25/04/2004
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"Stiamo facendo la guerra perchè siano finite le guerre domani"
Sono trascorsi sessant’anni dal giorno in cui, consegnate le armi,
prima da partigiano, poi da Volontario dell’esercito italiano al
seguito dell’ottava armata, tornai ad essere un operaio della Sezione
Breda aeronautica, che trovai distrutta da un bombardamento inglese.
Sessant’anni di ricordi, filtrati, ad ogni anniversario, dallo
svolgersi degli avvenimenti, rischiano di accavallarsi senza che,
dall’insieme, si possa ricavare una sintesi adatta a formare una sicura
idea politica. Ogni 25 aprile ci costringe a controllare se i valori
per i quali abbiamo lottato siano al sicuro nelle strutture che abbiamo
aiutato a formare, la Repubblica prima e la Costituzione poi. Per anni,
di continuo, ho cercato questa sicurezza nei pensieri, nelle reazioni
delle nuove generazioni di studenti che incontravo in occasione delle
manifestazioni.
Gli studenti vedevano in me un “testimone” della Resistenza e nei primi
anni ciò che accendeva la loro curiosità erano le azioni armate, la
parte eroica e mitica della guerra di Liberazione che io mi rifiuto di
considerare come “civile”. Non so se il mio ottimismo nei confronti
delle nuove generazioni, soprattutto le ultime, così lontane dagli
avvenimenti della guerra del 1945, sia una valutazione proveniente
dalla serietà dei loro interventi. Dai loro visi attenti, quando
avvengono questi incontri. O se invece misuro il mio ottimismo dal
fatto che ogni anno, il 25 aprile riesce a mantenersi vivo nella
gioventù nonostante i passaggi di generazione.
Quest’anno la data della vittoria sul nazismo e sul fascismo si svolge
attorno a due grandi temi: la memoria degli scioperi del 1944 che
diedero vita al più generoso atto di ribellione dei lavoratori, costato
una feroce rappresaglia da parte di un nemico violento e disumano, e la
grande mobilitazione contro la guerra, questa parola che i partigiani
scandivano ogni momento con la frase “stiamo facendo la guerra perché
siano finite le guerre domani”. Le sofferenze patite dall’umanità
durante il conflitto mondiale sembravano aver trovato un compenso nella
vittoria dei giusti, nel processo di Norimberga, nell’Onu, nelle
vittorie sul colonialismo,nei sentimenti di solidarietà che univano
forze e idealità politiche diverse alla ricerca di soluzioni unitarie.
Pensiamo alla nostra Costituzione repubblicana, ai valori che era
riuscita a contenere nei suoi dettami, tra cui l’emancipazione del
lavoro e la priorità della pace su ogni altra conquista. Siamo a
sessant’anni dalla vittoria sul fascismo. I valori dai quali abbiamo
tratto il coraggio e lo spirito di sacrificio nel cercare di renderli
attivi per tutti gli italiani, sono ancora un motivo della nostra
perseveranza e della nostra partecipazione alle lotte politiche.
Le guerre che sconvolgono il mondo ci vedono preoccupati e perplessi;
non c’è limite alla sofferenza e non appaiono certezze di una loro
soluzione. Vi sono uomini, donne, giovani, che attraverso forme di
volontariato civile o religioso cercano di attenuare il dolore nei
luoghi dove infuria la guerra. Vi sono organizzazioni che operano e
intervengono direttamente sulle sofferenze degli infelici offesi dalle
armi dei guerrieri moderni e dei mercenari.
Al racconto delle sofferenze dei deportati nei campi di sterminio oggi
dobbiamo aggiungere la visione dei piccoli afgani privati degli arti
dalle mine collocate nel loro territorio, delle vittime innocenti del
terrorismo, sapendo da quali perversi obiettivi strategici hanno
origine queste sciagure.
Un venticinque
aprile quindi di lotta per la pace.