stampa
invia
“Il mio è un Paese di pace. Spero la situazione torni a essere quella che era prima di quest'ondata di violenza. Voglio poter viaggiare nel mio Paese senza dover preoccuparmi per la sicurezza. Detesto tutte le guerre”. Così si è espresso Julian Marley, figlio di Bob, il leggendario profeta della musica reggae, in seguito agli scontri che ormai da quattro giorni infiammano la Giamaica.
All'origine delle violenze c'è il tentativo delle autorità giamaicane di estradare Christopher “Dudus Coke”, il re del narcotraffico locale. La richiesta di estradizione era stata formulata da Washington nove mesi fa, ma non aveva ottenuto risposta. La comunità internazionale e gli Stati Uniti considerano “Dudus” uno dei più pericolosi criminali, mentre a Kingston la popolazione lo venera, quasi fosse una divinità. A “Tivoli gardens”, uno dei quartieri più degradati della capitale e feudo dell'organizzazione di “Dudus”, gli anziani, ma soprattutto i giovani e gli adolescenti lo ritengono un benefattore, un modello da imitare. “Dudus” è uno di quelli che ce l'ha fatta, che è arrivato in alto e che, a soli 41 anni, si trova a gestire un impero che l'amministrazione Usa ha inserito nell'elenco delle dieci principali narco corporation. Sarebbero 1.400 gli omicidi legati al nome di Coke nella sola Giamaica, altrettanti quelli avvenuti negli Stati Uniti. Novello Pablo Escobar, “Dudus” gestisce un mercato miliardario che poggia sulla vendita di marijuana, cocaina e crack. Secondo l'intellighenzia statunitense, inoltre, Coke sarebbe anche a capo di una società di consulenza, legata al Jamaica Labour Party (Jlp). Il nome di Coke, infatti, è strettamente coonesso alle Posse, le gang che controllano il mercato di armi e droga in Giamaica e che hanno esteso la loro influenza negli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna.
Al momento il narcotrafficante è riuscito a far perdere le sue tracce e, secondo quanto riferito dalla polizia, potrebbe anche essere fuggito all'estero. Nel frattempo i suoi uomini proteggono l'impero di Kingstone e da diversi giorni si scontrano con i militari, mettendo a repentaglio la sicurezza dei civili. Si spara nelle strade e il premier Bruce Golding, dopo aver dato parere favorevole all'estradizione, ha proclamato lo stato d'emergenza che dovrebbe rimanere in vigore per un mese. Il numero dei morti resta ancora un mistero. Fonti ufficiali parlano di 31 vittime, soprattutto tra i membri delle gang, i media locali parlano di 44 morti e gli ospedali di almeno 60, tra cui un bambino. Il capo del governo ha oggi assicurato che presto la calma e la tranquillità torneranno in Giamaica, ma le dichiarazioni si scontrano con il clima di crescente tensione che si respira nel Paese, visto che lo stato d'emergenza, come ha annunciato lo stesso Golding, potrebbe essere esteso a altri quartieri della capitale, come Spanish Town.
Benedetta Guerriero