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Per mesi il Sudafrica ha aspettato i mondiali di calcio cercando di neutralizzare il pericolo terrorismo ma a poche settimane dall'inizio del torneo-vetrina è ormai chiaro che la sigla che tormenta i sogni di politici e organizzatori non è quella di Al Qaeda.
Settore strategico. Si chiama Satawu (South African Transport and Allied Workers Union) ed è il sindacato che ha tenuto in scacco un intero Paese per due settimane, insieme ad un'altra importante organizzazione sindacale, Utatu (United Transport and Allied Trade Union), con la quale ha indetto uno sciopero per ottenere un adeguamento salariale per la categoria di lavoratori da loro rappresentata, che è stratetgica. Satawu e Utatu infatti raccolgono da sole l'85 percento dei quasi 50 mila dipendenti della Transnet, la società che sul suo sito si definisce "la punta di diamante della catena che si occupa del trasporto logistico che fa arrivare beni a proprio tutti i sudafricani". Non è marketing ma la semplice verità. La Transnet, compagnia la cui quota di maggioranza è detenuta dal Dipartimento delle Imprese pubbliche, è una società che sovrintende al trasporto di persone e merci su rotaia, agli oleodotti che distribuiscono il combustibile, alle operazioni portuali. E il risultato è sotto gli occhi di tutti, con le esportazioni di metalli, frutta e vino (il settore ortofrutticolo vale da solo un limliardo di euro l'anno) che si sono bloccate. Solo Freegold SA Export, che esporta in tutto il mondo, sostiene di avere otto miliardi di rand di merce bloccata nei porti. Intanto la moneta locale, il rand, ha perso sui mercati valutari uno 0,2 percento. Il governo ha temuto il peggio: tra poco più di due settimane in Sudafrica cominceranno i Mondiali di calcio, ribalta che sancirà definitivamente l'ingresso della potenza africana nel novero dei Paesi che contano e in quei giorni tuto dovrà funzionare alla perfezione. Sarà davvero così? Lo sciopero si è concluso ieri ma il Paese adesso si trova a fare i conti con i danni prodotti dalle due settimane di paralisi, che non sono pochi. Secondo la Camera di Commercio e dell'Industria, il Sudafrica ha già visto la propria produttività diminuire di un buon 25 percento. Efficient Group stima che il Paese abbia perso qualcosa come 25 miliardi di rand, sei dei quali soltanto nel settore minerario, 6,3 nel commercio al dettaglio e all'ingrosso e altri 6,2 nel settore dei trasporti. Tutto ciò costerà al Sudafrica un punto percentuale del Pil.
Lo sciopero si allarga. Tutto era cominciato il 10 maggio, quando Satawu e Utatu avevano fatto partire uno sciopero che ormai veniva evocato da giorni: in palio c'era la richiesta delle due organizzazioni di un aumento salariale del 15 percento, con i vertici della società parastatale decisi a non andare oltre l'8 percento, sostenendo che con un'inflazione ferma al 5,1 percento non c'erano ragioni per chiedere tanto. Quando la Transnet è arrivata a concedere un aumento dell'11 percento, il fronte sindacale si è rotto, con Utatu che ha deciso di accettare l'offerta, invocando una necessaria ragionevolezza, spiegando che difficilmente avrebbero potuto ottenere di più. Ma Satawu, pur avendo concesso qualcosa (si era detta disponibile ad accettare un aumento del 13 percento) ha tenuto la posizione e ha fatto appello alla solidarietà dei lavoratori di altre società perché si unissero alla loro protesta. E lo sciopero si è allargato a macchia d'olio. Subito si è pronunciata la Psasa (Public Servants Association of South Africa), sigla dei funzionari governativi, aderendo allo sciopero e invocando un simile trattamento anche per i dipendenti statali. Lo stesso hanno fatto Prasa (Passenger Rail Agency of South Africa), che riunisce i dipendenti di Metrorail, società che fa viaggiare ogni giorno due milioni di sudafricani, Hosptusa (Health and Other Service Personnel Trade Union of South Africa), una delle quattro sigle dei dipendenti della catena ospedaliera privata Netcare, che chiedeva un ritocco del 12 percento sulla busta paga. Intanto, la paralisi dei porti ha costretto compagnie come Exxaro Resources, AncelorMittal, Xstrata, Samancor e Rukki a evocare la clausola di forza maggiore, in virtù della quale sarà coperta la loro inadempienza rispetto ai contratti di fornitura stipulati. E non è tutto. Regna il panico ai piani alti di Eskom, la compagnia elettrica che produce il 95 percento dell'energia distribuita nel Paese. Nella notte tra il 25 e il 26 maggio, la società ha ottenuto un permesso speciale da parte della Corte del Lavoro per impedire a quella parte dei suoi 25 mila dipendenti associata alla National Union of Mineworkers di entrare in sciopero ma la situazione resta calda (la società ha offerto un aumento del 3,5 percento, incontrando uno sdegnato rifiuto del sindacato). D'altronde, è difficile pensare ad un momento più propizio per i lavoratori sudafricani: con un mondiale alle porte e una leadership che teme di perdere il controllo della situazione, le loro istanze non possono essere ignorate. Poi, giovedì 27 Satawu si è accordata con Transet per un aumento del 12 percento e la sospensione dei licenziamenti per un anno. Il rischio che gli scioperi arrivassero ad un punto di non ritorno era troppo reale perché qualcuno pensasse davvero di assumersene la responsabilità. Provvidenziale è stato il lavoro della Commissione per la conciliazione, la mediazione e l'arbitrato che aveva già negoiato l'accordo tra Transnet e Utatu. Tutto risolto? Non proprio. Il governo teme che durante i Mondiali si possano ripetere nuove prove di forza da parte dei lavoratori sindacalizzati. E quanto dichiarato proprio ieri dall'organo di vertice dei sindacati sudafricani (Cosatu, Congress of South African Trade Unions), e cioè che potrebbero esserci nuovi scioperi duranti il campionato, non è propriamente incoraggiante. D'altronde, si diceva che il torneo sarebbe stata un'opportunità per tutti. I lavoratori non se lo sono fatti ripetere due volte.
Alberto Tundo