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Non ha “cambiato il mondo”, come è stato detto per l’11 settembre 2001. Ma fino
agli attacchi contro le Torri Gemelle e il Pentagono, il 19 aprile 1995 fu il
giorno del più grave attentato terroristico di sempre sul territorio statunitense:
alle 9.02 del mattino, sotto un edificio federale di nove piani a Oklahoma City,
un camion con 2.300 chili di esplosivo saltò in aria, distruggendo o danneggiando
seriamente altri 300 edifici circostanti. Morirono 168 persone, tra cui 19 bambini,
e altre 800 rimasero ferite. Dieci anni dopo, Oklahoma City ricorda la strage
che scosse un’intera nazione, con 168 secondi di silenzio – uno per ogni vittima
– e la lettura pubblica della lista delle persone che quel giorno persero la vita.
Terrorismo interno. Era un’altra America, dieci anni fa. La minaccia del terrorismo islamico era
percepita come inesistente. Osama bin Laden era solo uno dei tanti osservati speciali
dell’intelligence, George W. Bush era appena all’inizio della sua carriera di
governatore del Texas, Bill Clinton si preparava a godere del boom economico dei
suoi anni da presidente. Per ricercare il colpevole di Oklahoma City non ci fu
bisogno di andare troppo in là. L’autore della strage era Timothy McVeigh, un
27enne ex veterano della Guerra del Golfo affiliato ad alcuni gruppi neonazisti,
che da qualche anno ce l’aveva a morte con il governo federale. In particolare
perché lo riteneva responsabile del raid dell’Fbi finito in massacro alla setta
apocalittica dei “davidiani” di Waco, nel Texas, dove morirono 75 persone in un
incendio sviluppatosi per cause mai ben definite. Al suo processo, McVeigh dichiarò
in seguito che la ragione per cui ideò l’attentato era proprio la vendetta nei
confronti degli agenti federali.
L’attentato. Sul perché l’ex soldato scelse il 19 aprile ci sono varie ipotesi. La strage
di Waco risaliva esattamente a due anni prima, ma il 19 aprile è anche il giorno
in cui iniziò la rivoluzione americana. In ogni caso, insieme ad altri complici
quella mattina McVeigh riempì il camion con un esplosivo fatto in casa ma potentissimo:
una miscela di nitrato di ammonio (un fertilizzante usato in agricoltura) e nitromethane (un carburante facilmente infiammabile). Poco prima delle nove, McVeigh parcheggiò
il camion sotto l’Alfred P. Murrah Federal Building nel centro di Oklahoma City, accese un timer è scappò via. Fu l’inferno: la
potenza dell’esplosione fu percepita a 60 chilometri di distanza. Nel carnaio
finirono impiegati, funzionari, semplici passanti. E bambini, che poi McVeigh
definì “danni collaterali non necessari”. La foto del pompiere che porta in braccio
la piccola Baylee Almon – morta in ospedale per le gravi ferite – divenne il simbolo
della strage e vinse il premio Pulitzer.
Cosa resta. Un’ora e mezza dopo l’inferno, McVeigh fu fermato da una pattuglia della polizia
perché stava guidando un furgone senza targa. Prima che venisse identificato come
uno dei sospetti per la strage, per poco non fu rilasciato. Ma una volta in carcere,
il suo destino era segnato. Fu condannato alla pena di morte – tecnicamente non
per la gravità dell’attentato, ma per “uccisione di funzionari federali” – e venne
giustiziato con iniezione letale l’11 giugno 2001. Oggi, a dieci anni di distanza,
al posto del Murrah Building c’è un memoriale in onore delle vittime. Una piscina compresa tra due enormi
porte con inciso rispettivamente 9.01 e 9.03, a significare il vuoto creato dal
minuto della tragedia. Da una parte della piscina c'è la statua di un Gesù piangente,
dall'altra un campo con 168 sedie fatte di pietra e bronzo; 19 sedie sono più
piccole, come i bambini rimasti sotto le macerie.Alessandro Ursic