25/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



"Stiamo facendo la guerra perchè siano finite le guerre domani"
Scritto per noi da
Carlo Talamucci

Carlo Talamucci Sono trascorsi sessant’anni dal giorno in cui, consegnate le armi, prima da partigiano, poi da Volontario dell’esercito italiano al seguito dell’ottava armata, tornai ad essere un operaio della Sezione Breda aeronautica, che trovai distrutta da un bombardamento inglese.

Sessant’anni di ricordi, filtrati, ad ogni anniversario, dallo svolgersi degli avvenimenti, rischiano di accavallarsi senza che, dall’insieme, si possa ricavare una sintesi adatta a formare una sicura idea politica. Ogni 25 aprile ci costringe a controllare se i valori per i quali abbiamo lottato siano al sicuro nelle strutture che abbiamo aiutato a formare, la Repubblica prima e la Costituzione poi. Per anni, di continuo, ho cercato questa sicurezza nei pensieri, nelle reazioni delle nuove generazioni di studenti che incontravo in occasione delle manifestazioni.

Gli studenti vedevano in me un “testimone” della Resistenza e nei primi anni ciò che accendeva la loro curiosità erano le azioni armate, la parte eroica e mitica della guerra di Liberazione che io mi rifiuto di considerare come “civile”. Non so se il mio ottimismo nei confronti delle nuove generazioni, soprattutto le ultime, così lontane dagli avvenimenti della guerra del 1945, sia una valutazione proveniente dalla serietà dei loro interventi. Dai loro visi attenti, quando avvengono questi incontri. O se invece misuro il mio ottimismo dal fatto che ogni anno, il 25 aprile riesce a mantenersi vivo nella gioventù nonostante i passaggi di generazione.

Quest’anno la data della vittoria sul nazismo e sul fascismo si svolge attorno a due grandi temi: la memoria degli scioperi del 1944 che diedero vita al più generoso atto di ribellione dei lavoratori, costato una feroce rappresaglia da parte di un nemico violento e disumano, e la grande mobilitazione contro la guerra, questa parola che i partigiani scandivano ogni momento con la frase “stiamo facendo la guerra perché siano finite le guerre domani”. Le sofferenze patite dall’umanità durante il conflitto mondiale sembravano aver trovato un compenso nella vittoria dei giusti, nel processo di Norimberga, nell’Onu, nelle vittorie sul colonialismo,nei sentimenti di solidarietà che univano forze e idealità politiche diverse alla ricerca di soluzioni unitarie. Pensiamo alla nostra Costituzione repubblicana, ai valori che era riuscita a contenere nei suoi dettami, tra cui l’emancipazione del lavoro e la priorità della pace su ogni altra conquista. Siamo a sessant’anni dalla vittoria sul fascismo. I valori dai quali abbiamo tratto il coraggio e lo spirito di sacrificio nel cercare di renderli attivi per tutti gli italiani, sono ancora un motivo della nostra perseveranza e della nostra partecipazione alle lotte politiche.

Le guerre che sconvolgono il mondo ci vedono preoccupati e perplessi; non c’è limite alla sofferenza e non appaiono certezze di una loro soluzione. Vi sono uomini, donne, giovani, che attraverso forme di volontariato civile o religioso cercano di attenuare il dolore nei luoghi dove infuria la guerra. Vi sono organizzazioni che operano e intervengono direttamente sulle sofferenze degli infelici offesi dalle armi dei guerrieri moderni e dei mercenari.

Al racconto delle sofferenze dei deportati nei campi di sterminio oggi dobbiamo aggiungere la visione dei piccoli afgani privati degli arti dalle mine collocate nel loro territorio, delle vittime innocenti del terrorismo, sapendo da quali perversi obiettivi strategici hanno origine queste sciagure.
 
Un venticinque aprile quindi di lotta per la pace.


 
Categoria: Storia
Luogo: gli articoli