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L'ennesima crisi politica che nei giorni scorsi aveva fatto traballare le istituzioni di Mogadiscio si è conclusa con un nulla di fatto. Ancora una volta il Governo di transizione, guidato dal premier Omar Abdirashid Sharmarke, incassa il colpo e rimane al potere, nonostante la mozione di sfiducia che aveva portato alla caduta dell'esecutivo fosse stata votata da 280 dei circa 300 parlamentari presenti in aula. Un dato che fa riflettere sulla scarsa credibilità e l'esiguo appoggio di cui ormai godono le istituzioni nel Paese. Il presidente Ahmad Sharif che, in un primo momento, aveva appoggiato la corrente dell'ex presidente del parlamento, Sheikh Aden Madobe, chiedendo le dimissioni di Sharmarke, ha fatto marcia indietro e ha confermato il proprio appoggio politico al leader del Governo transitorio. Determinante per la rapida soluzione della crisi è stata la Conferenza internazionale sulla Somalia che si è svolta a Istanbul lo scorso fine settimana. Un appuntamento importante a cui hanno preso parte 55 Paesi e 12 organizzazioni internazionali, sotto l'egida del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, e a cui le istituzioni politiche somale non potevano arrivare divise. “La conferenza – si legge nel comunicato, rilasciato al termine dei lavori – ha espresso il suo pieno supporto al presidente Sheikh Sharif Ahmed e alle Istituzioni federali transitorie nei loro sforzi per dare maggiore concretezza agli Accordi di Gibuti”.
Oltre a riconfermare l'appoggio politico a Sharmarke, nel vertice internazionale sono stati affrontati diversi temi quali la lotta alla pirateria e la ricostruzione economica del Paese, attraverso progetti piloti che vedranno la partecipazione di pubblici e privati. Il Governo federale di Transizione ha indicato quelle che ha definito come “le priorità” da cui partire per avviare il processo di ricostruzione della Somalia. Si tratta delle telecomunicazioni, dei trasporti, delle infrastrutture, dell'allevamento, della pesca, delle attività bancarie e delle rimesse degli immigrati. La Conferenza ha approvato il piano economico, ma ha anche sostenuto la necessità di accompagnare lo sviluppo con gli aiuti umanitari alla popolazione, sempre più stremata dal conflitto.
Come prevedibile, a Istanbul si è parlato anche della guerra e della necessità di incrementare le risorse e il sostegno economico a Amisom, la missione dell'Unione africana. Questione spinosa che era stata al centro della crisi di governo dei giorni scorsi. Molti esponenti del parlamento e anche alcuni membri del Governo transitorio come Yusuf Mohamed Siad, ministro della Difesa, accusano il premier di negare i rifornimenti per l'esercito, causando il progressivo rafforzamento e l'avanzata dell'opposizione islamica verso il centro storico di Mogadiscio. Per fermare la minaccia degli Shabaab e di Hizbul Islam, a Istanbul si è deciso di aumentare il numero dei soldati di Amisom e di finanziare la loro formazione. “Il problema di questi vertici – dice Matteo Guglielmo, ricercatore ed analista del Cespi per il Corno d'Africa – è che si discute e si promettono impegni che non sempre vengono rispettati. La Somalia si trova a essere amministrata da un governo che sta in piedi grazie al sostegno della comunità internazionale, ma che è sempre più lontano e osteggiato dal popolo somalo”.
Benedetta Guerriero
Parole chiave: Somalia, Conferenza internazionale di Istanbul, Amisom, truppe, Governo di transizione