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L’Uganda è l’emblema di come molti dei Paesi africani dipendono da aiuti esterni per sostenere e incrementare i programmi di cura per i malati di Aids, e di come in presenza di un ridimensionamento di questi aiuti alcune cliniche devono sperimentare il razionamento dei farmaci e persino respingere i pazienti.
A Kampala c’è una delle maggiori cliniche per la cura e il trattamento dei malati di Aids dell’Uganda, Paese in cui una decina di anni fa meno di 10mila persone erano entrate a far parte di programmi di cura, e ora, grazie agli aiuti Usa, il loro numero è salito a circa 200mila. È una situazione particolarmente fortunata per l’Africa, sebbene a fronte dei 200mila malati che ricevono cure, sono 500mila quelli che ne avrebbero bisogno, e ogni anno altri 110mila vengono contagiati.
Ora però anche a Kampala hanno cominciato a respingere i pazienti, perché mancano i finanziamenti per i farmaci, e se l’Uganda è il primo Paese dove le principali cliniche mandano indietro i malati, non sarà certo l’ultimo: presto il Kenya seguirà e uno dei programmi americani operanti in Mozambico ha annunciato che smetterà di aprire nuove cliniche. Ci sono stati tagli ai farmaci in Nigeria e Swaziland, così come in Tanzania e Botswana.
A Kampala i nuovi pazienti vanno su una lista d’attesa: un posto si libera quando un vecchio paziente muore.
Alcune battaglie potranno ancora essere vinte, i Paesi a reddito medio e con un’epidemia limitata, come India, Brasile e Russia, ce la faranno a trattare i propri pazienti da soli. Così come la Cina e probabilmente il Sud Africa, che ha un’epidemia in rapida crescita ma è ricco per gli standard africani. Il problema è per molti degli altri Paesi poveri in Africa e non, come la Cambogia, Haiti, la Guyana: in questi casi, se le cose proseguiranno lungo la strada che sembra delineata, si tornerà agli scenari degli anni novanta, con mucchi di corpi nelle camere mortuarie, scheletri che camminano nei villaggi e montagne di terra smossa nei cimiteri.
Costi e contraddizioni. La Commissione ugandese per l’Aids ha calcolato che il costo per le cure di un paziente, nel corso della sua vita, comprendente farmaci, analisi cliniche e personale medico, ammonta a 11mila e 500 dollari l’anno, e i contribuenti americani fino ad oggi sono stati più che generosi con l’Uganda, pagando per l’88 per cento dei farmaci. Gli ugandesi lo sanno e ne sono grati all’America. Ma il professor Peter Mugyenyi, uno dei massimi esperti mondiali di Hiv/Aids, teme una serie di effetti negativi che deriveranno dalla sospensione delle cure, tra cui quello che le persone facciano come in passato: torneranno a rivolgersi agli stregoni e a comprare i loro farmaci fasulli. Nei suoi scambi di corrispondenza con l’amministrazione Usa il Dr. Mugyenyi è stato redarguito e gli è stato raccomandato di non ricoverare più altri pazienti. Gli è stata chiesta anche spiegazione del fatto che risultano in cura 37mila pazienti contro i 32mila autorizzati dalle risorse disponibili. Inoltre gli si chiede di non annunciare pubblicamente il congelamento dei finanziamenti. Lui ammette ai programmi donne incinta e giovani madri contrariamente alle istruzioni, ma c’è una ragione per questo: spesso i famigliari, se uno di loro è ammesso a un programma e l’altro no, finiscono per dividere i farmaci, cosa che li conduce al disastro, probabilmente alla morte, ma non solo, anche a sviluppare un ceppo del virus resistente ai farmaci e a trasmetterlo.
Dietro le quinte. La decisione di congelare l’Uganda a 280 milioni di dollari di finanziamento risale alla fine dell’era Bush, poi è stata dibattuta la possibilità di fornire ulteriori 38 milioni, ma è sorto un problema: alcuni ministri ugandesi sono stati sorpresi a rubare dai fondi e sebbene costretti a risarcire il denaro sottratto, non sono stati imprigionati. Questo mette il governo in una cattiva luce agli occhi degli Stati Uniti, come incapace di garantire la necessaria trasparenza per meritare ulteriori finanziamenti.
Inoltre l’Uganda, in prima persona, contribuisce troppo poco, anche quando potrebbe, alla spesa sanitaria. Sono appena stati trovati dei giacimenti di petrolio, vicino al Lago Alberto, che il Paese si appresta a sfruttare, ma tra le dichiarazioni su quello che sarà l’impiego delle royalties da parte del governo figurano infrastrutture ed elettricità, e non la sanità. Inoltre, stando a quanto è trapelato dalla stampa locale, sembra che il governo ugandese stia trattando per l’acquisto di uno squadrone di caccia da combattimento russi, jet Sukhoi, per 300 milioni di dollari.
Alessandro Micci