25/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Si apre alla Knesset la discussione sul ritiro dalla Striscia di Gaza
Bambino senza casa a Rafah
Il parlamento israeliano deve affrontare un voto dagli esiti molto incerti, attorno al quale si agita lo spettro di una crisi di governo, cui Sharon potrebbe ovviare se riuscisse a costruire un nuovo fronte unito -almeno sul tema del disimpegno - con il partito laburista di Shimon Peres. Ancora più cupe sono però le minacce che giungono a Sharon da parte della sua stessa maggioranza, o meglio, da parte di quelli che una volta erano il nocciolo duro dei suoi elettori: i coloni.

Il premier è da tempo al lavoro per trovare i fondi necessari alle compensazioni promesse a quanti lasceranno spontaneamente le proprie abitazioni negli insediamenti, ma per una parte minoritaria e molto determinata dei 400mila coloni israeliani, non si tratta di una questione economica. Negli ultimi mesi si sono più volte mobilitati per fare sapere al governo che non ha il diritto di rimuoverli. Perché la Torah viene prima di tutto. Secondo la loro interpretazione del giudaismo, i territori palestinesi farebbero parte dell’Israele Storico e come tali vanno difesi. Anche con la violenza nei confronti di altri ebrei. La situazione è esplosiva, i coloni hanno più volte minacciato di fare resistenza anche contro i soldati o la polizia israeliana che tentassero di evacuarli, aprendo una fase di guerra civile. Sharon è stato accusato dai suoi ex sostenitori di essere un traditore, hanno chiesto ai soldati di disobbedire agli ordini e, velatamente, hanno rispolverato il fantasma di Igal Amir, l’assassino di Ytzak Rabin.
Una minaccia che Shaul Goldstein, presidente dei deputati del Consiglio dei Coloni, ha voluto sottolineare dichiarando che “Noi siamo contrari alla guerra civile e ad ogni separazione tra gli ebrei, ma ci sono molte persone in Israele sulle quali non abbiamo controllo. Non conosciamo questi lunatici, abbiamo paura di loro, potrebbero mettere a ferro e fuoco la società israeliana”. La stampa, sia israeliana che palestinese è quasi unanime nel riconoscere la delicatezza del momento e la maggior parte dei quotidiani si dice concorde sul fatto che al momento lo scenario più realistico pare essere quello di un referendum sull’eventuale disimpegno.

Bulldozers demoliscono case palestinesiLa recente invasione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, battezzata Operazione Giorni del Pentimento, è stata la più massiccia dall’inizio della seconda Intifada; e si è inserita nel quadro dei preparativi al disimpegno. Secondo molti opinionisti palestinesi infatti, il disimpegno da Gaza porterà alla creazione di una zona cuscinetto nella Zona di Rafah, al confine con l’Egitto. Questi ”nuovi confini difendibili” avranno un riflesso anche sulla Cisgiordania, dove Israele inizie rà una nuova fase di espansione territoriale, consolidando gli insediamenti esistenti e incorporandoli nel proprio territorio.
Che queste non siano congetture lo si può leggere nelle parole di Dov Weisglass, il consigliere di Sharon incaricato dell’elaborazione, insieme con gli americani, del piano di disimpegno. Weisglass ha dichiarato ad Haaretz che “Il valore del piano di disimpegno è quello di congelare i processo di pace”. “Congelare il processo di pace –ha continuato - significa impedire la formazione di uno stato palestinese, oltre alla discussione sui rifugiati e sullo status di Gerusalemme. Nella realtà, l’intero pacchetto chiamato stato palestinese con tutto quel che comporta, è stato rimosso indefinitamente dalla nostra agenda”. Anche lo stesso premier Sharon ha dichiarato in una intervista con Yedioth Ahronoth che “I palestinesi non stanno facendo la loro parte nella Road Map. È molto probabile che dopo il disimpegno da Gaza per un lungo periodo non si farà più nulla”.

In risposta alle dichiarazioni di Weisglass, l’Autorità Palestinese ha preparato un documento in cui si afferma che anche se Israele rimuovesse la sua presenza militare permanente, le forze israeliane manterrebbero la possibilità di entrare a Gaza ogni qual volta lo ritenessero utile,e manterrebbero anche il controllo sullo spazio aereo, sui confini, i litorali e le acque territoriali. La striscia continuerebbe dunque ad essere un Territorio Occupato . Secondo il documento, Israele desidera proclamare la fine dell’occupazione per non dovere più rispondere ai doveri cui dovrebbe sottostare in quanto potenza occupante e per avere carta bianca da parte della comunità internazionale nell’ampliamento delle colonie in Cisgiordania. Il tutto senza perdere i controllo militare sulla striscia e sui suoi abitanti. Nelle Hague Regulations, le norme internazionali stabilite nel 1907 per regolare questioni di diritto militare, si definisce infatti che: “Un territorio è occupato quando è posto sotto l’autorità di un esercito ostile. L’occupazione si estende sul territorio su cui tale autorità viene o può essere esercitata ”.

Secondo Peter Hansen, direttore dell’ Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi, durante la sua ultima offensiva a Jabalyia, l’esercito israeliano ha commesso delle gravi violazioni delle legislazioni umanitarie internazionali nella parte settentrionale della Striscia di Gaza. Jabalyia è il campo profughi più grande e più densamente popolato della Striscia di Gaza, con 90mila persone ammassate in 3 chilometri quadrati. Nelle sue stradine non più larghe di un metro, sono penetrati ed hanno colpito dozzine di Tanks e Bulldozers spalleggiati da elicotteri Apache.
Hansen ha dichiarato che l’operazione Giorni del Pentimento, iniziata il 28 settembre e formalmente conclusasi venerdì 15, oltre ad avere causato la morte di 130 persone (di cui 31 bambini ) e il ferimento di oltre 400, ha inoltre distrutto 80 abitazioni e una scuola delle Nazioni Un ite, lasciando almeno 700 persone senza una casa. Persone che vanno ad aggiungersi agli altri 24mila palestinesi rimasti senza tetto nella Striscia di Gaza dall’inizio della seconda intifada. Una media di 1200 al mese.

Campo profughi di JabaliyaSu questo dato concorda anche l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, che ha pubblicato un report intitolato “Radere al suolo Rafah, Demolizioni di massa di abitazioni nella Striscia di Gaza” in cui, con l’ausilio di immagini e mappe anche dal satellite, si documenta il percorso delle demolizioni compiute dall’Israeli Defence Force. Nel report si sostiene che, indipendentemente da reali minacce militari, l’IDF ha prodotto oltre 16mila senzatetto negli ultimi 4 anni, con una frequenza triplicata dal 2003. Solo nel maggio di quest’anno le case distrutte sono state 200, schiacciate dai bulldozer che indiscriminatamente hanno distrutto anche strade, pozzi, sistemi di irrigazione e moltissimi campi coltivati. Oggi il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto è una fascia di sicurezza larga 400 metri, entro cui tutto è stato raso al suolo.
Mentre la ragione, reale ma esagerata ad hoc, per le incursioni nel nord della Striscia è il lancio dei razzi Qassam sulla cittadina di Sderot, a Rafah, la motivazione principale viene fornita all’esercito dai militanti palestinesi che scavano dei tunnel sotto le abitazioni, usandoli per contrabbandare armi dall’Egitto. Kenneth Roth, direttore esecutivo di HRW ha argomentato: “ Invece di distruggere i tunnel lungo il confine, Israele sta lanciando incursioni militari sempre più verso l’interno di Rafah.” Nel rapporto di HRW si fa notare che secondo la legge internazionale, Israele in quanto potere occupante può “distruggere le proprietà dei civili solo se si rende assolutamente necessario nell'ambito di operazioni militari”, mentre ”distruggere la proprietà per aumentare la sicurezza dell’occupante, o come mera precauzione contro per minacce ipotetiche, è proibito”. Nel frattempo, in attesa che il dibattito alla Knesset indichi il colore del futuro prossimo, le colonie in Cisgiordania continuano a crescere, mentre quelle di Gaza non sono nemmeno lontanamente minacciate dai Bulldozer. Le demolizioni di case palestinesi invece continuano, anche in Cisgiordania, dove solo ieri due abitazioni sono state fatte saltare in aria con la dinamite nei pressi di Qalqiliya, lasciando altre 26 persone senza un tetto.

 
Naoki Tomasini
 

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