12/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Alcune testimonianze acquisite durante le udienze farebbero pensare a un tentativo di insabbiamento all'epoca delle indagini

Il processo in corso in Israele sulla morte dell'attivista americana Rachel Corrie, iniziato il 13 marzo scorso, ha fatto emergere nuovi elementi relativi alle indagini condotte all'epoca del fatto. Documenti militari dimostrerebbero infatti un tentativo di insabbiamento da parte del generale Donor Almog, nel 2003 comandante delle forze israeliane del Sud. The Independent ha avuto accesso diretto ad un resoconto in cui si legge che Almog avrebbe interrotto la deposizione del conducente del bulldozer D-9 che provocò la morte dell'attivista. L'investigatore della polizia militare nel suo rapporto scrisse infatti che "alle 18:12 il colonnello riservista Baruch Kirhatu entrò nella stanza e informò il testimone [Edward Valermov] che non avrebbe dovuto comunicare niente e che questo ordine arrivava dal comandante generale del Sud [Donor Almog]".
L'avvocato della famiglia Corrie, Hussein Abu Hussein, ha commentato la notizia sostenendo che l'intervento di Almog avrebbe bloccato una testimonianza chiave, indispensabile per capire e accertare cosa sia realmente successo quel giorno.

Chi era Rachel? Rachel Corrie era una studentessa statunitense di 23 anni, attivista dell'International Solidarity Movement (Ism), morta il 16 marzo 2003 nella Striscia di Gaza. Si trovava a Rafah da due mesi quando, durante un'azione non violenta per impedire la demolizione di una casa palestinese, rimase brutalmente uccisa, vittima di un bulldozer davanti al quale si era sdraiata. Da quel giorno Rachel Corrie è diventata un simbolo. Le e-mail che aveva inviato alla famiglia, pubblicate prima da The Guardian e poi tradotte in molte lingue, hanno permesso al mondo di conoscere i pensieri e le opinioni di questa giovane attivista. Le lettere, poi diventate un spettacolo teatrale, testimoniano il suo sincero sgomento di fronte alla sofferenza, ma anche alla forza, delle famiglie palestinesi che incontrava. Una determinazione fuori dal comune, dimostrata con il suo attivismo non violento fino alla fine, sempre divisa tra la rabbia per la situazione di cui era testimone e un senso di colpa per il privilegio di essere statunitense, che così esprimeva scrivendo ai genitori il 7 febbraio 2003: "nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponda affatto alla realtà".


Il processo. Dopo la morte dell'attivista, l'esercito israeliano ha accusato Rachel Corrie e l'Ism di comportamento "illegale, irresponsabile e pericoloso", rifiutando di assumersi qualsiasi responsabilità per quanto accaduto. Tre giorni dopo la morte di Rachel, il governo israeliano assicurò l'allora presidente Usa George W. Bush che avrebbe condotto indagini "trasparenti" per accertare la dinamica dei fatti e attribuire le dovute responsabilità. Oggi invece, a distanza di sette anni, emergono nuove ombre.
Edward Valermov, all'epoca comandante riservista, era nel bulldozer insieme al conducente. Il suo compito, come stava egli stesso chiarendo prima di essere interrotto, era quello di "guidare. Il conducente non poteva farlo da solo in quanto la sua visione di campo non era larga". Durante la sua testimonianza, Valermov disse agli investigatori militari di non aver visto Rachel Corrie: "Fu solo quando spostammo indietro il D-9 che la vidi. La donna giaceva dove la macchina non era arrivata". A contestare questa dichiarazione, sono arrivate le parole di una ex volontaria dell'Ism, Alice Coy, che si trovava vicino all'attivista quando rimase uccisa. Secondo la Coy infatti "il conducente del bulldozer poteva vedere Rachel mentre spingeva la terra sopra il suo corpo". L'avvocato della famiglia Corrie ha detto che le parole non dette di Velermov avrebbero potuto essere fondamentali per capire se le sue affermazioni sul non aver visto Rachel potessero essere ragionevoli. L'avvocato ha inoltre aggiunto che la famiglia della vittima ritiene "lo Stato responsabile per la morte di Rachel. Sosteniamo che le indagini non siano state professionali". Un altro documento militare, datato 18 marzo 2003 ed emerso soltanto durante il processo, documenterebbe inoltre un secondo tentativo di ostacolo alle indagini compiuto sempre dal generale Almog. Un investigatore della polizia militare si dovette infatti rivolgere ad un giudice per chiedere il permesso di condurre l'autopsia sul corpo dell'attivista. Nel documento si legge: "Siamo arrivati solo oggi [due giorni dopo] perché c'era una questione tra il generale del comando del sud e il procuratore militare circa l'apertura di un'indagine e sotto quali circostanze". Inoltre, è stato accertato che l'autopsia fu condotta senza la presenza di un diplomatico statunitense, come invece aveva ordinato la sentenza del giudice.

Laura Aletti