzione verrá confermata dai deputati”.
Il giorno dopo, in seduta
straordinaria, il Parlamento ratifica la decisione di Gutierrez, lasciando un
vuoto nel sistema giudiziario ecuadoriano. Adesso sará compito del potere
Legislativo trovare una soluzione per la nomina dei nuovi giudici del piú
importante organo giudiziario del Paese.
Armati di pentole e calcson. Nel frattempo, le
proteste contro il presidente Gutierrez non si placano. Radio La Luna,
l’emittente che ha diretto le pacifiche manifestazioni di questi giorni,
denuncia di essere vittima di sabotaggio attraverso potenti interferenze che ne
impediscono la ricezione. Tuttavia, continuano ad essere in migliaia a
manifestare per la rinuncia di
Lucio,
accusato di aver abusato dei poteri concessi dalla Costituzione e di aver
attentato all’ordine democratico dello Stato. La situazione in Ecuador, dunque,
rimane tesa e le pentole continuano a risuonare tra le Ande ecuadoriane.