16/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La denuncia di Amnesty: 70 detenuti rischiano di morire di fame
Ammanettati giorno e notte in una cella di pochi metri quadri in condizioni disumane, oltre che privi di assistenza legale e medica, settanta detenuti rischiano di morire di fame e stenti in un carcere su un’isola della Guinea Equatoriale.
Lo ha denunciato nei giorni scorsi l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International, che ha lanciato un appello affinché ai prigionieri, tra i quali figurano alcuni detenuti politici e 11 implicati nel tentativo di golpe del marzo 2004, venga garantito il rispetto dei loro diritti fondamentali.

Alla fame. Da alcuni mesi, secondo Amnesty, ai settanta reclusi nel carcere di Black Beach sarebbe infatti stata ridotta al minimo la razione di cibo quotidiana. Se fino a dicembre dello scorso anno ricevevano una ciotola di riso al giorno, oggi i detenuti mangiano solo due tozzi di pane, e in alcune occasioni nulla. “Chi li ha visti dice che sono in condizioni fisiche e psicologiche pietose”, commenta da Londra Kolawole Olanyian, direttore del “Programma Africa” presso l’organizzazione. “Non sappiamo perché le autorità carcerarie li trattino in questa maniera. Di certo si tratta di una grave violazione di diritti umani”. Tra i presunti golpisti figurerebbero sei armeni e cinque sudafricani, ovvero una piccola parte di quei 70 mercenari fermati più di un anno fa nell’aeroporto di Harare, in Zimbabwe, da dove sembra stessero per partire su un volo carico di armi alla volta della Guinea Equatoriale per rovesciarne il governo. Un caso internazionale che ha coinvolto, tra gli altri, alcuni ex 007 britannici (Sas) e Mark Thatcher, figlio della celebre ex lady di ferro inglese.
“Molti dei detenuti non hanno ricevuto un processo equo – continua Olanyian - consideriamo il governo della Guinea Equatoriale responsabile di tutto questo e chiediamo che consenta alle organizzazioni non governative internazionali di fare delle verifiche sul suo territorio”.
 
Teodoro Obiang Nguema: al potere da oltre un quarto di secoloUn quarto di secolo di dittatura. Ma sono parole che rischiano di perdersi nel vento. Nella classifica dei Paesi che non rispettano i diritti umani l’ex colonia spagnola è tra gli ultimi in Africa. Il regime dittatoriale e repressivo di Teodoro Obiang Nguema, che sta per entrare nel suo ventiseiesimo anno al potere, tiene lontane le libertà civili, tra cui quelle d’espressione e di stampa. Nguema è il secondo capo di stato della Guinea Equatoriale dall’indipendenza, ottenuta nel 1968. Suo zio, Francisco Macias, era diventato presidente a vita nel 1972, per poi essere assassinato dal nipote sette anni dopo.
Da allora gli equatoguineani, come i togolesi sotto il defunto Eyadema, gli zairesi con Mobutu o gli ugandesi di Amin vivono nella paura di finire nel buio di qualche cella d’isolamento, o torturati, o uccisi.
La carriera di Obiang Nguema da presidente è costellata di denunce, accuse, illeciti, violazioni, barbarie. Nel 1997 un suo ministro, Santos Pascal Bikomo viene arrestato a Madrid per traffico internazionale di droga. Dal carcere l’uomo scrive una lunga lettera pubblicata in seguito dal sito AfrolNews, in cui denuncia apertamente il presidente di essere il primo beneficiario, insieme alla sua famiglia, dei proventi della vendita di cocaina ed eroina. Ma è un’accusa che cade nel nulla.
Nel 1998 Amnesty International lo accusa di mandare l’esercito a reprimere la popolazione Bubi, contro la quale è in atto una violenta discriminazione razziale. L’organizzazione produce documenti e fotografie di persone torturate e incarcerate senza motivo e chiede alla Guinea Equatoriale di rispettare la Convenzione dell’Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (articolo 14), di cui il Paese è firmatario. Ma nemmeno questo sembra incidere sulla figura del dittatore, che anzi si rafforza grazie alla scoperta di vasti giacimenti di oro nero nel proprio sottosuolo. La popolazione vive con meno di un dollaro al giorno
 
Oro nero e potere. La presenza di un petrolio “alternativo” a quello arabo ha contribuito a rendere la Guinea Equatoriale un Paese ambito dalle multinazionali e dalle diplomazie estere. Dopo aver chiuso la propria ambasciata nella capitale Malabo nel 1995, gli Stati Uniti hanno riallacciato i rapporti con Nguema & Co. nel 2002, anche se in maniera più soft, con l’apertura di un ufficio diplomatico nel vicino Camerun. Solo un anno dopo il Paese è diventato il terzo più grande destinatario di investimenti statunitensi in Africa, dopo Sudafrica e Nigeria. Questo ha fatto confluire soldi e potere nelle tasche della famiglia presidenziale, mentre la popolazione continua a vivere con meno di un dollaro al giorno. Una posizione economica favorevole che, secondo molti, potrebbe tenere lontano Nguema e la Guinea Equatoriale da quella famosa lista nera degli outpost of tyranny (avamposto della tirannia) in cui sono appena finiti Mugabe e lo Zimbabwe.
I settanta detenuti potrebbero dover attendere ancora a lungo.

Pablo Trincia

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