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Nessuno mette in discussione le partite di beneficenza. Servono. Si raccolgono tanti soldi da utilizzare, almeno si spera, per progetti di solidarietà. Il nobile fine, a volte, rende meno imbarazzante la vista dell'attore bolso, del politico attempato, dell'ex calciatore impresentabile e così via che scorrazzano per un campo di calcio in calzoncini e magliette che ne fasciano i corpi non proprio atletici.
Giocare alla pace. Il calcio, quindi, si fa sfruttare (nel senso buono del termine) per fini nobili grazie al potere oggettivo di comunicazione immenso che possiede il 'gioco più bello del mondo'.
Il 13 aprile 2010 è accaduto qualcosa del genere. Preceduti dal motto un po' banale Kùlluna farìq wàhid (siamo tutti una sola squadra), a Beirut, stadio comunale, sono scesi in campo i politici libanesi. Maggioranza contro opposizione. Maglia rossa per i primi, capitanati dal premier Hariri, maglia bianca per i secondi, guidati dal parlamentare di Hezbollah, Ali Ammar. Il presidente della Repubblica, Michael Suleiman, e quello del Parlamento, Nabih Berri, si sono accomodati in tribuna a causa dell'età non più verde. Anche quelli che sono scesi in campo, in realtà, non hanno voluto esagerare e hanno preferito giocare solo per trenta minuti. Mancava il leader supremo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ma la seriosità connaturata all'aura teologica della quale è circondato sconsigliava apparizioni in tenuta da gioco. Oltre al fatto che rientra nella lista nera d'Israele e un 'omicidio mirato' con un razzo israeliano che colpiva uno dei giocatori della Partita del Cuore - come l'hanno ribattezzata i media libanesi - non era il massimo del marketing politico. Per la cronaca la partita l'ha vinta la squadra della maggioranza, per 2-0, doppietta di Sami Gemayel, uomo di punta dei falangisti, formazione cristiano-maronita fondata dal nonno del bomber di giornata e responsabile di svariati massacri durante la guerra civile in Libano.
Un giorno non come gli altri. Il 13 aprile è un giorno particolare per il Paese dei Cedri. Il 13 aprile 1975, infatti, viene comunemente fissato come l'inizio del conflitto interno che durò fino al 1990, causando la morte di 200mila persone. Quel giorno Pierre Gemayel, nonno di Sami, fu oggetto di un attentato da parte di miliziani palestinesi e scatenò i suoi sgherri che massacrarono 27 civili palestinesi su un bus. Fu la scintilla che scatenò l'inferno, culminato nell'invasione dell'esercito israeliano nel 1982. La partita, quindi, è stato un bello spot per la pace, ma come di tutti gli spot bisogna diffidare. Non a caso le tribune erano vuote. I libanesi hanno infatti potuto seguire la partita in televisione, ma non allo stadio, presidiato da centinaia di poliziotti e militari. Lo stesso accade per il campionato che si gioca a porte chiuse da anni per timore di scontri. Il calcio, in Libano, rispecchia una società multietnica che da troppo tempo, però, non riesce a conoscere la pace. Ogni squadra della capitale è il simbolo di una delle anime del Paese. L'al-Ansar, che detiene il record di scudetti, appartiene al clan della famiglia Hariri, punto di riferimento della comunità sunnita. La formazione al-Safa, invece, è la squadra più vicina alla comunità dei drusi guidata da Walid Jumblatt. La comunità cristiana è divisa in due pure nel mondo del pallone: il Sagesse è il team dei maroniti, il Racing quello degli ortodossi. Per finire gli sciiti, dove i seguaci di Hezbollah tengono per l'al-Ahed e gli altri per il Nejmeh.
Cercando un futuro condiviso. Lo stadio di Beirut è uno dei simboli del martirio vissuto da questa parte del Mediterraneo. Durante la guerra civile, nel 1983, venne totalmente distrutto dai bombardamenti. Nel 2000, totalmente ricostruito, fu la sede della partita inaugurale dell'edizione di quell'anno della Coppa d'Asia. Sempre nel 2000, l'esercito israeliano si ritirava dalle zone occupate e, per davvero, un nuovo futuro pareva stagliarsi all'orizzonte per il Libano. Il 14 febbraio 2005, però, il padre dell'attuale premier, Rafiq Hariri, imprenditore edile che aveva ricostruito gran parte della capitale (con una commistione pubblico-privato non sempre molto limpida) venne assassinato in un attentato. L'incubo della violenza tornò in Libano e, l'estate dopo, l'esercito israeliano attaccò di nuovo Beirut, con l'obiettivo di cancellare Hezbollah dalla faccia della terra, ma ottenendo solo di riportare indietro l'orologio del Libano agli anni bui della guerra civile. Adesso la situazione politica è molto fluida, tra divisioni interne e paura di un nuovo attacco israeliano. Non basta certo una partita a cambiare le cose, ma per i libanesi davanti alla televisione sarà apparso rassicurante vedere i leader politici litigare solo per una rimessa laterale.
Christian Elia