04/06/2004
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Un medico da ricordare: Marco Boccardi
Scritto per noi da
Carlo Carlucci
Avevo aperto in casa mia a Firenze, nel giugno 1979, poco prima che
scoppiasse la rivolta popolare, uno dei primi comitati di appoggio al
Nicaragua. E quel comitato bene o male aveva continuato ad operare
anche negli anni successivi. Nella primavera del 1984, ebbi la visita
di un giovane medico toscano, Marco Boccardi, il quale sapeva delle
gravi condizioni in cui versava quel piccolo paese soprattutto dal
punto di vista del personale medico: una vera e propria emergenza.
C’erano entusiasmo e speranze febbrili, molta partecipazione e buona
volontà, ma c’era anche una élite con molti limiti al potere. Cercai di
darne un quadro obiettivo a Marco, in modo da smorzare le sue eventuali
illusioni. Marco fu categorico. Non gli interessava la politica, aveva
sempre pensato che il suo destino fosse quello di curare il prossimo
dove ce ne fosse stato bisogno. Da studente aveva fatto anche un po’ di
pratica ospedaliera al suo paese e anche lì si era reso conto che il
suo posto non era in Italia, ma in qualsiasi parte del mondo dove fare
il medico fosse una priorità assoluta. Non volle perdere tempo a
formalizzare pratiche: gli bastava il momentaneo appoggio che gli
potevo garantire presso amici a Mangaua e un visto d’ambasciata.
Arrivato pieno di entusiasmo e di voglia di fare, si scontrò subito con
la macchina burocratica: di medici ce n’era bisogno vitale, urgente. Ma
lui era entrato con un visto turistico, per cui sempre a sue spese
dovette tornarsene in Italia, fare domanda per un visto come cooperante
e rientrare.
Passarono così alcuni mesi per la regolarizzazione del tutto e
finalmente Marco fu in grado di rientrare in Nicaragua: poi
l’assegnazione in un paesino lontano e sperduto, Tecolostote, nella
lingua Nahualt precolombiana ‘il posto dei gufi’. Marco non battè
ciglio, voleva solo incominciare a operare. Ci vedevamo ogni tanto, e
mi parlò di una ragazza che aveva conosciuto lì. Lo stipendio di un
medico era di 15 dollari al mese (più i buoni per i generi di prima
necessità a prezzo calmierato ovvero adeguati agli stipendi). Un paio
di jeans importati costava 30 dollari, gli elettricisti o gli idraulici
ti chiedevano quasi dieci dollari l’ora. Con un po’ di soldi mandati da
casa, trecento dollari, Marco aiutando il muratore locale mise su la
sua casetta: mattoni forati di cemento, come di cemento era il
pavimento. Dopo un certo periodo, avendo fatto domanda di entrare nella
scuola di specializzazione per ostetricia ottenne il trasferimento in
un ospedale della capitale. La specializzazione si conseguiva non tanto
con studi teorici quanto lavorando dieci e passa ore in sala parto per
un totale di sessanta, settanta ore alla settimana. Lo stipendio
naturalmente era aumentato: venti dollari, sempre al di sotto del
prezzo di un paio di jeans.
Ma Marco era contento. Gli era nato il primo figlio. A Managua con
quello che guadagnava non si poteva nemmeno pagare un affitto e così,
ancora con l’aiuto della famiglia, poté comprare una casa, modesta ma
abbastanza grande e decente. La moglie fu così in grado di aprire (in
casa come si usa da quelle parti) uno spaccio di bibite. Occupato
com’era nel lavoro che non gli concedeva né ferie, né pause Boccardi
aveva ben poco tempo per badare anche a se stesso, e così gli venne una
peritonite. Gli feci visita all’ospedale dove lo trovai tranquillo e
sereno come sempre. Aveva avuto il suo primo pasto (uguale per tutti i
degenti): un po’ di fagioli, un po’ di riso e zucchini, un bicchiere
con una bevanda di frutta. E molte mosche. Sul finire della rivoluzione
io rientrai in Italia. Marco aveva avuto il secondo figlio e stava
aspettando il terzo, tutta la sua vita era oramai in quel piccolo
paese. Andai a trovare i suoi a Montalcino. E Marco lo rividi l’ultima
volta nel ’90 o ’91 a Firenze in una grigia e piovosa giornata di
febbraio. Era una visita breve per salutare i suoi e per prendere
accordi con una associazione umanitaria circa l’invio di medicinali di
prima necessità per il suo ospedale. Mi disse di quanto si sentiva
spaesato a tornare in patria. Malgrado tutte le nubi che si addensavano
su quel povero paese con la fine del sandinismo lui non ce l’avrebbe
più fatta a tornare a vivere in Italia. Mi parlò dei figli, soprattutto
del secondo, Pardo. Gli chiesi ragione di quel nome curioso (in
spagnolo significa per l’appunto grigio). Era il nome di un suo zio
partigiano, fucilato poco più che ventenne dai nazifascisti. Suo figlio
era seccato di portare quel nome che era causa continua di scherzi da
parte dei compagni di scuola.
Ci andammo in vespa,nella valle dietro i colli del Belvedere, nel luogo
della morte dello zio partigiano. Fummo accolti da una gentile e matura
signora in una casetta di campagna. Lei era una ragazzina quando,
seduta sulle scale di casa, aveva visto passare scortata da nazisti e
fascisti una piccola colonna di ragazzi feriti e sanguinanti
(evidentemente torturati), uno in particolare attrasse la sua
attenzione per lo sguardo, continuava a guardarla e si girò dopo aver
oltrepassato la casa, fissandola intensamente come per dirle: “Non
dimenticare”. Poi gli spari. La madre della ragazzina corse dal prete
della chiesa sopra il colle il quale oltre ad impartire la benedizione
fotografò i volti dei caduti. Marco, mi disse la signora salutandoci,
aveva lo stesso sguardo umile e fiero di quel giovane zio partigiano.
Rientrato a Managua, Boccardi dovette via via adeguarsi ai mutamenti e
al deteriorarsi della situazione sociale. Poi una banale infezione da
tenia, le uova che si localizzano in sede celebrare e che
improvvisamente causano amnesie e attacchi epilettici. Individuata la
causa l’infezione da tenia viene facilmente eliminata, ma permangono i
danni celebrali: improvvise brevi amnesie e piccoli attacchi epilettici
da tenere sotto controllo con i medicinali. Così Marco non può più
operare e nemmeno andare in sala parto. Deve lasciare il suo posto
all’ospedale. Si impiega in una clinica privata dove vorrebbero
imporgli i ritmi del privato: pochi minuti a visita . La sua coscienza
professionale glielo vieta e allora incominciano a pagarlo per
paziente, ma poi non va bene nemmeno così perché l’ambulatorio da lui
occupato non tiene i ritmi prefissati.
Alla fine Marco è costretto ad abbandonare il sogno della sua vita. E
per tirare avanti finisce per occuparsi a tempo pieno di un altro
negozietto, di vestiti, che nel frattempo avevano installato in casa e
che affiancava la vendita delle bibite. Poi, improvvisa, il due marzo
2003, la sua morte misteriosa e desolata. Nessuno, a cominciare dalla
nostra ambasciata, che se ne sia occupato. Nessun riconoscimento,
nessun intervento da parte delle autorità locali. A vuoto tutti i
tentativi presso i giornali locali, presso il locale Ministero della
Sanità, che gli venisse dato un minimo, degno, postumo tributo alla
memoria. Alla memoria di ‘un italiano’ che aveva consegnato e dedicato
tutta la sua vita ad alleviare le sofferenze umane di quel piccolo e
martoriato paese. Dopo la visita con Marco ero ritornato alcune volte a
visitare il luogo dove il giovane partigiano Pardo Boccardi era stato
fucilato assieme ai suoi compagni e il suo sguardo, la sua espressione
dalla foto in maiolica incastonata nel muro erano proprio quelli del
nipote medico.
La morte, che ha messo il suo sigillo anche sulla vita Marco lascia
intravedere il filo invisibile degli ideali e dell’eroismo che si era
intessuto fra i due: il partigiano nella guerra di liberazione (ma
soprattutto di riscatto morale) e il medico che aveva consegnato la sua
vita ad uno dei luoghi del mondo dove maggiormente c’era bisogno della
sua opera.