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Una scelta coraggiosa. “La mia storia comincia nel 1986”, racconta Nafez,
“quando ho fondato il LOWNP (Library on
Wheels for Nonviolence & Peace). Tutto è partito da una scelta
non-violenta. Giravo per i villaggi arabi più sperduti, con il mio furgoncino.
Alle famiglie mi avvicinavo chiedendo di poter lasciare dei libri per bambini
da leggere ai loro piccoli, così senza avere nulla in cambio. Non era un regalo,
ma un prestito. Dopo una settimana tornavo e chiedevo i libri indietro,
lasciandone dei nuovi. Così ottenevo due risultati: da una parte i bambini
leggevano e aumentavano le loro conoscenze, dall’altra parte riuscivo a entrare
in confidenza con le famiglie, conoscevo i loro problemi. Loro si fidavano e
si confidavano, a quel punto mi davo da fare per dare loro una mano. Non mi sono
mai fermato davanti a niente, neanche quando dovevo raggiungere i posti più
impervi. Arrivavo in macchina fino a dove era possibile, poi caricavo i libri
su un mulo e cominciavo ad arrampicarmi su per le stradine”. Nafez racconta la
sua storia con un entusiasmo travolgente e un’autoironia che non diventa mai
retorica. Dietro i suoi occhiali che gli conferiscono un’aria da maestro
elementare, fumando una sigaretta dietro l’altra, ride di gusto delle sue
trovate sul cammino della non-violenza. “Una volta i militari israeliani hanno
abbattuto tutti gli alberi di ulivo di una comunità”, continua l’educatore di
strada, come ama definirsi Nafez, “allora ho radunato le famiglie coinvolte e
ho detto loro che la risposta non era la violenza, ma la perseveranza.
Bisognava ripiantare gli alberi. La prima volta tutte le piante sono state
sradicate nuovamente, ma la seconda volta abbiamo agito diversamente. Per
piantarle abbiamo aspettato la Festa della Terra in Israele, giorno in cui
tutti piantano alberi. Ho invitato le persone a piantare alberi e nessuno
poteva dirci nulla, perché c’era la festa. I soldati alla fine hanno accettato
di lasciare gli alberi al loro posto in cambio dell’impegno a non piantarne di
nuovi. Un buon risultato, ottenuto senza bisogno di lanciare pietre che
avrebbero dato la scusa per attaccare la popolazione”.
Resistenza non-violenta. “Il conflitto di questa terra segue uno schema
triangolare che andrebbe rovesciato”, spiega Nafez afferrando con le sue grandi
mani un blocco di appunti e cominciando a disegnare figure geometriche, “il
vertice alto è sempre l’occupazione. I due vertici bassi possono cambiare e lo
hanno fatto durante questi anni. Possono esserci i movimenti armati da una
parte e la popolazione civile dall’altra. Questo triangolo è velenoso, perché
l’occupazione schiaccia i militanti e i civili ne pagano le conseguenze. Io
propongo un triangolo differente: ai vertici bassi devono esserci la non-violenza
e la popolazione civile. Questo garantisce l’appoggio dell’opinione pubblica
internazionale e israeliana. Così si vince!” L’entusiasmo di Nafez è tale che
quello che dice, nella sua semplicità, in una terra contesa dove tutto sembra
difficoltoso, riesce a sembrare possibile. “La situazione è durissima”, dice il
palestinese facendosi serio, “la disoccupazione è terribile, io per primo avevo
due biblioteche stabili, ma ho dovuto chiuderle perché non coprivo le spese.
L’esercito israeliano adotta una strategia dura che mira a disgregare il nucleo
familiare palestinese umiliando il padre davanti a sua moglie e ai suoi figli.
Nella cultura araba è gravissimo. Inoltre il padre è spesso un uomo in
difficoltà, senza lavoro e questo finisce per renderlo frustrato e magari
violento con la moglie i figli. Ma non riusciranno a farlo, perché le famiglie
palestinesi sono molto unite. Allora provano a diffondere la sfiducia reciproca
tra i palestinesi, per dividere la comunità, portandoli a sospettare l’uno
dell’altro. Questo purtroppo riesce meglio, perché il tam tam tra la nostra
gente è fortissimo e questo fa circolare in fretta le voci su uno di noi. Ma io
ho fiducia nel futuro. La società israeliana, così militarizzata, rischia di
sgretolarsi. I divorzi per violenze domestiche sono sempre di più. Questo
perché i militari, provati da un servizio così duro, tornano a casa cambiati.
Tutto questo non può durare”. Christian Elia