19/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le dichiarazioni della destra contro la sentenza di secondo grado per la macelleria della Diaz, una domanda rimane aperta oggi, come nove anni fa.

La catena di comando. Nella sentenza emessa dalla Terza sezione penale di appello di Genova c'è scritto soprattutto questo. Che i funzionari alti in grado e presenti la sera della macelleria della Diaz sono colpevoli. Il Governo riconferma la posizione che negli ultimi nove anni è sempre stata quella del Palazzo, e non solo da parte del centrodestra: tutti vennero promossi, molti furono intoccabili, addirittura le fotografie per il riconoscimento dei singoli agenti semplici, fornite dagli avvocati dei poliziotti, erano talmente difficili da decifrare che sollevarono più di un dubbio sulla riconoscibilità dei picchiatori.
L'unità prescelta per un lavoro da squadristi vero e proprio era quella del settimo nucleo mobile di Roma di Ponte Galeria, ai comandi di Vincenzo Canterini. Il ricordo va alle numerose inchieste su come venne composto quel nucleo, quali fossero le pregiudiziali politiche che venivano esperite per comporre una vera e propria 'legione', fatta - dicevano le inchieste - da agenti tutti di comprovata fede neofascista. Come neofascista fu la coreografia di Bolzaneto, dove si utilizzò, detto in parole semplici, la tortura.

Il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano (ex An), ha proclamato: sono "ragionevolmente convinto che la Cassazione ristabilirà l'esatta proporzione di ciò che è successo, scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione". Quindi, i funzionari "resteranno al loro posto, che non si limitano ad occupare, svolgendo il loro ruolo con grande responsabilità e dedizione, rispetto al quale ci può essere solo gratitudine da parte delle istituzioni". Un sottosegretario di An così deve dire. Il ricordo va al tono arrogante di Gianfranco Fini, vero ministro degli Interni in quel periodo, quando in Parlamento disse: "Dio non voglia che chi ha scagliato parole pesanti come pietre non si accorga che le collusioni e le complicità di cui hanno goduto i violenti non siano limitate all'ultrasinistra, ma coinvolgano anche qualche collega che siede nei banchi del Parlamento repubblicano". Era il primo di agosto del 2001.
Ora, questo è il punto: chi siede nel Parlamento repubblicano? Perché chi ha sbagliato, anche se ha addosso divisa e mostrine, non dovrebbe pagare per le proprie responsabilità dirette o indirette?
Gasparri, Cicchitto, Stradaquario e le sue dichiarazioni sulla vittoria dei 'mujaheddin' - così si esprime un deputato componente della commissione Affari costituzionali della Camera ! - per una sentenza emessa da giudici hanno dimostrato per l'ennesima volta la linea che fu adottata nove anni fa, quando Fini - chi lo direbbe oggi? - difendeva l'allora ministro dell'Interno Claudio Scajola, che non se ne andò perché durante il suo mandato era stato ucciso un ragazzo e pestate a sangue altre centinaia di persone, ma per aver dato del rompicoglioni a Marco Biagi, dopo che questi era stato freddato dai brigatisti rossi.
Chi siede, allora, nel Parlamento repubblicano? Quello delle sette ore alla settimana di lavoro alla Camera, dei tour de force per approvare la legge sulle intercettazioni, quello dei miliardi regalati alla guerra, dei tagli alla sanità, alla scuola, quello con una maggioranza e un governo che si trovano immersi in un altro G8, quello degli Zampolini, Anemone, Bertolaso e le liste dei lavori e dei favori.
Ecco perché, forse, lo stupore che si prova a leggere queste dichiarazioni su 'sentenze dettate dai 'no-global', l'indignazione che monta ancora nove anni dopo, la soddisfazione di leggere una sentenza che riconosce parti di una verità storica incontrovertibile, è un sentimento che fa riflettere.
Le violenze e la morte al G8 di Genova sono una perfetta riprova del distacco, della lacerazione ormai sopita in una routine del peggio che arriva quasi fatalisticamente, fra chi vive i valori e la dignità della Repubblica e dei suoi principi e chi, invece, li piega a interessi - non solo politici, ma anche economici e giudiziari - privati, soggettivi, spesso illeciti.
I funzionari implicati, condannati in secondo grado, affronteranno ora la parola della Cassazione.
Ma la ferita aperta nove anni fa non si chiude con una sentenza di secondo grado che riconosce una verità già nota, per chi era presente quella notte.
Quei funzionari dovevano essere rimossi nove anni fa.
Quella rimozione doveva sancire il principio dell'uglianza dei cittadini di fronte alla legge, anche quelli con la divisa e anche quelli amici dei potenti.
La domanda, in fondo, rimane aperta, oggi come nove anni fa: chi rispetta i valori incisi nella nostra Costituzione? Chi siede nel Parlamento repubblicano?

Angelo Miotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità