31/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



L'attacco alla Flotilla è il colpo definitivo all'asse tra Gerusalemme e Ankara, rapporto strategico di grande importanza, incrinatosi due anni fa.

Oltre alle 19 persone uccise nel bltz del commando della marina isreaeliana contro la flotta che tentava di spezzare l'embargo contro Gaza, c'è una vittima collaterale ed è probabilmente quella attorno alla quale si dovrà ragionare nei prossimi giorni: il rapporto tra Israele e la Turchia.

L'impronta turca dietro la missione. Non era già in buone condizioni, ma l'assalto dei corpi speciali e l'uso della forza contro la Flotilla pacifista è il colpo di grazia che rischia di far crollare quella che è stata una sponda storica di Israele nei rapporti col mondo islamico.
Questo perché l'impronta turca dietro la missione umanitaria c'era ed era evidente. Turca era una delle imbarcazioni attaccate nel raid di questa notte, la Mavi Marmara, l'ammiraglia che trasportava 581 persone e che ha registrato le perdite più alte, turco era il suo equipaggio, turca la bandiera che sventolava e forse anche la maggior parte delle vittime. Pur non essendoci il sigillo del governo, la missione era supportata da Ankara, tanto che alcuni blog la descrivono come una missione governativa "de facto". Lo stesso premier Tayyip Erdogan, pur avendola definita un'iniziativa umanitaria nata dall'impegno di organizzazioni non governative, si era premurato di aggiungere che non ci sarebbero stati problemi "se Israele avesse mostrato un approccio umanitario nei confronti di una questione umanitaria". Inoltre, la Turchia aveva in più occasioni chiesto a Gerusalemme di lasciar passare il convoglio di navi con 10 mila tonnellate di aiuti, diretta a Gaza, che da tre anni è stretta nella morsa di un embargo. L'attacco sferrato dalle special forces israeliane è quindi uno sgarbo pesante nei confronti di Ankara, le cui prime reazioni ufficiali danno l'idea della gravità della situazione.

Le reazioni di Ankara. Per dar l'idea di quanto profonda sia la rottura, basta citare la dichiarazione di Erdogan che ha bollato l'ainiziativa israeliana come un esempio di "disumano terrorismo di stato", mettendo il sigillo su una giornata in cui la temperatura dello scontro tra le due capitali non ha fatto che salire. Non erano passate poche ore dal raid, che il ministero degli Esteri turco annunciava che l'azione israeliana avrebbe avuto un impatto devastante sulle relazioni bilaterali tra i due Paesi: "Attaccando civili innocenti, Israele ha dato prova, ancora una volta, di considerare la vita umana e le iniziative per la pace senza alcun valore. Questo atto vergognoso, condotto in acque internazionali e in spregio delle leggi internazionali, potrebbe causare un danno alle nostre relazioni che sarà impossibile riparare". A stretto giro è stato convocato l'ambasciatore israeliano ad Ankara, Gaby Levi, trattenuto per venti minuti in un colloquio teso, nel corso del quale gli è stato chiesto un rapporto su tutti i passengeri a bordo delle sei imbarcazioni e di agevolare il trasferimento, con urgenza, di tutti i feriti turchi in mano agli israeliani. Poco dopo, a testimoniare l'escalation dei passi di rottura diplomatica, è stato annunciato il richiamo in patria dell'ambasciatore turco in Israele. La notizia è stata diffusa dal vicepremier, Bulent Arinc, che ha inoltre confermato la voce secondo la quale la Turchia avrebbe chiesto una riunione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Passi che testimoniano una tensione tra i due Paesi, storicamente uniti da rapporti di amicizia e collaborazione, che non ha precedenti e che cadono in un contesto di freddezza che dura da un paio d'anni. Da quando cioè Erdogan, subito dopo l'operazione Piombo Fuso del 2008, cominciò ad attaccare Israele e a ridefinire la posizione turca nella questione palestinese in un'ottica meno neutrale e più filoaraba. Tensione che è stata testimoniata da iniziative eclatanti, come la diserzione da parte del premier turco di una tavola rotonda al vertice di Davos, nel gennaio del 2009, nel corso della quale avrebbe dovuto confrontarsi con il presidente israeliano Shimon Peres, ma anche da piccoli sgarbi che non hanno ricevuto la stessa copertura mediatica, come il rifiuto turco di invitare i jet dell'areonautica militare israeliana a partecipare a un'esercitazione prevista da tempo, pur avendo i due Paesi un rapporto di cooperazione in ambito militare. Per Erdogan, inoltre, l'assalto alla flotta pro-Gaza rischia di creare problemi sul fronte interno. A bordo di una delle navi, infatti, c'erano telecamere di televisioni nazionali che hanno ripreso il blitz, le cui immagini adesso vengono ritrasmesse in continuazione dai principali canali. Scene, come quella del soldato che sale a bordo imbracciando un mitra e scavalcando proprio la bandiera rossa con la mezzaluna bianca, che contribuiscono ad accendere gli animi. Ad Istanbul, in migliaia sono scesi in piazza e si sono già registrati scontri tra i reparti antisommossa della polizia e gruppi di manifestanti che hanno tentato di assaltare il consolato israeliano, tanto che Gerusalemme ha chiesto ai suoi cittadini di lasciare immediatamente la Turchia e anche questo è un passo che da' l'idea di quanto la situazione stia precipitando. Difficile pensare che Ankara possa fare sconti. Per Israele, quindi, il raid rischia di rivelarsi una mossa davvero controproducente, perché lascia sul terreno una partnership strategica che in passato ha dato frutti e gli ha garantito un canale di comunicazione importante con il mondo islamico, fondamentale per un Paese da sempre percepito come un corpo estraneo nella regione. Da oggi gli israeliani sono ancora più isolati.

Alberto Tundo

 

Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Israele - Palestina