07/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Rabbi Arik Ascherman, anima di Rabbis for Human Rights, religiosi contro l'occupazione in Cisgiordania

di Francesca Borri

Troveranno una kippah un giorno, a Gerusalemme, tra le macerie di una casa in rovina. L'ha persa un americano alto, il passo leggero ma il sogno deciso, laurea a Harvard e inconsapevole, impeccabile bellezza. Dirige di carisma Rabbis for Human Rights, e come i nostri preti di frontiera, "per un'interpretazione altra dell'ebraismo che è ugualmente autentica, ugualmente basata sulle Scritture rispetto all'interpretazione nazionalistica e particolaristica oggi dominante".
Arik Ascherman ha lo sguardo di don Tonino Bello, e tutta quella libertà, quando raccomandava di tenere un grembiule in sacrestia, oltre alle stole e alle pianete - perché la fede è servizio reso al prossimo, spiegava, e non solo a Dio. Perché quella casa è a Silwan - era palestinese, sarà israeliana: la ruspa non si è lasciata fermare. Si dice togliersi la kippah, distintivo dell'ebreo praticante, per dire allontanarsi dalla Torah. Troveranno una metafora un giorno, a Gerusalemme, tra le macerie di una morale in rovina.

"Ma perché ebraismo non è mai stato parola al singolare: certo non negli ultimi duemila anni, da quando è cominciata la diaspora, e il condizionamento dei vari retroterra etnici. Fino a Napoleone, siamo stati fondamentalmente un popolo a sé in paesi altrui. Con lo stato nazione, però, l'idea di un popolo distinto ospite all'interno dei propri confini è degenerata in contraddizione: Napoleone propose allora di eliminare ogni discriminazione: ma in cambio, avremmo dovuto limitarci a essere ebrei in privato - a livello individuale, non più anche come popolo. Ebrei in casa, francesi per strada. L'ebraismo contemporaneo non è che la risposta a questa ristrutturazione del mondo in stati nazione. Perché alcuni hanno rinunciato alla propria identità per l'assimilazione: altri hanno preferito rimanere nei ghetti. Ma tra gli estremi, smarrirsi ibernarsi, ognuno in definitiva ha elaborato un diverso equilibrio, un diverso compromesso con la più ampia società circostante e la modernità. Un gruppo particolare è quello ultra-ortodosso: impermeabile al tempo, vive sigillato nell'Europa orientale di alcuni secoli fa. Ma per il resto, il movimento che più cerca integrazione è il movimento riformato: con la preghiera nella lingua locale, per esempio, e il tempio invece della sinagoga, a indicare la rinuncia alla ricostruzione del tempio, e dunque a Gerusalemme e al ritorno: della modernità condivide soprattutto l'esaltazione e tutela della libertà individuale, dell'autonomia e scelta, con la distinzione tra prescrizioni di valore assoluto o solo contingente e un rapporto personale, diretto con Dio. La reazione è il movimento ortodosso: che comunque tenta l'adattamento alla modernità, ma secondo le norme della Torah, suo rigoroso pilastro - l'ambizione è l'evoluzione dell'ebraismo, ma con i suoi stessi strumenti. E il movimento conservativo, che è oggi numericamente prevalente, è in un certo senso la via di mezzo: il suo ebraismo è essenzialmente cultura. Più che il rapporto con Dio, più che le norme della Torah, gli ebrei come popolo: in una lettura dinamica della rivelazione, che si crede conferita non a Israele, ma attraverso Israele - una rivelazione cioè non data per sempre, ma che si afferma nel corso della storia: santificata non dall'origine divina, ma dall'osservanza di generazioni di ebrei. Poi, ancora, il movimento ricostruzionista: e cioè l'approccio conservativo fino alle sue ultime conseguenze: l'idea che un Dio soprannaturale sia arretratezza, ormai, quasi superstizione, e che sia dunque necessario ricostruire, appunto, i valori ebraici in modo da preservare quanto di valido ancora veicolano, ma in termini immanenti. E infine, anche una sorta di movimento new age, di recente, misto di misticismo e pratiche meditative. Poi in realtà, in Israele le differenze non hanno, in genere, fondamento teologico: cioè, la contrapposizione non è tanto tra ortodossi piuttosto che riformati, quanto tra più o meno osservanti: con un 20 percento di laici, un 20 percento di praticanti - e per una larga maggioranza di tradizionalisti, semplicemente un rispetto selettivo e abbastanza arbitrario dei comandamenti".

Israele è per definizione "lo stato ebraico". Più precisamente, però, è uno stato ebraico ortodosso. E alla fine la cartolina di Gerusalemme, con gli ebrei tutti in nero, e le treccine e il cappello mentre guardano il tramonto e la cupolona dorata, è il ritratto di chi considera blasfema l'esistenza di questo paese.
All'epoca della fondazione di Israele, il mondo ebraico non era affatto compatto in sostegno al sionismo. Molti riformati semplicemente non si percepivano più come popolo, ma religione: e comunque, secondo loro Dio aveva disperso gli ebrei intenzionalmente, per diffondere i valori della Torah. Ma soprattutto, larga parte degli ortodossi obiettava che solo il Messia poteva ricondurci alla Terra Promessa, solo Dio giudicarci degni del ritorno: e Ben Gurion temeva il disastro - che si appellassero cioè alle Nazioni Unite, Bibbia alla mano, per contestare la legittimità di Israele come stato ebraico. Per questo propose loro un accordo, il cosiddetto Status Quo, che è ancora oggi in vigore - l'ebraismo ortodosso non è la religione di stato, qui: nessuna legge dice che è la versione ufficiale dell'ebraismo, ma appunto: in base allo Status Quo, è il Gran Rabbinato, interamente ortodosso, a occuparsi in monopolio di tutte le questioni relative allo status personale - matrimoni divorzi, funerali, conversioni, cose così, la certificazione kosher del cibo. E lo shabbat, naturalmente. Ma è stato in realtà il nostro sistema parlamentare a consentire all'ebraismo ortodosso di mantenere i suoi privilegi, e imporsi di fatto come l'ebraismo ufficiale di Israele: perché per diventare maggioranza di governo, è sempre stato indispensabile includere i piccoli partiti religiosi. E il contributo dei laici non è stato irrilevante: perché se proprio devi essere credente, ragionano, il modo è quello ortodosso - la sinagoga in cui non sono mai entrati è per loro solo la sinagoga ortodossa. In quanto rabbino riformato, per esempio, il matrimonio che celebro non è riconosciuto dallo stato - come se in Italia fosse possibile sposarsi solo in Chiesa. Con tutte le discriminazioni nei confronti dei non ebrei, l'ironia di questo paese è che cristiani e musulmani hanno maggiore libertà di religione degli ebrei.

Lei è sostenitore di un ebraismo, dice, "umanistico".
Perché di tutte le differenze che moltiplicano l'ebraismo contemporaneo, la più significativa è secondo me la scelta tra un approccio universalista o all'opposto, particolarista alla Torah. I nostri comandamenti sono comandamenti verticali, relativi al rapporto tra il singolo e Dio, e comandamenti orizzontali, relativi al suo rapporto con gli altri: gli altri esseri umani, in generale, come nella mia interpretazione, oppure solo gli altri ebrei - o persino, in modo ancora più limitato e esclusivistico, solo quel gruppo di ebrei insieme a cui si vive. Ma per quanti leggono con onestà intellettuale e morale le prime righe della Bibbia, quando si spiega che l'uomo è stato creato a immagine di Dio, e non che l'ebreo è stato creato a immagine di Dio, non il ricco, il bianco, o l'uomo e non la donna, ma l'uomo in astratto, l'essere umano - questo non può che radicare un'interpretazione universalista dell'intera rivelazione. Siamo tutti discendenti di uno stesso Abramo, e Dio ha creato un solo uomo, Adamo, proprio a indicare che la distruzione di una qualsiasi vita equivale alla distruzione di tutta la terra: e questo impone di tutelare ebrei e non ebrei, la loro vita e dignità con identico, assoluto rigore.

Anche Martin Buber proponeva un ebraismo umanistico. La sua era essenzialmente una riflessione sul rapporto tra mezzi e fini: chiedeva di "guarire la ferita della separazione tra politica e morale", richiamando la parola di Isaia - "Sion sarà redenta attraverso la giustizia".
Se ogni uomo è immagine di Dio, ogni uomo è un fine, valore in sé. "Giustizia, giustizia dovete perseguire", prescrive il Deuteronomio: ripetuto due volte proprio perché bisogna perseguire una giusta causa, ma anche perseguirla con giusti mezzi. Al fine, sosteneva Buber, deve corrispondere la via. Ma con estremo realismo: e cioè riconoscendo, aggiungeva, tutta la distanza tra pratica e teoria: perché "l'opera deve compiersi non oltre la mischia, ma in mezzo a essa: e la parola non vince nella sua purezza, ma nel suo disciogliersi, la fertilità si compie nella corruptio seminis". Data la complessità della realtà e la sua contraddittorietà, è il senso di Buber, qualsiasi scelta politica implica una certa misura di ingiustizia: assicurare spazio alle future generazioni ebree significa limitare lo spazio delle future generazioni arabe. La differenza tra politica realistica e politica profetica, per usare le sue definizioni, è che la prima considera sufficienti, per delinearsi, gli interessi di un unico gruppo, mentre la politica profetica è responsabilità morale per l'intero - non confondere mai l'esigenza di vita con la volontà di potenza. Non compiere più ingiustizia del necessario: non è idealismo, scriveva: è un realismo più largo.

Lei però è anche un sostenitore del sionismo. E invece per molti è proprio qui la miccia di tutto: in questa forma di nazionalismo laico che si appella strumentalmente alla Bibbia in cerca di una infrastruttura mitologica, come ogni nazionalismo - di un'ancora al passato. E appunto: finì per essere contestato dagli ebrei, prima ancora che dagli arabi. Secondo Theodor Herzl, "la questione ebraica non è sociale o religiosa, ma nazionale". David Ben Gurion visitò per la prima volta Gerusalemme, eterna capitale e indivisibile, che era qui già da tre anni.
Certamente sionismo non è sinonimo di ebraismo: la parola stessa viene coniata solo nell'Ottocento. Per molti anni non mi sono identificato con il sionismo: credevo significasse l'obiettivo di riunire ogni singolo ebreo nella terra di Israele - obiettivo che non ho mai condiviso. Ma poi ho letto "The Zionist Idea" di Arthur Hertzberg: e ho capito quante diverse varianti del sionismo esistessero. Alcune interessanti, alcune mie altre razziste, lontane... Ma il comune denominatore del sionismo, in ogni sua forma, è l'essere un movimento di liberazione: perché solo come popolo come gli altri popoli, nazione come le altre nazioni, in controllo del nostro destino, della terra su cui viviamo, possiamo essere liberi e sicuri. Senza dubbio la larga maggioranza, qui, sostiene un sionismo politico: in altre parole, l'obiettivo e fine ultimo è lo stato di Israele, che prevale su ogni altra considerazione - sempre e comunque. Ma io mi concepisco sionista culturalmente, e non politicamente: per me lo stato non è che un mezzo: il fine è la nostra sicurezza fisica e spirituale. Niente di più. E tuttavia, oggi credo questo richieda l'apparato di uno stato - anche se sarebbe magnifico, e un giorno sarà magnifico, un Medio Oriente senza frontiere: un mondo senza frontiere. Nella nostra giustificata critica di Israele, più esattamente, di certe sue politiche, dobbiamo essere attenti a non contribuire ai sempreverdi tentativi di delegittimare il nostro diritto a esistere. Equiparare la fondazione di Israele alla comparsa del Messia spalanca ogni tipo di degenerazione e abisso: ma non è possibile fingere, all'opposto, che il Novecento con il suo Olocausto non sia mai avvenuto.

Ma la filosofia del sionismo è sostanzialmente una filosofia della separazione. La pace del sionismo, sia a destra che a sinistra, è la pace del Muro: è la distinzione netta tra ebrei e non ebrei. E invece il termine ebraico per dire fede è emunah, fiducia: non vivere accanto all'altro, specificava Buber - insieme all'altro. L'opposto di un Muro.
Ma è esattamente questa la ragione del nostro impegno per i diritti dei palestinesi: perché la loro libertà è indispensabile alla nostra sopravvivenza spirituale, è etica, non strategia - ancora: non un mezzo per la sicurezza, ma un fine in sé. Per Buber diventiamo noi stessi mediante gli altri: il principio di fondo, nella vita e non solo in politica, è l'inclusione - cosa molto diversa dall'empatia, e cioè il tentativo di traslarsi nell'altro: perché questo significa escludere se stessi: e invece l'inclusione è non esclusione, ma estensione della propria concretezza. Non negare la propria realtà, ma accogliere l'altra nella propria. Da qui la preferenza di Buber per lo stato unico. E la denuncia di quella che criticava come "assimilazione nazionalistica": uno stato con cannoni, bandiere, onorificenze?, osservava sorpreso: "il nazionalismo ebraico si appresta a percorrere la via degli altri popoli, e cioè limitarsi a affermare il sé contro il mondo: ma diventa falsa e vana qualsiasi sovranità che non si sottometta al sovrano del mondo, che è sovrano anche del mio rivale e del mio nemico".

vai alla seconda parte