Comincia ad emergere la verità, sconcertante, sulla strage degli innocenti di Beslan

Nonostante gli sforzi delle autorità russe, la verità sulle responsabilità per
la strage di Beslan sta pian piano venendo a galla. E si tratta di una verità
sconvolgente: i quasi quattrocento morti della scuola numero uno, in maggioranza
bambini, sono imputabili soprattutto a uno sproporzionato e sconsiderato uso della
forza da parte dei corpi speciali russi.
La censura imposta dal Cremlino alla stampa russa indipendente e il silenzio
ordinato a testimoni e superstiti dalle autorità non hanno impedito a molti di
parlare, di raccontare come sono andate veramente le cose. Tasselli di un mosaico
che qualcuno, in Russia, sta cercando di ricomporre.
E’ il caso del quotidiano Novaya Gazeta, una delle poche voci critiche del panorama giornalistico russo (lo stesso giornale
per cui lavora la famosa giornalista Anna Politkovskaya, avvelenata dai servizi
segreti di Mosca nei giorni del sequestro). E dell’esperto militare russo Pavel
Felgenhauer, che sta conducendo una sua indagine personale per vederci più chiaro.
Secondo le loro ricostruzioni, basate su testimonianze dirette di sopravvissuti
e di cittadini di Beslan, quello messo in atto dalle forze russe non è stato un
blitz per liberare gli ostaggi ma una vera e propria azione di guerra condotta
nel più totale spregio della vita degli ostaggi, con l’impiego di armamenti altamente
distruttivi come carri armati, elicotteri da guerra e devastanti lanciafiamme.
Ecco alcune di queste voci.

“Guardate cosa rimane di questo corpo”, dice Lyudmila Kokova, la preside della
scuola di Beslan. “Di lui è rimasto intero solo uno stivale. Quella non è stata
un’irruzione, è stata una guerra! I carri armati appostati in via Komintern sparavano
cannonate contro i muri della scuola e il pavimento tremava come se ci fosse un
terremoto”.
“I primi colpi”, racconta Marina Karkuzashvili, una sopravvissuta, riferendosi
alle cannonate, “danneggiarono i muri e mandarono in frantumi le vetrate della
palestra, uccidendo molti ostaggi che stavano lungo le pareti. Non si scatenò
però nessun incendio e il soffitto rimase intatto. Prese fuoco solo dopo, quando
cominciarono a bombardarlo da fuori: in un attimo i pannelli di plastica s’incendiarono
cadendo sulla gente, che prese fuoco all’istante. Bruciavano tutti come torce”.
Molti testimoni hanno raccontato che su quel tetto i russi hanno sparato razzi
da un elicottero da guerra Mi-24 (una corazzata volante assolutamente inadatta
per operazioni ‘chirurgiche’, assicura Felgenhauer) e granate incendiarie sparate
dal tetto del condominio n. 39 che sovrasta la scuola, trasformato dai russi in
postazione militare durante le oltre dodici ore di battaglia.
Gregory Beroyev viveva lì ed è stato uno dei pochi a non venire scacciato dai
soldati, dato che il suo appartamento non era in posizione utile. “Spararono così
tanto e con armi così potenti che temevo che il mio palazzo crollasse, con le
mitragliatrici dalle finestre e con i razzi dal tetto”, ricorda Gregory. “Il giorno
dopo degli uomini in abiti civili ci hanno detto di non raccontare quello che
avevamo visto e di tenere alla larga i giornalisti”.

Ma i giornalisti, almeno quelli di
Novaya Gazeta, non si sono arresi e, saliti sul tetto del condominio hanno anche fotografato
tre grossi lanciafiamme ‘Bumblebee’, che, come spiega Felgenhauer, sparano bombe
termobariche ad altissimo potere incendiario, normalmente usate per dare alle
fiamme intere case e considerate così devastanti da essere state vietate dalle
convenzioni di Ginevra.
“Dopo il crollo del tetto incendiato”, continua a raccontare Marina, la superstite,
“i sequestratori ci hanno fatti salire al secondo piano. Gli elicotteri erano
scesi davanti alle finestre della mensa e attraverso quelle mitragliavano a raffica
dentro la scuola. I terroristi hanno ordinato ai bambini di mettersi alla finestra
e di urlare ai militari di non sparare. Mia figlia Lora è morta così, davanti
ai miei occhi: mentre urlava disperatamente ‘Non sparateci!’ una raffica l’ha
uccisa assieme a tutti gli altri che erano alla finestra. Il suo corpo era straziato
da fori enormi”.
Le gravissime responsabilità delle forze russe non stanno emergendo solo in base
a simili testimonianze. Evidentemente anche nelle indagini della commissione parlamentare
d’inchiesta, inizialmente osteggiata dal presidente russo Vladimir Putin, stanno
venendo alla luce imbarazzanti verità.
Lo dimostra il fatto che l’altro ieri il comandante delle operazioni militari
di Beslan, il generale Viktor Sobolev, comandante della 58esima armata russa di
stanza in Ossezia del Nord, ha pubblicamente ammesso in un articolo apparso sull’organo
ufficiale del ministero della Difesa,
Krasnaya Zvezda (Stella Rossa), che nell’operazione di Beslan sono stati fatti molti errori, ma tutti imputabili
ai servizi segreti, l’Fsb, e al ministero dell’Interno, intervenuti sulla scena
in maniera tardiva e inopportuna. Uno scaricabarile tra poteri forti che, evidentemente,
nasconde verità inconfessabili.