07/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un gruppo di indiani vive, nascosto, alle porte dell'enclave spagnola in Marocco

scritto per noi da
Fabiana Rodari

Rocky, Gurjit e Raj stanno preparando il pranzo: chapati con verdure e pollo fritto in farina di ceci. Menù speciale per gli ospiti. Il profumo speziato dei cibi sale, delizioso, nelle narici. Ropar gira un piccolo video mentre la hit indiana del momento fa da sottofondo musicale. Atmosfere del Punjab. Non siamo in India, ma a migliaia di chilometri di distanza, in Spagna. Per meglio dire, a Ceuta, enclave spagnola sulla costa marocchina. In Africa, dunque.
Una comunità di 54 indiani, immigrati irregolari, vive da circa tre anni in questa cittadina. Bloccati in questo lembo di terra che costituisce un'anomalia nel panorama geopolitico europeo. Ma cosa rappresenta Ceuta? Qual è il suo ruolo nei flussi migratori in direzione dell'Europa? Come sono arrivati dei cittadini indiani in questa porzione di Spagna nell'Africa settentrionale?

Evoluzione di una frontiera. Ceuta e la "gemella" Melilla sono salite all'attenzione della cronaca nell'autunno 2005. In quel periodo 14 migranti persero la vita, uccisi nel tentativo di scavalcare le barriere metalliche che qui dividono Spagna e Marocco. Barriere costruite appositamente per contrastare la tanto temuta "invasione da sud". Ora, però, l'eco delle morti è lontano, il sipario mediatico è calato, lasciando in ombra le storie delle centinaia di immigrati che ancora vivono in situazioni disperate aspettando la possibilità di oltrepassare lo Stretto. Arrivano principalmente dagli stati dell'Africa sub sahariana, ma anche dal Medio Oriente e, appunto, dalla lontana Asia.
Il territorio delle enclavi, unico punto terrestre di congiunzione tra l'Europa e il continente africano è un'anomalia geografica e per molti anche un anacronismo storico inspiegabile. Ceuta si colloca a soli 14 chilometri dalla Penisola iberica e anticamente era conosciuta come Barr-aladoué, che in arabo significa "paese di passaggio". Antico ponte tra culture e popoli diversi si è trasformata, sotto la sovranità spagnola, in presidio difensivo per poi diventare "parte integrante" di questa nazione europea. Gli interessi strategici e commerciali su questo territorio si sono man mano intrecciati con la questione della migrazione irregolare. Dagli anni '90, infatti, un sempre maggior numero di persone ha tentato di raggiungere il "sogno europeo" attraverso la via delle enclavi. Ceuta è stata per anni snodo fondamentale degli itinerari migratori e dunque punto strategico nella politica europea di controllo delle frontiere esterne, ma al momento si trova lontano dagli interessi geopolitici dell'Ue. Dal 2006, le misure di sicurezza sono ancora più dure. Un ulteriore innalzamento delle barriere e la maggior collaborazione delle forze marocchine hanno reso l'ingresso senza permesso un'impresa quasi impossibile. La Conferenza euro africana di Rabat, a pochi mesi dalle morti alle frontiere delle enclavi, ha sancito definitivamente la collaborazione tra gli Stati coinvolti nel processo migratorio. Le rotte migratorie si sono spostate: Gambia, Guinea, Mauritania, sono i nuovi porti della speranza, Libia ed Algeria le mete nordafricane predilette. L'Europa e la Spagna volgono quindi lo sguardo verso i paesi sub-sahariani, dove si colloca metaforicamente la nuova linea della frontiera europea. I nuovi ostacoli all'emigrazione partono ora dal cuore del continente africano.
Anche per questo a Ceuta la pressione migratoria è calata drasticamente: solo 19 gli ingressi irregolari nei primi 50 giorni del 2010 (mentre nell'autunno del 2005 più di 2500 persone affollavano il centro di accoglienza). Gli 8,2 chilometri di confine segnati da acciaio, filo spinato e torrette di controllo, però, rimangono.

Vivere nel limbo. A Ceuta i migranti non sono scomparsi, ma semplicemente diminuiti. Rimangono una presenza "ingombrante" per le amministrazioni della città autonoma. Trasferire queste persone alla Penisola non è più una politica perseguibile, si teme un nuovo "effetto chiamata". Perciò centinaia di migranti rimangono bloccati anche per anni nel limbo. Non possono, né vogliono, tornare indietro (in Marocco li aspetta il carcere, previsto dalla legge 02/2003) né raggiungere la Spagna peninsulare. Lo status particolare di Ceuta (e di Melilla) non permette nemmeno la loro regolarizzazione e l'iscrizione ai registri comunali. L'accoglienza è invece fornita dal CETI, il centro di soggiorno temporaneo per migranti. A differenza dei CIE, presenti nel resto del territorio spagnolo, si tratta di una struttura "aperta": si può uscire durante il giorno salvo ritornare entro le 23:00. Non c'è pericolo di fuga. Come sostiene l'avvocato del Cear Alejandro Romero Aliaga, è l'intera città di Ceuta a fungere da centro d'internamento. Gli stessi migranti definiscono la cittadina come una sorte di carcere dolce. Un'altra caratteristica dei CETI è che non possiedono un limite massimo di permanenza. Per Alfredos Campos, vice-direttore della struttura, questo è un aspetto positivo, "se vi fosse un periodo massimo saremmo costretti a lasciare le persone per strada", dichiara. Vi è però il rovescio della medaglia. Il già incerto status del migrante si aggrava dall'infinito prolungarsi dell'attesa. Dalla cittadina si esce quasi esclusivamente con un ordine di espulsione, reso poi effettivo grazie ai nuovi accordi di riammissione stipulati tra Spagna e i paesi d'origine.

Le tigri del monte. É in questo contesto che si inserisce la storia di Rocky, Ropar, Gurjit e degli altri immigrati indiani. Arrivati a Ceuta in piccoli gruppi, tra il 20 settembre 2006 e il 4 dicembre 2007, si trovano, dopo un difficile viaggio durato anche due anni, in una situazione di completo stallo.
Rocky, 23 anni e 19 alla partenza, racconta la sua esperienza. Voleva continuare all'estero gli studi di economia, così la famiglia vende dei terreni per pagare i trafficanti. 15mila rupie in cambio della promessa di raggiungere "l'Europa in due settimane". 4 anni dopo, però, si trova ancora sulla sponda sbagliata del Mediterraneo. Altri hanno impegnato la casa per pagarsi il viaggio verso uno stato europeo. Abbandonati nell'Africa sub-sahariana, in Etiopia o in Mali, però, sono stati costretti a procedere a tappe. Attraversare il deserto è stata la tratta più difficile, Lucky racconta che nei pick-up delle mafie locali venivano stipati fino a venti migranti. Condotti al punto di partenza a piccoli gruppi e poi costretti con le armi ad accettare le estreme condizioni del tragitto. Cibo mischiato a sabbia per essere più remissivi, la propria urina per evitare la disidratazione. Arrivati "alla frontiera", il passaggio a Ceuta si tenta con ogni mezzo. Nascosti in cruscotti appositamente adattati o via mare, in piccole imbarcazioni. Quest'ultima modalità è la più rischiosa. Gurjit ha perso due amici così, affogati in seguito al ribaltamento della barca. Ceuta, Spagna "finalmente arrivati!" pensavano in molti. Invece ancora controlli (le enclavi non fanno parte dell'area di Schengen) e ancora Africa.
La situazione di questi ragazzi è rimasta inalterata, da tre anni aspettano di "passare alla penisola". La Spagna non ha firmato alcun accordo di riammissione con l'India, dunque l'ordine di espulsione emesso nei loro confronti non ha alcun effetto materiale. Le uniche eventualità di rimpatrio prevedono il riconoscimento da parte dell'ambasciatore indiano dei suoi connazionali (come d'altronde è già successo in alcuni casi) o la scelta del ritorno volontario. La maggior parte di loro, però, non vuole tornare a casa dopo le tante sofferenze subite.
Il 7 aprile 2008, questo gruppo di migranti, che fino ad allora aveva vissuto nel CETI, decide di lasciare il Centro di accoglienza "temporanea" per andare a vivere nel bosco del Monte del Renegado, poco lontano dalla struttura. Si tratta di un segno di protesta ed, allo stesso tempo, di un modo per garantirsi un minimo di sicurezza. "La polizia spagnola arriva di notte al CETI, mentre tutti dormono, per prelevare le persone da portare ai CIE nella Penisola" racconta Raj. Solamente da questi centri, infatti, si può procedere alle espulsioni o ai rimpatri.
Vivere "nel monte" è una scelta dura, ma loro sono ben organizzati: hanno costruito 7 piccoli accampamenti, ognuno con una cucina comune; nell'accampamento più in alto, da dove sono ben visibili il mare e la Penisola, hanno eretto un tempio Sikh. Nelle tende, rialzate dal terreno, costruite con un intreccio di rami, cartone e teli di plastica si dorme in 2 o 3 persone. Non possiedono molto e vivono in una situazione di forte precarietà, ma aprono le loro tende e i loro sorrisi a chiunque desideri conoscere la loro storia.

Aspettando il momento. Nel 2007, anche un gruppo di 33 bengalesi aveva deciso di trasferirsi sul monte, ma vi erano rimasti solamente per tre mesi: a seguito delle alluvioni che avevano devastato il Bangladesh quell'anno, essi sono stati trasferiti alla Penisola, adducendo motivazioni umanitarie di carattere eccezionale, e in seguito lasciati liberi sul territorio spagnolo con un permesso di residenza temporaneo. Gli indiani, invece, vivono sul monte da quasi due anni, probabilmente perché, come dice Paula dell'Associazione Elín, "non sono morte abbastanza persone nel loro Paese".
La vita quotidiana è divisa in turni, c'è chi va a lavorare al supermercato - dove molti di loro aiutano le persone a caricare la spesa nelle auto - e chi fa piccoli lavoretti per la gente di Ceuta; chi rimane nell'accampamento cucina per gli altri. Nel pomeriggio, alcuni frequentano il corso di spagnolo tenuto dall'Associazione Elín o al centro San Antonio, dove hanno accesso gratuito ad internet e alle docce.
L'atmosfera a Ceuta appare rilassata. Diversi particolari lasciano però intendere che non si tratta di una cittadina comune. Le forze di polizia sono onnipresenti, il filo spinato è un elemento architettonico ricorrente. Le periferie sono popolate dall'indaffarata comunità marocchina che entra ogni giorno nell'enclave per i piccoli traffici commerciali, mentre il centro è ordinato e qui l'elemosina dei sub-sahariani è caldamente sconsigliata. Nella via centrale c'è un banchetto per la raccolta fondi per Haiti. Domando a Paula dell'associazione Elín se vi siano state iniziative simili per i migranti. La risposta è un sonoro no, accompagnato da un sorriso tra il sarcastico ed il divertito. La Penisola si vede nitidamente oltre le onde .... La vita di centinaia di persone prosegue a Ceuta, stretta tra le barriere metalliche e l'onnipresente vicinanza dell'Europa.

foto di Hanna Silbermayr

Parole chiave: ceuta, melilla, ceti
Categoria: Diritti, Migranti, Muri
Luogo: Spagna