28/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La Colombia è un paese da anni assuefatto al 'tutto previsto' e quindi all'astensionismo, specchio di una società senza sogni e lontana dalla politica, arresa a un sistema di potere corrotto e senza speranza. Ma oggi qualcosa è cambiato

Domenica 30 maggio, ventinove milioni di colombiani sono chiamati a decidere il destino del loro paese. In quanti risponderanno? È questo il primo di una lunga serie di interrogativi che emerge in questa scalpitante e per questo anomala vigilia elettorale.
La Colombia è un paese da anni assuefatto al 'tutto previsto' e quindi all'astensionismo. Nelle ultime presidenziali, 28 maggio 2006, la seconda volta di Alvaro Uribe, votò il 45,5 percento degli aventi diritto, nonostante la nota prassi di una politica degenerata di costringere con la forza interi quartieri a votare per precisi candidati, dietro compensi più o meno irrisori, e minacce più o meno velate. Non andò meglio nel 2002, quando il 55 percento non votò.
Non-voti, quelli, specchio di una società disillusa e lontana dalla politica, arresa a un sistema di potere corrotto fino al midollo e senza sprazzi di speranza. Di una società impegnata a restare a galla nella melma, occhi in basso, senza sogni.
Ma da allora qualcosa è cambiato: qualcuno in Colombia è tornato a sognare.

Il merito? Al coraggio e alla professionalità dei giudici della Corte Costituzionale e della Corte Suprema, che nonostante le continue minacce di morte, hanno fermato le velleità rielezioniste di un Uribe senza scrupoli, pronto a violentare per la seconda volta la Magna Charta pur di restare al potere e non abbandonare quel palazzo Narino, dagli armadi comunque troppo piccoli per contenere tutti i suoi scheletri.
Senza il presidente della sicurezza democratica e della para-politica, che, nonostante tutto, da sempre riscuote l'appoggio incondizionato dei centri urbani, la possibilità di un cambiamento si è fatta strada. E a cavalcarla, usando una miscela di fantasia e pragmatismo, è stato l'ex sindaco di Bogotà, Antanas Mockus, professore, filosofo, sociologo di origine lituana, che in pochi mesi ha scalato i sondaggi delle intenzioni di voto, arrivando a minare la vittoria del successore designato dell'uribismo: Juan Manuel Santos, potente trasformista, politico navigato, braccio dell'oligarchia che da decenni schiaccia il paese.

Mockus ha travolto e svegliato le coscienze dei disertori convinti e ha attirato l'attenzione degli uribisti delusi. Non è un comunista, e per ora si tiene lontano dal Polo Democratico. Non si pone come l'anti-Uribe, ma come colui che prenderà il buono dove c'è per cancellare quel che c'è di male. A partire da corruzione e narco-politica, per finire all guerriglia. Non c'è molta distinzione per il professore. Non tende la mano alle Farc, anzi, le mette in guardia, sbandierando pace e sicurezza per i cittadini. Non è un rivoluzionario rosso, ha scelto il verde. E la sua è una politica visionaria, che punta al buono e al bello quali valori sui quali rifondare un paese che soffoca nel marcio e nel sangue. Anela comunque al nuovo. Per questo piace, a tanti. Ai giovani soprattutto.

E per questo, per la prima volta da sempre, la vigilia elettorale in Colombia è scalpitante. È in divenire. Si respira energia e voglia di cambiamento. E in ogni dove è tangibile la speranza. 
Il 30 maggio e il ballottaggio del 20 giugno, (sempre più probabile dato che pare difficile che uno dei due uomini forti raggiunga la maggioranza assoluta dei voti, come invece riuscì a Uribe sia nel 2002 che nel 2006), saranno i momenti della verità. Sapremo se il Paese si stia rialzando, se sia pronto a seguire la coscienza, a guardare negli occhi l'orrore e a trovare la forza per gettarselo alle spalle assieme ai carnefici. 
Queste elezioni ci diranno se la Colombia abbia finalmente riconosciuto e vinto quella sorta di Sindrome di Stoccolma che la lega da troppo tempo ai suoi stessi aguzzini, in un rapporto malato, contorto. Una relazione inspiegabile con una classe dirigente marcia e corrotta, che mantiene il paese in uno stato di guerra permanente da 50 anni. E mentre lo distrae con slogan a effetto e contentini, trama con multinazionali e lobby criminali per spogliarlo di ogni ricchezza e spartirsene i proventi.
Che il "Beppe Grillo creolo" sia l'antidoto...

 

Stella Spinelli

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