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Il vertice bilaterale Italia-Malta che verrà ospitato domani a Villa Madama potrebbe dar vita ad un nuovo accordo per risolvere la spinosa questione delle competenze sui soccorsi in mare e l'assistenza ai migranti che di continuo tentano di raggiungere le coste europee in cerca di fortuna.
Precedenti. La gestione dell'emergenza clandestini è diventata, negli anni, una partita a tennis giocata con persone in carne ed ossa in una porzione di campo divisa fra le acque territoriali di Roma, La Valletta e Tripoli. A sfidarsi, sulla onda del risentimento diplomatico, sono proprio i due paesi mediterranei che, volta per volta, adottano rispettivamente comportamenti lesivi della maggior parte delle convenzioni internazionali sui diritti dell'Uomo. Il rituale si apre con un "non possumus" dei maltesi che, di solito, si limitano a rifornire le imbarcazioni provenienti dalle coste africane di cibo e carburante per poi obbligarle a proseguire in direzione di Lampedusa. Gli italiani a loro volta prestano gli aiuti del caso per poi trasferire, forzatamente, coloro che sopravvivono in Libia. Nelle prigioni di Gheddafi sono in molti ad accorgersi che la morte non è poi il peggiore dei mali. Qui le guardie carcerarie di Tripoli torturano, stuprano e detengono nel più brutale dei regimi d' isolamento cittadini marocchini, tunisini, egiziani, somali e indiani. Quando ci arrivano. Non è stato così per i 75 cittadini eritrei ed etiopi morti nell'agosto dello scorso anno in mare dopo una traversata di 23 giorni partita da Tripoli e finita a 12 miglia marittime dalle coste di Lampedusa. Agli inquirenti i cinque sopravvissuti a quell'incubo raccontarono di aver dovuto subire oltre gli stenti e l'orrore di dover abbandonare i corpi dei morti in mare anche l'indifferenza di oltre dieci navi che hanno incrociato la loro rotta. Malta ha sempre negato le proprie competenze come nel maggio dell'anno scorso quando negò l'autorizzazione d'ingresso nei propri porti all'incrociatore militare italiano Spica con a bordo 69 migranti recuperati nelle acque di competenza de La Valletta. Le storie sono tante e si ammassano come i corpi di chi non ce l'ha fatta proprio ad approdare nella terra promessa. Come tanti sono anche i Trattati internazionali sottoscritti da entrambi i paesi e sistematicamente disattesi.
Tra politica e diritto. Sono almeno sette gli accordi internazionali che sanciscono l'obbligo di fornire assistenza a naufraghi trovati in mare. Fra questi due potrebbero essere discussi oggi dai ministri degli Esteri, Interni e Difesa dei due paesi nell'incontro di Villa Madama: la Convenzione SAR (Safety and Rescue) firmata ad Amburgo del 1979 e la convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 (la Solas). Entrambe si fondano sul principio della cooperazione internazionale e mentre la prima impone l'obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare "senza distinzioni di nazionalità o stato giuridico" e l'obbligo di condurre i naufaghi in un "luogo sicuro", la seconda vincola il comandante di una nave "che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza" a prestare soccorso a persone in pericolo". Nel 2006 entrambe le Convenzioni sono state emendate al fine di rendere più chiara l'esigenza che "il governo responsabile per la regione Sar in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito". In più, sempre secondo la nuova normativa "un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse e dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata; le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possano essere soddisfatte; e possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale".
Malta non ha mai sottoscritto queste ultime variazioni dei trattati e l'Italia deve necessariamente tenerne conto durante l'incontro di oggi. Come deve tenersi in conto, sempre e comunque, il fatto che le prigioni libiche non possono essere più considerati luoghi sicuri e che i dettami base della cooperazione internazionale, riconosciuti dall'articolo 11 della nostra Costituzione, invitano all'aiuto di tutti i paesi, non solo di quelli in guerra.
Antonio Marafioti